mercato centrale torino

Cinque mesi fa Mercato Centrale Torino apriva in un fatiscente Palafuksas, nel popolarissimo, disagiato, quartiere di Porta Palazzo. Dopo averlo visitato molte volte e aver provato tutte le botteghe, facciamo il punto della situazione: cosa funziona e cosa no (secondo noi) nella food hall italiana più discussa del 2019. 

Nel nostro ambito chiamano riqualificazione ambientale l’operazione tramite la quale quartieri storicamente popolari vengono presi di mira dagli imprenditori del cibo, per mezzo delle loro strutture più vistosamente abbandonate a se stesse: si porta il Trapizzino là dove si rubano le borsette alle vecchiette, il Blue Stilton a pochi passi dal dormitorio dei barboni, la pizza col cornicione ben alveolato là dove c’è la fame.

Perdonate la premessa provocatoria, ma dovete ammettere che food hall come Eataly Ostiense, il Mercato Centrale di Roma Termini o quest’ultimo, a Porta Palazzo, sono parecchio divisivi. Come li vedete voi?

Sono “format sintetici”? Non luoghi artificiosamente installati fuori posto, roba per radical chic insomma, come direbbe Chef Rubio (lui, il politicamente scorrettissimo, quest’estate è arrivato ad augurare il fallimento di Mercato Centrale Torino, rendendo qualunque sua critica in merito non condivisibile)?

Oppure, al contrario, vedete simili operazioni come fiammiferi in stanze buie, punti di partenza per la rinascita di quartieri dove delinquenza e incuria regnano sovrane?

Una cosa è certa: Mercato Centrale (nato a Firenze, trapiantato a Roma, poi a Torino e presto anche a Milano) ci ha fatto dimenticare l’indecoroso stato di abbandono del palazzo di vetro realizzato Massimiliano Fuksas. Passati i primi mesi di entusiasmo generale (giustificato o no che fosse) e pienoni di curiosi, resta la sfida quotidiana di botteghe gastrofighette più o meno riuscite.

Ecco cosa funziona e cosa no, secondo noi, al Mercato Centrale di Torino.

Cosa non funziona

Le botteghe (già) chiuse

Levate il “secondo noi”, partiamo da cosa non funziona, anzi, cosa non ha funzionato, al netto delle opinioni. “La Distilleria” ha chiuso i battenti una settimana fa.

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Si trattava del cocktail bar aperto dalla torinese Distilleria Quaglia (insieme a Baladin, il cui marchio è mai comparso a chiare lettere), con i signature di Simone Mari. Ricette ispirate alla storia della mixology, tapas riuscite e grande scenografia; l’unica “bottega” aperta dopo la mezzanotte, con un ingresso a sé stante.

Però ha chiuso e questa, cari lettori, è una sconfitta per il Mercato Centrale, oltreché per le aziende che vi avevano investito. Dopotutto era dello lo spazio più grande, probabilmente il più curato, che sfidava il deserto del primo piano, tra i negozi da centro commerciale di serie B resistiti alla rivoluzione di Umberto Montano e i “laboratori”(del caffè, del cioccolato..) mezzi finiti.

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Si dice che ci penserà il Barzotto a prendere le redini del cocktail bar, e pare sia questione di poco. Intanto, di questa chiusura vi parliamo solo noi, e nel completo silenzio anche “La Macelleria Piemontese” si è spenta.

Il dehors

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L’estate ha portato con sé la necessità di uno spazio all’aperto e Mercato Centrale Torino ha improvvisato un dehors che si riduce a una manciata di tavoli nel bel mezzo del mercato, quello vero, di Porta Palazzo. Perennemente occupato dai non-clienti della food hall, che in quel quartiere ci sono sempre stati, il dehors ricorda che posti di questo tipo non hanno nulla a che fare con l’integrazione. Anzi, in qualche caso rimarcano le differenze.

Il parcheggio

Ok, non si tratta di cibo, ma due parole su questo vorremmo farle davvero, perché quella nel parcheggio sotterraneo del Mercato Centrale è stata un’esperienza davvero creepy, nonostante sia avvenuta in pieno giorno. Tutto, lì sotto, c’è sembrato un po’ abbandonato (probabilmente deve ancora essere messo a punto), compreso l’accesso un po’ nascosto all’ascensore, che per un po’ abbiamo pensato fosse quello servizio.

In più, non si capisce bene perché parcheggiare qui e non fuori: il parcheggio del Mercato Centrale costa 1,55 euro (fuori il parcheggio è a 1,50 euro) e non ci risultano convenzioni attive con chi acquista nella struttura, così come avviene da Eataly Lingotto, tanto che ipotizziamo di aver capito male noi (ma così non è).

