La Punta di Cornetto Algida: Prova d'Assaggio

Quei buontemponi della Algida hanno capito che a sto mondo tutto s’è inventato e si sono dati al marketing della nostalgia; quest’estate hanno provato, invano, a prenderci per la gola con il Cornetto gourmet firmato Isabella Potì e adesso se ne sono usciti con La Punta di Cornetto, il lieto fine di cialda e cioccolato dell’iconico cono confezionato, fattosi snack e venduto (anche) separatamente, senza quell’inutile gelato.

Il feticcio della ritualità

Ricoprire internamente la cialda di cioccolato fondente fu un brevetto della gelateria napoletana Spica, che vendendo i diritti del Cornetto ad Unilever, negli anni ’70, fece la fortuna – una delle fortune, mettiamola così – di Algida.

Un escamotage tecnico per far rimanere la cialda croccante e un marchio impareggiabile: nessun’altra industria di gelato avrebbe potuto, da quel momento in poi, chiamare il proprio cono Cornetto. Pensateci, vi vengono in mente nomi di altri coni confezionati? Eppure ci sono, lo sapete, e hanno nomi propri, con lettere maiuscole.

La Punta di Cornetto Algida: Prova d'Assaggio

Insomma, il cornetto Cornetto aveva tutte le caratteristiche del successo in potenza. Ma nessuno, sono certo, si sarebbe aspettato che avrebbe rappresentato un rito, per generazioni di bambini e adolescenti: azzannare voracemente il gelato per arrivare alla punta di cioccolato oppure avanzarla, volutamente, per donarla. O ancora, chiedere di avanzarla per sé, pestando i piedi, e riceverla come fosse il regalo migliore del mondo.

Ah, il sapore della rinuncia.

Cuore di panna“, cialda , granella di nocciole e cioccolato come topping: chissene importa. Ciò che conta è la punta finale, che richiama golosamente lo stesso sapore con cui la merenda inizia(va), la perfetta chiusura del cerchio.

Ebbene, ora la chiusura di quel cerchio ce la compriamo. La ritualità che ci ha affezionati al Cornetto, che ci rende complici al bar della piscina pure se non ci conosciamo (che ci fa baccagliare..scusate) è diventata un feticcio acquistabile fuori frigo, al bar e nei supermercati, a 1 euro per sedici grammi.

50 euro al chilo, porca miseria!

L’assaggio

Io che nostalgico lo sono per davvero, se mi dite Cornetto non penso tanto alla punta di cioccolato, quanto a Sharon Zampetti, la biondissima de I ragazzi della terza C, che con voluttuosa libidine aggrediva il “cuore di panna”, in un product placement davvero riuscito, almeno con me.

Ma poiché tutti ne state parlando e a quanto pare gli altri redattori di Dissapore non stanno trovando la Punta di Cornetto nei supermercati vicino a loro, mi tocca prendere il nuovo snack Algida nel bar della provincia di Piacenza in cui l’ho intercettato, stamattina.

La Punta di Cornetto Algida: Prova d'AssaggioLa Punta di Cornetto Algida: Prova d'Assaggio

Tutto il piacere della mitica punta“, recita il dispenser studiato per l’horeca, e cavolo, ce la mettono tutta questi dell’Algida per farmi ripensare a Sharon Zampetti.

Mi do uno schiaffo, torno alla realtà, di punte di Cornetto devo comprarne due: una la proverò a temperatura ambiente e l’altra la metterò nel freezer. Nonostante lo snack feticcio sia nato per la conservazione fuori frigo, voglio capire fino in fondo se riesce a riprodurre il gusto della “punta” come l’abbiamo conosciuta.

8 centimetri per 84 calorie, cacao magro e cialda di farina di frumento come ingredienti principali, ai quali si aggiungono i grandi classici dei gelati confezionati: olio di cocco, burro di cacao, lecitina di soia e aromi naturali.

La Punta di Cornetto Algida: Prova d'Assaggio

A temperatura “bar di provincia piacentina”, quindi diciamo una temperatura ambiente un filo più alta di quella che siamo abituati ad avere in casa, la cialda risulta compatta e croccante. L’effetto cialda cotta/molliccia che talvolta capitava nel gelato è per fortuna scongiurato.

Il cioccolato è di buona scioglievolezza, con richiami al gianduia (che non riscontro in alcun modo tra gli ingredienti; nessun rimando a nocciole o affini). Masticando si ha la stessa familiare sensazione, quella che tutti abbiamo provato, e che la Algida ha voluto riproporci in formato mignon.

Se il Cucciolone era dieci morsi dieci, qui siamo sui due morsi e mezzo, massimo tre.

A temperatura freezer le sensazioni tattili sono pressoché identiche, con un cioccolato che ça va sans dire, è più compatto, la cialda ugualmente perfetta.

Si poteva fare di meglio? Direi di no, considerando che parliamo di un prodotto industriale su larga scala.

A questo punto, cari dell’Unilever & parenti della produzione per la grande distribuzione organizzata, due idee ve le passo io: che ne dite del culo del salame, lo vogliamo fare un sacchetto? Poi, le croste del Grana mi pare si vendano già, ma possiamo studiare packaging più invitanti, la “pellicola” di polenta che rimane sul fondo del paiolo sarebbe un gran bel prodotto e credo sia il caso di accumulare sottocrosta di Fontina valdostana per rivenderli a peso d’oro.

Vorrei tanto trovare al supermercato uno shottino di “Bevenuti al mare” di Mauro Uliassi, ma forse vi viene più facile confezionarci la golata finale del Calippo (senza brandelli di carta bagnata, per favore).

commenti (3)

Accedi / Registrati e lascia un commento

  1. Avatar Enrico ha detto:

    Interessante e divertente! Proverò anch’io a punire la punta tralasciando l’ormai “inutile” gelato! Bravo Alessandro!

  2. Avatar abi ha detto:

    Ma anche “bricioline e sale delle patatine” e “pelli croccanti del pollo” che avanzano figlie e signore…