di Cinzia Alfè 23 Giugno 2016
camouflage pralina, massimo bottura

“La cifra è importante, sicuramente. Ma ognuno spende i propri soldi come meglio crede. Io ad esempio non concepisco di spendere centinaia di euro per una borsa, non mi sogno nemmeno di comprare una macchina costosa, proprio non mi interessa. Da Massimo Bottura andrei di corsa, il problema è che nessuno che conosco è interessato a investire in un’esperienza del genere”.

Questo è solo uno dei tanti commenti al post in cui abbiamo parlato delle cose da sapere prima di prenotare all’Osteria Francescana di Massimo Bottura, appena proclamato migliore ristorante del mondo alla 50 Best Restaurants 2016, mettendo in risalto vari aspetti, tra cui anche il prezzo da pagare per fruire di un gradevole pasto stellato.

Per un commento come questo se ne contano almeno dieci di tenore opposto, cose del tipo “Sarò antiquato e reazionario ma a me basta un piattone di spaghetti col sugo, mezzo chilo di fiorentina e due fagioli e sto a posto”.

Oppure, messa in modo meno brutale, “se il prezzo finale non è eticamente giustificato, avrai pure goduto come un riccio ma hai mangiato da un ladro”.

Cioè, se si tratta di andare a spendere dei soldi –tanti, è vero, ma certo non quanti ne costa uno smartphone di ultima generazione– scomodiamo pure l’etica e la morale.

Diciamo cioè che il concetto “ognuno spende i propri soldi come meglio crede” sembra valere per tutto, tranne che per il cibo.

pizza, massimo botturapiatto Massimo Bottura

Nessuno viene a sindacare sul vostro ultimo viaggio in Patagonia o nella Grande Mela, anzi, viaggiare è visto come un arricchimento culturale e spirituale, e poco importa se invece a New York abbiamo visitato gli stessi supermercati e gli stessi negozi che possiamo trovare a Milano o a Roma e in Patagonia ci siamo annoiati a morte.

Nessuno viene inoltre a sindacare il fatto che il cellulare venga cambiato a ogni nuova versione che la casa di Cupertino si premuri di lanciare sul mercato– quando il nostro vecchio smartphone andava ancora benissimo–  anzi, si è subito inquadrati come cultori delle tecnologia, moderni, à la page, dinamici.

Ma se ci piace mangiare, e siamo disposti a pagare per farlo nei posti più rinomati, allora no.

Se addirittura i tuoi soldi li spendi in un’Osteria che di francescano ha ben poco, se non il nome, allora le frecciatine arriveranno a pioggia.

Se poi dici pure che, non essendo esattamente un paperone, stai mettendo da parte il necessario per prenderti un aereo e andare fino in Lapponia a mangiare del muschio, vieni subito scambiato, se ti va bene, per un cretino, se ti va male per un grasso crapulone che pensa solo a mangiare.

this little piggie went to the market, botturameglio di una lattina di caviale di beluga, bottura

E allora, diciamo le cose come stanno: il cibo, il cibo gustato intendo, in realtà non ha una sua dignità presso di noi individui normali. O meglio, ce l’ha solo se sei dall’altra parte della barricata, cioè del tavolo da cucina. Vale a dire se sei un cuoco, uno chef, uno con la padella in una mano e l’iPhone per scattarti i selfie mentre cucini nell’altra.

Ma se sei dall’altra parte, cioè se sei un semplice avventore, allora spendere centinaia di euro per un pasto comme il faut, dove sei sicuro di avere cibi cucinati con materie prime eccellenti, con una tecnica impeccabile e in un posto raffinato, beh, allora il fascino scompare, sarai sempre vittima di risatine e commenti sarcastici.

Diciamolo, allora: il cibo è l’ultimo tabù da abbattere.

Per quanto inflazionato in tutto e per tutto, l’atto ultimo di estenuanti e seguitissime gare tra dilettanti e non, di tanti talk show, delle onorificenze e compiacimenti nazionali, e cioè il semplice mangiare, degustare, assaporare del cibo traendone, se possibile, del sano godimento, è ancora visto come un piacere di quart’ordine.

Insomma, stare lì a parlare di prezzo equo, di prezzo giusto, di margine di ricarico, di prezzo “etico” o altri bei concetti con cui riempirci la bocca è inutile: il prezzo siamo noi.

Noi che ci mettiamo in fila per mesi per andare nel ristorante stellato, noi che ci prendiamo la briga di imbarcarci su un aereo solo per andare a mangiare muschio in Lapponia, noi facciamo il nostro prezzo.

piatto massimo botturapiatto massimo botturamassimo bottura

Perché il prezzo è il valore che noi diamo alle cose. Quanta parte del nostro lavoro, monetizzato in fruscianti bigliettoni, siamo disposti a immolare per l’acquisto di ciò che più ci aggrada: l’ultimo iPhone, una serata al night, un viaggio, e sì, anche il pasto in un tempio gastronomico come quello di Massimo Bottura.

Con buona pace di moralisti politically correct e consumatori seriali di iPhone.

[Crediti | Link: Dissapore, immagini: Rossella Neiadin]