Il Tartufo

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Volete provare una crema al tartufo? No, davvero, grazie. Quantomeno, questa è la nostra risposta istantanea, ma poi ci ricordiamo che siamo qui per provare TUTTO, e ci lanciamo all’assaggio. Ci spiace, ma dobbiamo dar ragione al nostro istinto, che generalmente ci consiglia di evitare i prodotti a base di tartufo. Meglio poco, ma in forma solida, ancora un po’ sporco di terra, grattato nel piatto.

Bocciatissime, poi, le riproduzioni dei piatti proposti (cose come i tajarin al tartufo, venduti a un prezzo non propriamente economico), plastificati in non sappiamo quale maniera e fieramente mostrati al pubblico. Uno stratagemma pratico per parlare ai turisti stranieri, sicuramente, che però a nostro avviso fa più – per l’appunto – ristorante turistico che omaggio al sampuru, storica tradizione giapponese della riproduzione in plastica dei piatti del menu.

Il pesce – Mare Nostum

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Non ce ne voglia troppo Valerio del Mare Nostrum (a Torino tutti lo chiamano così, e quasi non ci si ricorda più quale sia il suo vero cognome), una delle proposte più attese del Mercato Centrale Torino. Siamo andate da lui cariche di entusiasmo, convinte di ritrovare, da colui che è il re della cucina di pesce torinese, la sua proposta dai sapori mediterranei, quella che, ogni volta che andiamo a cena, ci fa sentire l’odore del mare della Puglia o della Sicilia.

Nulla di tutto questo abbiamo invece ritrovato nella (abbondante, ma piuttosto anonima) impepata di cozze che abbiamo ordinato, né nel fritto misto di pesce (il giudizio è grossomodo lo stesso). In più, un conto non esattamente pop, che ci fa chiedere perché venire qui, a mangiare in piatti in mater B da recuperare autonomamente al bancone, e non decidere di spendere un po’ di più e andare, serviti e riveriti, ad abbuffarsi di pesce con il menu dello storico ristorante di via Matteo Pescatore.

Come se non bastasse, il ristorante del pesce non fa orario continuato; abbiamo fatto la prova, chiedendo un piatto alle 15, e non siamo state sfamate, nonostante non fosse indicato l’orario di chiusura della cucina.  Probabilmente può permetterselo, dal momento che è una delle botteghe più attive, ma la fruizione non stop contribuisce al senso del Mercato Centrale, o no?

Il Fritto

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Troppo caro, tristanzuolo e a conti fatti poco rilevante il banco di Martino Bellicampi: a due metri da lì il Trapizzino fa dei supplì clamorosi e ciò che abbiamo assaggiato, servito tiepido, ci ha lasciate del tutto indifferenti.

Il bar

Il lotto centrale è occupato dal bar, nonché pub, firmato da Mercato Centrale stesso medesimo. Lo si evince dai anche dalla bottiglia firmata Umberto Montano con la faccia dell’imprenditore in etichetta (accanto a quella di Bruno Vespa), proposta alla mescita.

Ora, che nel luogo delle “botteghe artigiane” non ci sia nemmeno l’ombra di una birra artigianale, un po’ spiace. Si beve al banco birra Heineken (o di aziende comunque di proprietà dell’olandese) o la si ordina nei ristoranti al personale di sala. L’ambiente bar è freddino, per forza di cose.

Senza infamia né lode

Le Verdure (la Fata Verde)

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La bottega di Marcello Trentini (lo chef dello stellato Magorabin di Torino) era partita con i migliori presupposti: una scenografia convincente e una proposta “alternativa”, protagonisti i piatti tipici vegetariani.

Epperò l’angolo verde è sparito, togliendoci parte del divertimento, e di un’idea azzeccata, vendere cous cous e verdure in carpione tra tanti (tantissimi) banchi di carne, ci è rimasto il ricordo di una porzione di parmigiana pagata 9 euro sulla quale nutrivamo aspettative migliori.

Il Girarrosto e la Pasta Fresca

Per quanto l’espressione “pollo ruspante” faccia sempre un certo effetto, il Girarrosto nel bel mezzo del Mercato Centrale di Torino (ovviamente caro), sembra il tentativo di far sembrare il tutto un vero mercato, tanto che stona persino; non sembra convincere il pubblico (non si va veramente in questi posti per fare la spesa, dai!) e non alletta nemmeno noi.

