di Valentina Dirindin 11 Maggio 2020
ristoratore protesta milano

Paolo Polli, uno dei tanti proprietari di ristoranti di Milano, è diventato famoso in meno di una settimana. “Come Brad Pitt”, dice lui, che sicuramente si distingue per spirito di iniziativa. Con al sua sua protesta pacifica, iniziata il 6 maggio dopo la “manifestazione delle sedie” e le multe elargite dalla Digos agli imprenditori presenti, distanziati e con mascherine, si è messo in testa di migliorare la situazione stanziando sul luogo del misfatto, dormendo in una tenda sotto la pioggia, facendo presenti le proprie ragioni alle brevi ma intense, sempre più frequenti, ospitate televisive che lo vedono protagonista.

Una vita passata a mettere su un birrificio in provincia di Sondrio e quattro locali a Milano che si occupano di pizza, street food siciliano e birra ieri sera ha rubato la scena a soubrette e politici a Non è la D’Urso, il The Oprah Winfrey Show che ci meritiamo.

Se le multe ai ristoratori disperati hanno fatto notizia (persone che, è bene ricordarlo,già di per sé in questo momento non se la passano per nulla bene, e che stavano protestando pacificamente e mantenendo le distanze: quei 400 euro di sanzione, in un contesto del genere, sono diventati una beffa), ora una tenda verde fissa all’Arco della Pace mantiene i riflettori accesi sul settore della ristorazione.

Così, mentre gli altri manifestanti tornano a casa con le pive nel sacco, Paolo Polli decide che è il caso di fermarsi lì, all’Arco della Pace, a manifestare in solitaria con tanto di sciopero della fame. Dapprima perché le autorità annullino le multe fatte quella mattina, e in seguito per dar voce alle rivendicazioni dell’intera categoria. L’attenzione, in effetti, Paolo Polli è riuscito ad attirarla: accanto alla sua postazione, dove ha montato una tenda per ripararsi dal freddo e dalle intemperie, c’è una processione di microfoni, telecamere e giornalisti. Anche noi, quindi, abbiamo ascoltato quello che ha da dire questo ristoratore diventato il simbolo di una protesta.

– Partiamo dal principio: qual è la tua situazione imprenditoriale?

“Ho quattro locali e un birrificio: è tutto chiuso tranne la pizzeria, che sta facendo asporto. In totale parliamo di una quindicina di dipendenti a cui ho dovuto anticipare personalmente qualche soldo per aiutarli ad arrivare alla fine del mese: abbiamo provato a metterli in cassa integrazione, ma per ora non abbiamo avuto risposta”.

– Proviamo a quantificare le perdite di questi due mesi di inattività?

“Non saprei esattamente, parliamo di qualcosa come 25-30mila euro di mancato guadagno, a cui va aggiunto il fatto che le spese come affitti e utenze sono rimaste le stesse”.

– Da quanti giorni sei lì? Mangi? Come stai?

“Sono in piazza da mercoledì mattina, non sto mangiando ma bevo. Sto bene, a parte da quando ha iniziato a piovere. Ho messo su una tenda ma si è già staccato il telo impermeabile e mi sono bagnato. Ora mi sto riparando con l’ombrellone che mi aveva regalato un cittadino dopo che mi ero scottato restando qui seduto al sole”.

– Inizialmente protestavi perché togliessero le multe ai manifestanti. Ora la situazione è cambiata?

“La protesta è iniziata come conseguenza delle multe: quella mattina ho visto dipendenti e ristoratori piangere e ho pensato “io adesso rimango qua finché le multe non verranno annullate”. Sapevo che era un segnale forte e infatti stanno arrivando giornalisti e televisioni anche da tutto il mondo. L’obiettivo è quello di approfittare del poco buon senso che hanno avuto nel farci quelle multe per portare avanti le nostre problematiche, quelle di un settore che attualmente non può ripartire”.

– Cosa chiedi esattamente?

