di Valentina Dirindin 9 Luglio 2020
ristorante

Quante volte siete stati al ristorante da quando è finito il lockdown? E in quanti vi hanno chiesto se al tavolo eravate congiunti? Perché a me è bastata una settimana di vacanza in Liguria per pensare “ohibò, abbiamo sconfitto il Coronavirus”. Sì, giuro, ho pensato “ohibò”, visto che il mio turpiloquio va tenuto a bada quando sono in vacanza con i bambini. Ed essendo in vacanza con i bambini ho portato con me tutta la task force d’ordinanza: nonni, zia (facente le veci di baby sitter) coppia di amici con figli. Insomma, in Liguria eravamo la metà di mille, giusto per dare il nostro contributo alla ripartenza del turismo e alle code autostradali.

Quante volte siamo andati a mangiare fuori, in questa vacanza? Dodici, se si contano le cene. Ben oltre la decina, se consideriamo pranzi, aperitivi e drink dopo cena. Abbiamo sempre prenotato telefonicamente, ci siamo non troppo ordinatamente accomodati al tavolo, abbiamo mangiato, bevuto e pagato. Quante volte, in queste dodici (mal contate) occasioni, c’è stato chiesto quanti di noi fossero conviventi, in modo da – eventualmente – rispettare la distanza interpersonale prevista dalle Linee Guida per la riapertura delle attività economiche e produttive della Conferenza delle Regioni? Zero.
Ed è lì che ho pensato ohibò eccetera eccetera.

Distanziamenti, ma dove?

La situazione non è che cambi granché in Piemonte, dove vivo. Nè in Lombardia, né in Lazio, né in Toscana, né altrove, a quanto intuisco confrontandomi con i colleghi di Dissapore. Tutti noi, appena possibile, abbiamo prenotato decine e decine di cene fuori, come tossici in crisi d’astinenza. Trattorie, ristoranti, osterie, pub, bar, pizzerie più o meno blasonate. Distanziamenti inesistenti e una pressoché totale noncuranza delle disposizioni vigenti in materia. Certo, qualche caso di multa per un tavolino di amici non conviventi durante un aperitivo c’è stato, ma è stato talmente sporadico da diventare notizia. Se dovessimo basarci sulla nostra esperienza e calcolare la percentuale di quanti ci hanno dato istruzioni sul distanziamento interpersonale tra non conviventi, la percentuale sarebbe molto, molto prossima allo zero. E ad alzarla un po’ – bisogna dirlo – sarebbero alcuni stellati. Luoghi in cui la prenotazione, di per sé, è sempre stata più macchinosa dei posti quotidiani.

Cosa prevede la legge

Le Linee Guida per la riapertura delle attività economiche, produttive e ricreative sono state adottate più o meno all’unanimità da tutte le Regioni italiane, e anche laddove siano state definite normative autonome, la disposizione è sempre quella: è obbligatorio garantire il distanziamento interpersonale (chi dice un metro, chi dice due) tra le persone non conviventi. In particolare, le linee guida regionali dicono quanto segue: “Il distanziamento interpersonale non si applica ai membri dello stesso gruppo familiare o di conviventi, né alle persone che occupano la medesima camera o lo stesso ambiente per il pernottamento, né alle persone che in base alle disposizioni vigenti non sono soggetti al distanziamento interpersonale (detto ultimo aspetto afferisce alla responsabilità individuale)”.

Come fa il ristoratore a stabilire se i suoi clienti sono o non sono conviventi? Non può, naturalmente, o almeno non è giusto che sia sua competenza farlo. Infatti – dicono le linee guida – “detto aspetto afferisce alla responsabilità individuale”. Quindi, io mi prendo la responsabilità, eventualmente, di dichiarare il falso e dire che il mio fidanzato è un mio convivente, quando invece sto ancora a casa di mammà. Ma, probabilmente qualcuno dovrebbe chiedermelo. Dico “probabilmente” perché su questo la normativa è, volutamente o colpevolmente, vaga. Quel “detto aspetto afferisce alla responsabilità individuale” pone effettivamente un dubbio, a cui i ristoratori si sono (evidentemente) aggrappati: se non mantengo le distanze, sostanzialmente, è affar mio.

È una questione di concorrenza

Insomma, tanto per cambiare non si capisce granché, ma è più o meno certo che il distanziamento sociale al ristorante e al bar, conviventi o non conviventi, in pochi lo mantengono. Certo, direte voi, che senso ha stare distanziati al ristorante se fino a un secondo fa abbiamo allegramente fatto l’amore senza mascherina (parlo di un ipotetico caso di due fidanzati non conviventi, intendo, non certo di me e della coppia di amici con cui sono andata al mare)? Nessuno, effettivamente. Ma il principio è un altro: le regole possono essere giuste o sbagliate. Se sono sbagliate, si fa di tutto perché vengano cambiate. Ma fintanto che ci sono andrebbero rispettate.

Se non altro perché – nel caso della ristorazione di cui stiamo parlando – altrimenti si genera un corto circuito di concorrenza sleale. Il ristoratore che chiede le generalità dei clienti, che si fa i fatti tuoi chiedendo se tu e i tuoi commensali siete conviventi, che si attrezza con il plexiglas sui tavoli, avrà un danno economico, causato anche da chi ha deciso di puntare tutto sulla responsabilità individuale del cliente.

Adeguarsi alla situazione: Puglia, lo stai facendo bene

La realtà dei fatti, comunque, è sotto gli occhi di tutti: fatta eccezione per qualche caso sporadico (ho visto perfino un tavolo per due diviso dal plexiglas) nessuno al momento della prenotazione chiede o dà istruzioni sul distanziamento sociale. Nemmeno se si prenota una tavolata, nemmeno se si prenota per tre adulti (che difficilmente saranno conviventi).
Il distanziamento viene rispettato poco e, se dobbiamo dirla tutta, anche tutto il resto (plexiglas alla cassa, invito al pagamento elettronico, mascherine obbligatorie ogni volta che ci si alza dal tavolo eccetera).
E c’è chi, ovviamente, inizia ad adeguarsi alla situazione, come la Regione Puglia, dove il presidente Michele Emiliano ha firmato giusto ieri un’ordinanza che proietta i ristoranti del territorio direttamente nella Fase 4, quella in cui si smette di raccontare la barzelletta del distanziamento obbligatorio al tavolo e si dice “fate un po’ quello che volete, pure se non siete conviventi”.

Un’ordinanza che, sinceramente, mi sembra sensata, se non altro perché prende atto di una situazione già di fatto esistente, legalizzandola. Un po’ come succede alle famiglie arcobaleno. Ah, dite di no? Allora meglio continuare a parlare di ristoranti.