Stesso giudizio per la pasta fresca di Egidio Michelis, marchio che sicuramente riconoscereste se vedeste l’etichetta. Tortelli e trofie vengono preparati al momento, oltreché venduti, e per quanto i piatti caldi siano riusciti la proposta non ci esalta, ancor più che 9 o 10 euro per un primo li paghiamo più volentieri al prêt-à-porter de “Il Cambio”, con tutto il rispetto. Apprezzeranno i turisti, senza dubbio.

La Carne della Toscana

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Alle ore 15.45 del 3 agosto 2019 abbiamo ordinato 5 arrosticini (5 euro) e una battuta al coltello di chianina (10.90 euro, cioè 11 con il resto di una Goleador) e in attesa c’eravamo noi: chi pranza a quell’ora, a Torino? Ebbene, ci è voluta mezz’ora tonda per questa mise en place degna di una mensa universitaria. Ad ogni modo, bocciarli non si può: l’unica “macelleria” rimasta in piedi fa un ottimo pulled e ha una vetrina sempre invitante.

L’Hamburger di Chianina

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Meno invogliante l’hamburger (dagli 8 euro del classico agli 11 del nobile, con crema di Parmigiano e tartufo), che probabilmente soffre la stretta vicinanza al popolarissimo Trapizzino, ma nemmeno cerca di brillare, con un’offerta banalotta nel 2019 dei panini gourmet che hanno già fatto la loro storia.

Cottura al sangue rispettata e approvata, pane irrilevante, aggiunte a pagamento proposte due, a nostra memoria, in stile Autogrill al momento del caffè. Niente di che.

Le repliche

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Nel limbo delle botteghe che è inutile recensire ci sono Alberto Marchetti, con il suo gelato e le sue ennanta sedi sulla città di Torino, nonché il Trapizzino, che a un mese dall’inaugurazione del Mercato Centrale ha aperto la sua più bella sede di sempre proprio nella città Sabauda, in quella che gli autoctoni chiamano “piazza Carlina”. Due certezze, che si sono perfettamente insediate nella food hall con spazi gradevoli. Nessuna nuova, buona roba.

Cosa funziona (o meglio, cosa ci piace)

Le Specialità Siciliane

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Appena si entra al Mercato Centrale si viene accolti da un tripudio di street food siciliano. Il timore di una delusione è tanto: ci va un attimo a rovinare la poesia di un’arancina, o di un cannolo. A rassicurarci c’è però la nomea di Carmelo Pannocchietti, che con il suo Arà – Specialità siciliane ha già riscosso successi nei Mercati Centrali di Firenze e Roma. Meritatissimi, possiamo aggiungere.

L’approccio è genuinamente siciliano (i prezzi meno, ma qui tutto è più caro): sorridente, caloroso, da vero mercato. La conquista avviene prima ancora di assaggiare la proposta di fritti, quando alla nostra domanda “li scaldate, gli arancini?” ci viene risposto: “per carità, siamo siciliani”. Tutto il contrario di quello che ci è successo al Banco di Antonino Cannavacciuolo a Vicolungo: suggeriamo di prendere appunti.

Il banco della friggitoria è leggermente riscaldato, e l’arancino (burro e prosciutto, per 3,5 euro) che ci viene consegnato è perfetto, difficile trovarne di migliori in città. C’è anche una piccola proposta di piatti del giorno (rigorosamente siciliani), preparata a vista, dietro un vetro.

La panetteria

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Vi abbiamo già detto cosa pensiamo della panetteria di Raffaele D’Errico, inserendolo nella nostra Gourmap delle migliori panetterie torinesi a poche settimane dalla sua apertura. Ma, nel caso fosse necessario, lo ribadiamo: qua trovate una delle più buone proposte di panificazione della città. La migliore, se possiamo esprimere un giudizio genuinamente personale.

Incredibilmente buono, in particolare, il pane fruttato con noci, uvetta, fichi, miele e zucchero moscovado: una delizia. Il servizio è giovane, sorridente, cortese. Una menzione speciale meritano i maritozzi alla panna, una novità per Torino che, è il caso di usare un gioco di parole, vanno via come il pane e vengono sfornati in continuazione. E poi, cari lettori, la pizza in teglia è meravigliosa, specialmente quella con i pomodorini confit. 24 euro al chilo per la farcita e passa la paura di scegliere altro: difficilmente troverete di meglio.

La Pizza

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Torino è una città dove non è difficile trovare una buona pizza napoletana: sarà la storia di grande immigrazione dal Sud Italia, sarà una certa vocazione per le cose buone ma popolari, sta di fatto che Torino ama la pizza tradizionale (anche se parallelamente ne propone una sua personalissima versione, quella al padellino).