“Di poter riaprire in dignità. Per adesso dovremmo riaprire con un 100% di spese e con una previsione di circa il 20% di incasso. L’unica soluzione sarebbe portare le spese allo stesso livello delle previsioni di incasso, con una riduzione tasse e accise, almeno per un annetto. E ovviamente ottenere la cassa integrazione per i ragazzi che non potranno lavorare. Se non danno la cassa integrazione, perlomeno che ci tolgano le tasse sui dipendenti. E che ci diano qualcosa a fondo perduto per comprare sedie, tavoli, pedane: il necessario per allestire un dehors, visto che pare che stare all’aperto sarà una delle condizioni per poter ripartire più facilmente”.

– A chi rivolgi queste richieste? Allo Stato, alla Regione, al Comune?

“Allo Stato che decide per quello che riguarda determinate cose, al Comune per esempio per le tasse sulla spazzatura e sul suolo pubblico. Noi capiamo che il Coronavirus non è colpa dello Stato, ma lo Stato cosa ha fatto per noi? Non ci hanno ancora levato tasse del suolo pubblico e della spazzatura di aprile e marzo, mesi in cui non eravamo neanche aperti”.

– Questi problemi sono comuni a molti esercizi commerciali, però. La situazione della ristorazione è peggiore delle altre?

“Dipende dai casi. Certo, c’è anche chi sta messo peggio di noi: pensa ai concerti e ai teatri. Tutti siamo in crisi, a parte chi produce mascherine e detergenti”.

– Dunque dovrebbero scendere tutti in piazza a fare lo sciopero della fame?

“No, ma dovrebbero chiedere di fare le cose velocemente, perché non c’è più tempo, qua la gente si uccide. Devono dare regole precise che ci portino a lavorare in maniera dignitosa. Nessuno pretende di fare i miliardi in questo periodo, ma bisogna avere a mente che l’Horeca rappresenta il 25% del Pil: se si ferma è un guaio per tutti, pensa solo agli agricoltori e a tutta la catena produttiva degli alimenti che utilizziamo”.

– Non pensi che sia complicato gestire una situazione emergenziale come questa?

“No, io ho chiesto cinque cose, che non mi sembrano complicatissime da metter in atto”.

– Sì, ma se queste cinque cose vengono fatte per tutte le categorie in crisi, non c’è il rischio che non ci siano soldi per coprire tutto quanto?

“Eh ma sei non fai questo non apriamo. Bisogna risparmiare su altro, non c’è alternativa. Se non ci sono soldi bisogna aumentare il debito pubblico, fare accordi con l’Europa, fare qualcosa, perché se ci fermiamo qui si blocca tutto. Non è che lo Stato è socio quando paghiamo e quando c’è da restituire non lo è più. Se non hanno i soldi li hanno rubati, perché le tasse le abbiamo pagate. Se invece li hanno li devono tirare fuori. Che poi non chiediamo neanche che li tirino fuori, semplicemente dovrebbero incassarne meno: noi chiediamo che ci facciano degli sconti sulle tasse. Le tasse dovrebbero essere proporzionali al guadagno”.

– Ma non è già così? E se si propone la disobbedienza fiscale, come propone il “Movimento Ho.Re.Ca. Unita”, come paghiamo quelle stesse misure emergenziali?

“Ma no, il movimento Ho.Re.Ca. Unita non c’entra niente con noi, siamo staccati completamente. Quello è un modo di minacciare lo Stato, ma non è quella la soluzione. Noi non vogliamo fare una protesta urlata, vogliamo far capire al governo che abbiamo davvero bisogno. Bisogna avere buon senso da tutte e due le parti se no non si riparte più”.

– Quando interromperai la tua protesta?

“Sto aspettando il nuovo decreto: se non toccherà almeno qualcuno dei punti che ho posto, andrò avanti, ma a quel punto tutti scenderanno in piazza, credimi”.

– Quindi pensi che la tua protesta possa avere una qualche influenza sulla stesura del nuovo decreto?

“Sì, perché c’è stata molta attenzione su questa cosa. Se il Governo ha un po’ di dignità non può ignorare le richieste di una persona di 54 anni che dorme in piazza in mezzo all’acqua per far sentire le rivendicazioni di un settore. Parafrasando quel che diceva Conte in uno dei suoi discorsi (a proposito delle banche, ndr.), si metta una mano sulla coscienza e faccia lui un atto d’amore per noi Italiani”.