di Luca Iaccarino 8 Gennaio 2019

Chi abbia una capacità di spesa normale e sia appassionato di ristoranti, quando può ne prova uno nuovo e di solito si avvicina alla cucina del cuoco ordinando il menu degustazione.

Più che corretto: non ho mai provato i piatti di uno chef, mi affido a lui perché mi conduca per mano mostrandomi un po’ tutto il suo catalogo di meraviglie.

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Questo fa sì che la cena in un nuovo locale siderale sia sempre molto impegnativa, molto costosa, molto lunga. Ma è giusto così: non ci conosciamo, al primo appuntamento ci studiamo a lungo e con attenzione.

Il vero lusso, però, è passare allo step successivo: ormai conosco il lavoro di quel cuoco, mi piace assai, e ci vado non per una “panoramica esaustiva delle sue proposte” ma, semplicemente, a cena.

E dei suoi piatti in carta mi intrigano particolarmente due. E mi prendo quei due, come faccio normalmente in un ristorante quotidiano.

Per fare l’esempio estremo, con il ristorante più celebre del pianeta: alla Francescana i menu costano 250 e 270 euro, che diventano 390 e 450 con l’abbinamento dei vini.

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Invece, ci tornassi, mi guarderei la carta e ordinerei magari spaghetto cotto in fondo di crostacei con battuto di gamberi rossi e verdure (€70) e astice in doppia salsa spumosa, acida e dolce (€90).

Spenderei 160 euro, diciamo 200 col vino, uscirei felice come una pasqua, più leggero dal punto di vista del conto (sempre relativamente parlando, ne’), del tempo, del corpo.

Insomma: farei un uso ordinario di un luogo straordinario. Questo è il vero lusso.

(Direte: perché lo scrivo e non lo faccio? Ma perché non trovo posto, vaccaboia!)