Da oggi, c’è un indirizzo in più da segnare sulle mappe dei fan della pizza napoletana: quello di Mercato Centrale. Marco Ferro, milanese, ci sa fare con gli impasti, e a Porta Palazzo propone una selezione di pizze piuttosto classiche, dalla base corretta e dai condimenti abbondanti. Noi, per non farci mancare nulla, abbiamo provato anche la pizza fritta (9 euro): non sono moltissimi a proporla in città, ed è in fondo un manifesto della pizzeria napoletana contemporanea. Buona, non troppo unta, con un ripieno convincente nella quantità e nella qualità. Prezzi accettabili.

La Spesa di Cortilia

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Il primo punto vendita offline dell’e-commerce di artigiani del cibo ci piace. Un luogo dove comprare, scegliere prodotti da farsi spedire, ritirare la spesa del proprio carrello digitale. A conti fatti, risulta un Eataly in miniatura, con un focus sui “vini naturali”, sul fresco, e qualche posto a sedere per consumare bowl rigorosamente bio cucinate in loco (tra le poche proposte light di Mercato Centrale, tra gli 8 e i 10 euro). C’è sempre qualcosa in assaggio e tanto ricambio.

Il Ristorante

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Il ristorante firmato Farmacia del Cambio, bistrot de “Il Cambio” (una Stella Michelin) dalla cucina piemontesissima, è riuscito. Si distingue, innanzitutto, con una cucina a vista che già invoglia, e il servizio, che non trovate altrove. Bicchieri di vetro e piatti di ceramica (che lusso!), personale gentilissimo, prezzi che risulterebbero normali per l’offerta, se non fosse che quelli degli altri sono sopra le righe.

Si va dagli 8 euro della “giardiniera” ai 12 di “coniglio, acciughe e catalogna cimata”. L’insalata russa come Dio comanda, il vitello tonnato, il tonno di coniglio in agrodolce: si mangia quella roba lì, con tutti i crismi, e volendo si fa la degustazione in tre portate a 30 euro (con calice di vino, acqua e caffè inclusi), sentendosi trattati come al ristorante.

L’Uovo, la Zuppa e altro – Carbone Bianco

mercato centrale torino; davide scabin

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L’uovo strapazzato di Davide Scabin, altro stellato (Combal.Zero, Rivoli, TO) che ha partecipato alla sfida di Mercato Centrale, è una golosità declinata in vari gusti. Pani stracolmi, comfort food ben elucubrati, che si chiamano come le città, in base ai topping, e costano 8 euro; se siete fortunati trovate lo chef che strapazza, se non vi piacciono le uova potete ripiegare su zuppe e frittate.

I formaggi

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Promosse anche le due botteghe dedicate ai formaggi: “i Formaggi e i Salumi di Beppe Gioviale” e “il Burro e i Formaggi delle Langhe e degli Alpeggi, di Beppino Occelli“.

Devono essersi messi d’accordo molto bene (no, non è scontato) perché le offerte dei due punti vendita risultano complementari e in entrambi i casi allettati. Quello di Beppe Gioviale è più un negozio (di lusso), con vasta scelta sulla Francia e sul latte crudo, e qualche cammeo, come un discreto casatiello.

Beppino Occelli, che poi è il celebre produttore (quello del burro e del Testùn al Barolo), invece propone piatti caldi, oltre ai taglieri (10 euro): polenta con fonduta, agnolotti del plin, gnocchi della Val Varaita, a prezzi più che accettabili.

Il Vino

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La selezione di Luca Boccoli è convincente, anzi notevole, varia e articolata, con un bel focus sui vini “naturali”, belle proposte alla mescita e grandi etichette a disposizione; lo è meno l’ambiente di quello che vorrebbe risultare un wine-bar, ma che non invoglia a sedersi e tirar giù di gomito in compagnia.

Senza andare per esclusione (saremmo ingiuste nei confronti della “bottega”) è il miglior posto in cui bere al Mercato Centrale di Torino.

Il Mulino – Viva la Farina

Spezziamo una lancia a favore del mulino in scala (funzionante) riprodotto al Mercato Centrale e dei mix di farine personalizzabili in base alla panificazione domestica dell’avventore: ma lo avete notato o no? Perché lo spazio pare sempre vuoto, nonostante la farina in questione sia tra le migliori in circolazione.

[Foto: Chiara Cavalleris per Dissapore]

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