Il paradosso del green pass, ovvero l’aria fritta dell’estate italiana 

Un articolo dell'assurdità del paradosso del green pass, che favorirebbe chi non possedendolo avrebbe la priorità sui dehors, in attesa che la fine dell'estate ci dia ragione.

bar

Come se non avessimo altro a cui pensare, ci stiamo intossicando l’estate con il cosiddetto paradosso del green pass: pura fuffa, aria montata a neve, non so come altro dire. Di cosa parliamo? Bentornati sul pianeta Terra, anno 2 d.C. (dopo Covid), ma comunque è presto detto. Dato che solo chi ha la certificazione verde – vaccino tampone o guarigione – può consumare al chiuso in bar e ristoranti, i locali farebbero accomodare dentro i gruppi dotati di green pass, e all’aperto quelli senza. Il che, nelle belle serate estive, costituirebbe una odiosa discriminazione, per di più rovesciata: nei confronti cioè dei “buoni” (i cittadini modello, ligi al dovere che si sono vaccinati già due volte e premono per la terza dose), in favore dei “cattivi” (no vax, no pass, egoisti e negazionisti).

Di questo repentino ribaltamento di posizioni – con quelli che fino al giorno prima lamentavano l’ingiustizia fascista del certificato vaccinale, a godersi il fresco sulla terrazza panoramica, mentre i poveri fessi ignari di tutti i complotti stanno dentro a schiattare di caldo – di questa cosa se ne è iniziato a parlare subito, immediatamente dopo il 6 agosto, quando il green pass nei ristoranti è entrato in vigore. In tempi non sospetti, anzi anche troppo sospetti. Tanto che all’inizio parevano battute, o lagne di gente con la tendenza a fasciarsi la testa prima del tempo. E invece, da lì è stato un crescendo, sicché oggi dal Corriere della sera in giù tutti parlano di paradosso del green pass. 

Il pezzo del Corrierone parte da una “minaccia” ricevuta dal presidente del Movimento imprese ospitalità della Lombardia, Salvatore Bongiovanni: “Se fate mangiare fuori i non vaccinati non vengo più in questo locale”. Poi dà voce a Umberto Carriera di Io apro, il movimento “di protesta” dei ristoratori che aprivano anche durante le restrizioni della seconda e della terza ondata: “Purtroppo anche io, nei miei ristoranti, ho dei tavoli fuori e li riservo a chi ha il green pass. Chi resta dentro storce il naso. Con la bella stagione vorrebbe mangiare fuori. I clienti italiani sono più comprensivi. Ma vallo a spiegare agli stranieri, ‘voi dovete stare dentro’. Vengono qui per il sole, per i tramonti”. Ulteriori fonti citate: due tweet e una non meglio specificata chat, in cui avventori vaccinati lamentano discriminazioni. Altri siti citano battutisti e star dei social.

Ora. Da queste parti, e quanto scritto in passato lo testimonia, siamo convinti della bontà del vaccino e dell’utilità del green pass: e ciò pur essendo consapevoli che Big Pharma agisce per i propri interessi in modo non sempre limpido, e che la certificazione verde deve essere una misura temporanea, volta non tanto a fare leva sulla popolazione per invogliarla a vaccinarsi ma come ulteriore misura di prevenzione e limitazione alla circolazione del virus (io personalmente sono anche convinto, per lo stesso motivo, che i tamponi dovrebbero essere accessibili e gratuiti per tutti, anche per i novax, anche per gli juventini, anche per i serial killer). Ciononostante, anzi proprio per questo, siamo convinti che quello del paradosso sia un falso problema, anzi una polemica montata un po’ ad arte.

Innanzitutto, la nostra breve esperienza di assidui frequentatori di ristoranti e locali ci dice il contrario: quando abbiamo voluto sederci fuori lo abbiamo fatto senza problemi, e nelle prime serate di maltempo abbiamo potuto usufruire di un riparo mentre i cattivoni si stringevano nelle felpine fuori al dehors. Ma la nostra esperienza personale non fa statistica: proprio come non fanno statistica due o tre racconti pescati su twitter e sbandierati come vox populi. 

Anche la logica ci fa venire qualche dubbio: non riusciamo a immaginare di arrivare in un ristorante all’improvviso e trovare il gestore che ci costringe a sederci al chiuso, lasciando i bei tavoli fuori vuoti nell’attesa di eventuali futuri clienti senza green pass. Né riusciamo a pensare, nel caso in cui invece telefoniamo per prenotare, che dopo la domanda “avete il green pass?”, ci si neghi il tavolo all’esterno rischiando di perdere il cliente. Insomma secondo me i ristoratori si regolano come hanno sempre fatto: i posti migliori vanno a chi si fa avanti per primo (e ai clienti abituali of course), e se restano solo tavoli al chiuso, i possessori di certificato vaccinale possono sempre scegliere di andare altrove, mentre quelli senza vi saranno costretti.

Insomma se si dà ascolto a personaggi che hanno fatto una bandiera del mancato rispetto di regole e restrizioni – e dover tenere il locale chiuso era una roba tosta ma necessaria, in confronto il green pass è acqua fresca – si finisce per avallare la fuffa. Cosa dovrebbe dirti uno che voleva aprire il ristorante anche nel pieno della pandemia? Certo che accuserebbe anche sé stesso pur di mettere in cattiva luce una misura qualsiasi. Altro che green pass, anche l’invito a lavarsi bene le mani, se ci pensate, è una insopportabile intrusione nella sfera privata: e poi non ho capito, chi sei, lo Stato o mia mamma?

Per fortuna, o purtroppo, l’estate sta finendo. E quindi ci aggiorniamo tra un mesetto, quando mangiare all’aperto non sarà più tanto desiderabile. E vedremo cosa si inventeranno i cacciatori di discriminazioni.

Potrebbe interessarti anche