di Luca Iaccarino 10 Aprile 2018

Sarò onesto: non è che abbia mangiato in tanti tre stelle in vita mia.

Ma qualcuno dei centotrenta e passa locali ai vertici della guida Michelin l’ho assaggiato. E vale lo stesso per i due stelle: ne ho provati un po’, non tantissimi, considerati quanti sono nel pianeta.

Dunque la considerazione che sto per fare non è solo farina del mio sacco, ma mi faccio latore di una riflessione gemmata tra amici gourmet e cosmopoliti più di me. Tanti di loro sostengono quello che sto per dire; io, nel mio piccolo, mi sento sostanzialmente di confermarlo, con le debite eccezioni.

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Bon, andiamo al sodo. La questione è questa: capita di vivere serate indimenticabili più spesso nei due stelle in stato di grazia che non nei tre.

Il fatto è che quando arrivi alla terza stella esiste il rischio di sclerotizzarsi, di paralizzarsi. Arriva la tanto desiata triade di macaron e un ristoratore pensa “fermi tutti! Non tocchiamo più nulla di quello che ha funzionato così alla perfezione” (un po’ come quando il Conte Semenzara sta vincendo al casinò e impone a Fantozzi di continuare a toccargli il sedere e a bere acqua minerale per non sfidare la scaramanzia).

Non che nei tre stelle non si stia bene, per carità. Si sta alla grandissima.

Ma d’un tratto la carica che ti spingeva a dare il massimo per raggiungere il primo gradino del podio rischia di trasformarsi in paura di perderlo.

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A sentire tanti gourmet, le migliori esperienze della loro vita sono state in locali che hanno poi preso tre stelle quando ancora ne avevano due.

La perfezione rischia di diventare algida. Un po’ come tanti attori o cantanti o artisti, che hanno dato il meglio di sé un attimo prima di diventare famosissimi.

Le due stelle ti lasciano quello spazio di libertà e di rock di cui vive lo stupore.

E i tristellati che non lo perdono, lo stupore, sono quelli –pochi– che non hanno paura di perdere nemmeno le stelle.

Ne sono piuttosto convinto. Ci rifletterò ulteriormente a cena, mangiando trippe in trattoria.