Funziona così: vai al supermercato sotto casa un attimo, perché ti manca che ne so due uova, o un’insalata, per la cena. Poi ovvio, già che sei lì ti accorgi che serve qualche altra sciocchezza, e arrivi alla cassa col carrello semivuoto, quattro o cinque cose al massimo. La cassiera batte, ti guarda placida e fa: sono 37 euro e venti centesimi. Ma no, pensi, ci dev’essere un’errore, io sono sceso a comprare le uova, non a fare la spesona per la settimana. E invece: un euro e mezzo in più di qua, 90 centesimi di là, e ti ritrovi col portafogli vuoto.
Questo è quello che ha sperimentato, in maniera crescente e ripetuta, negli ultimi anni la maggior parte di noi (quelli più fortunati in verità, perché ci sono anche quelli che arrivano coi soldi contati, prendono l’essenziale e comunque rischiano di dover togliere qualcosa alla cassa). Tecnicamente si chiama inflazione alimentare, e indica quanto il carovita colpisce la spesa per il cibo. La risposta è: tanto. E colpisce dove fa più male. Ma perché?
Inflazione generale e inflazione alimentare
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Se si prendono i dati sull’inflazione che l’Istat fornisce mese per mese, si vede che i prezzi salgono, ma non si ha la percezione netta del dramma. A settembre di quest’anno, per esempio, l’inflazione generale sale al 4,2% (da +3,3% di agosto), in maggior parte per la crescita dei prezzi dei beni energetici (da +17,1% a +22,6%). “Nel settore alimentare, la dinamica tendenziale dei prezzi evidenzia un’accelerazione (da +1,0% a +1,7%) dovuta interamente alla componente non lavorata (da +3,8% a +5,5%), che si riflette anche sul “carrello della spesa” (da +0,9% a +1,5%)”.
Certo sono aumenti che fanno impressione, ma si tratta pur sempre di numeri a una cifra, dovrebbero tradursi in aumenti di centesimi, qualche euro al massimo: perché sembrano così più alti? Spoiler: perché lo sono. E ce ne accorgiamo appena allarghiamo lo sguardo. All’inizio di quest’anno per esempio è stato fatto un conto complessivo, e si è visto che negli ultimi quattro anni i prezzi dei beni alimentari sono andati su del 24,9%. Un quarto, questo già assomiglia di più alla percezione che abbiamo.
Crisi energetica e apocalisse climatica
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Poi se torniamo un attimo alle statistiche per settore che citavamo sopra, capiamo anche che i settori sono separati ma connessi: quella che oggi è inflazione galoppante delle materie prime e dell’energia soprattutto, domani si ripercuoterà sugli altri beni, perché energia vuol dire trasporti, e trasporti vuol dire filiera. Quindi Trump fa la guerra all’Iran, e il conto lo paghiamo noi.
Anche la crisi climatica che quest’estate ha toccato picchi palpabili da chiunque, scettici compresi (e gli esperti dicono che le prossime estati saranno peggio) prima o poi si ripercuoterà sul cibo.
Intanto a livello europeo l’inflazione alimentare a settembre ha registrato una flessione (cioè capiamoci, i prezzi sono sempre aumentati, diminuire mai figuriamoci, ma meno che nei mesi precedenti) ma il dato va analizzato. Lo ha fatto il blog della Banca Centrale Europea – non proprio un covo di pericolosi comunisti insomma – e ne ha tratto conclusioni non rassicuranti.
C’è una congiuntura favorevole data dai raccolti dell’anno, tutto sommato buoni finora soprattutto riguardo a cereali e semi, e dall’abbassamento dei prezzi sui mercati internazionali di alcune materie trainanti come caffè, tè, cioccolato e zucchero. Ma per quanto durerà? L’idea è che alcuni eventi hanno un effetto ritardato:
Consideriamo innanzitutto lo shock energetico: ci vuole tempo perché i prezzi dell’energia incidano sui prezzi dei prodotti alimentari. Sebbene l’energia influisca direttamente sulla produzione alimentare, i maggiori costi energetici hanno anche un impatto indiretto significativo sulla produzione alimentare. I costi energetici si diffondono gradualmente attraverso le catene di approvvigionamento, influenzando i costi di trasporto, fertilizzanti, imballaggio e lavorazione. Questi effetti indiretti possono richiedere diversi mesi per manifestarsi nei prezzi al consumo.
Idem per gli effetti dell’estate estremamente calda e secca che abbiamo avuto: le ripercussioni si sentiranno a partire dall’anno prossimo. La somma di questi elementi fa prevedere alla BCE un aumento dei prezzi alimentari costante fino a toccare il +3,4% nel terzo trimestre del 2027.
Scaffali vuoti e disagio sociale
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Gli scaffali vuoti dei supermercati al sud – dovuti alle proteste degli autotrasportatori che stanno bloccando tutto – così come le vetrine rotte al nord, non sono il problema. Sono il sintomo, un sintomo del disagio sociale che c’è e che continuerà ad esserci anche quando – con le buone o con le cattive – le proteste finiranno.
Sempre la BCE mette in luce la questione dell’inflazione percepita: perché gli aumenti dei prezzi sembrano ancora più pesanti di quello che matematicamente sono? Perché il cibo si compra coi soldi, e i soldi si guadagnano coi salari: e i salari non sono aumentati, negli ultimi anni, in maniera proporzionale. Questo vale per l’Europa, e si sente ancora di più in certi paesi, tra cui l’Italia.
Poi c’è la questione generale che non viene più di tanto ricordata: il fatto che un’inflazione che colpisce i beni primari come il cibo più degli altri, è in sostanza una tassa sulla povertà. Perché le famiglie a basso reddito sono quelle che spendono la maggior parte delle loro entrate in beni primari: perciò paradossalmente più si impoveriscono più la loro spesa aumenta, perché mangiare bisogna farlo comunque. È una cosa controintuitiva ma semplicissima, sta nelle prime pagine di ogni manuale di microeconomia.
Solo che finora la credevamo una caratteristica dei paesi poveri. Adesso sta succedendo anche da noi. Il problema non sono gli scaffali vuoti, ma i prezzi che ci saranno scritti sopra quando torneranno a riempirsi.