di Cinzia Alfè 1 Dicembre 2017

Ricevere la prima stella Michelin e andarsene dal ristorante baciato da simile fortuna neanche 15 giorni dopo? Fatto!

Chi è riuscito nell’impresa singolare è Eugenio Boer, chef neo-stellato di Essenza a Milano che ha lasciato il ristorante senza per ora dare spiegazioni.

Un comportamento poco comprensibile, come fa notare il critico mascherato del Corriere Valerio Visintin che, raggiunto al telefono lo chef si è sentito rispondere: “Non dico assolutamente niente, non POSSO dire niente”.

Vi anticipo, state pensando che la vita tutto sommato va avanti e i problemi del mondo sono altri, ma riconoscerete che la situazione è anomala: ricevi la stella Michelin, festeggi alla presentazione della guida e dopo 15 giorni “bye- bye”, chi si è visto si è visto.

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E l’ambita stella, che fine fa? Resta al ristorante che se l’è aggiudicata causa abilità dello chef, anche se lo chef se n’è andato?

L’astuto critico mascherato ha escogitato un tentativo ulteriore per saperne di più, nella forma di una cliente smaniosa di prenotare al ristorante. Ma anche in questo caso non ha avuto fortuna:

“Domani siamo al completo, abbiamo avuto un boom di prenotazioni e saremo al completo fino al 10 dicembre, poi chiudiamo per lavori di ristrutturazione. Richiami ai primi di gennaio”.

Mmm… qualcosa non quadra.

Forse quel qualcosa riguarda il fatto che il ristorante, da qualche tempo, non navigasse in acque placide, cosa abbastanza risaputa, come scrive il Gambero Rosso alludendo alla proprietà, la stessa del ristorante Gallura di Milano.

Boer pare fosse da mesi con un piede sull’uscio, pronto ad andarsene, non si sa se sua sponte o, come ventilato da più parti, perché gentilmente accompagnato alla porta.

Ma il punto non è la legittima scelta gestionale di un ristorante che intende affidarsi a un nuovo cuoco, né l’eventusale desiderio di Boer di cambiare aria.

Il punto è la stella. Quella stella che molti inseguono e che quando arriva porta onore, fama e anche un non disprezzabile aumento del fatturato.

Una stella che non è caduta come una delle Perseidi nelle calde notti di agosto, ma di cui lo chef è stato informato poco prima che venisse assegnata dalla “Rossa”, come da prassi.

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Non sarebbe stato corretto, in quel momento, informare che si stava per lasciare il ristorante? E giacché la notizia pare circolasse da tempo tra gli addetti ai lavori, è possibile che nulla sia giunto alle orecchie della Guida Michelin, che ha assegnanto la stella come se nulla fosse, con superficialità, mentre critici, giornalisti e blogger erano già al corrente dell’abbandono imminente?

L’unica spiegazione potrebbero essere dei patti contrattuali vincolanti, tra chef e proprietà, che abbiano impedito la diffusione della notizia urbi et orbi, Michelin compresa, fino al momento dell’effettivo trasloco.

Ma anche in questo caso, da questa faccenda nessuno ne esce fuori trasparente:

— non lo chef, che forse avrebbe potuto, una volta a conoscenza del riconoscimento, dire o lasciare almeno intuire che le valigie erano pronte;

— Non i ristoratori, per lo stesso motivo.

— Neanche la Michelin, i cui criteri di assegnazione, dopo questa stella orfana di padre, sono ancora più fumosi.

[Crediti: Mangiare a Milano, Gambero Rosso]

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