di Anna Silveri 29 Marzo 2019

Basta. Vogliamo più confezioni biodegradabili. È tempo di ridurre gli sprechi di plastica. Le cannucce hanno rotto, abbandoniamo progressivamente anche i prodotti usa e getta. La plastica negli alimenti ha rotto le scatole, insomma.

Come ci ha chiesto di fare ieri l’Europa, approvando misure che vietano entro il 2021 posate e piatti monouso, contenitori per alimenti in plastica, sacchetti e box in polistirolo espanso. Quelli usati per i panini dei fast food, così ci capiamo.

Le premesse dell’UE sono chiare: l’80% dell’inquinamento marino è causato dalla plastica che, ritrovata in pesci e molluschi, finisce nella catena alimentare.

Il testo legislativo è stato approvato con 560 sì, 35 no e 28 astensioni, e stabilisce alcuni obiettivi:

  • entro il 2029 il 90% delle bottiglie di plastica dovrà essere raccolto separatamente;
  • entro il 2025, il 25% delle bottiglie di plastica dovrà contenere materiale riciclato;
  • entro il 2030 la quota dovrà salire al 30%.

Ovviamente la direttiva dovrà essere recepita dai singoli Paesi, Italia compresa.

Vogliamo vedere questo impegno manifestarsi sugli scaffali dei supermercati. Fate scorte del cosiddetto “eco-design”, gli imballi creati per essere riciclati e avere durate inferiori rispetto alla solita maledetta plastica, che provoca l’80% dell’inquinamento marino.

Indicate nei contenitori alimentari o nelle tazze per le bevande le informazioni per riciclare gli scarti in modo consapevole, e mandate in pensione anche il tetra-pak. Prima lo fate, meglio è.

Cosa vogliamo trovare al posto di tutto questo?

Dateci alternative. Confezioni in carta erba, per esempio, oppure in fibra di legno. Reclamiamo le bio-plastiche, meglio se ricavate da residui naturali tipo caffè, barbabietole oppure l’olio di frittura. O gli italiani devono essere gli ultimi che si accodano alla tendenza delle bioplastiche a base vegetale?

Giusto qualche giorno fa, qui su Dissapore, vi abbiamo parlato di imballaggi per alimenti in cera d’api, raccontandovi di due aziende italiane, Beeopak e Apepak, che realizzano packaging sostenibili, naturali, e lavabili, partendo appunto dalla cera d’api. Ma si tratta di mosche bianche, considerando la situazione italiana.

In Giappone con gli alimenti scadono pure gli imballi, giacché sono fatti combinando zucchero e cera, e le bottigliette d’acqua a base di alghe si possono mangiare con discreta soddisfazione. Sì, mangiare.

Incoraggiate le aziende italiane che producono materiali compostabili destinati al cibo, ancora troppo poche. Ce ne sono che ricavano le bioplastiche dal latte, oppure dagli scarti della canapa, altre producono pellicole e cassette per la frutta con residui vegetali. Sostenetele, premiatele, fategli pubblicità.

L’ambente prima di tutto, maledizione!

[Fonte | Il Sole 24 Ore]