Le proteine alternative alla carne erano un’illusione, una bolla che si è sgonfiata e presto scoppierà? Recenti casi di aziende in crisi, che chiudono o cercano disperatamente di differenziare il prodotto, sembrerebbero suggerirci che l’epoca delle illusioni sia svanita: hamburger plant-based, carne coltivata, insetti commestibili, la verità è che nessuna di queste cose è decollata, e anzi.
D’altra parte, in un mondo che da un lato chiede – a ragione o a torto – sempre più proteine, e dall’altro sta mostrando come gli allevamenti intesivi siano sempre più insostenibili, per ragioni ambientali, etiche ed economiche. Infatti, anche l’industria della carne convenzionale è in crisi e annuncia un calo nella produzione.
Hamburger vegetali

Il settore della finta carne, degli hamburger plant-based e delle salsicce vegetali, è quello che sta più avanti, ma anche quello che sembra più in crisi. Attualmente infatti è l’unico che presenta una produzione e una distribuzione di massa. Ma già qualche mese fa avevamo annunciato che la fake meat stava perdendo punti nella sfida con la carne, per ammissione stessa dei colossi come Impossible e Beyond: questione di cultura sociale e politica dominante (il momento è trumpiano), ma anche de gustibus. Il plant based è arrivato persino da McDonald’s, ma non se lo accattava nessuno.
I gusti tra l’altro oscillano, e non quelli dei consumatori ma quelli dei prodotti: tradizionalmente i succedanei della carne erano una roba che non ci provava neanche ad assomigliare (ricordate le bistecche di soia, il seitan, il tempeh?). La svolta di queste nuove aziende era stata quella di fare una roba simile, invece, che tentasse di riprodurre consistenza e succosità. Fino al punto di usare ingredienti come la leghemoglobina, che da un lato si avvicinano al sapore “di sangue”, dall’altro hanno precluso a chi le usa, come Impossible Foods, l’ingresso nel mercato europeo.
Ora sembra che il pendolo torni a oscillare di qua: visto che non è facile fare una cosa che non si distingue dalla carne ma carne non è, Beyond Meat ha fatto delle salsicce “che non ci provano neanche”. Ma il risultato, alla prova d’assaggio delle Beyond Sausage, non è lusinghiero . E dopo la raccolta fondi di qualche mese fa per tappare un buco di 800 milioni, la notizia recente è che sempre Beyond si butta nel mercato delle bevande proteiche: per carità when in trouble go big, come dicono da quelle parti, ma qua più che big mi sembra un piano B.
Insetti commestibili

Al secondo posto come fasi di avanzamento troviamo gli insetti commestibili: già vari tipi di larve e insetti sono stati autorizzati, per il consumo umano e per quello animale. Ma forse tra i novel food è quello ultimo in classifica per quanto riguarda l’accettazione da parte di un pubblico vasto. Qui la notizia di qualche giorno fa è la chiusura dell’azienda Ÿnsect che piaceva tanto a Robert Downey Jr.
La motivazione sembra essere in questo caso meramente economica, anche perché l’azienda produceva farine proteiche per allevamenti, non per noi: si sono accorti che gli insetti non si nutrono di aria ma di mangimi che spesso sono sottoprodotti di cereali, e quindi entrano in concorrenza con il mangime destinato direttamente agli allevamenti stessi. Una trappola commerciale, e se ci pensate anche ambientale.
Ma in generale, il vero problema sembra quello del disgusto, posto che il lato legale/autorizzativo pian piano si supererà, e anche la scalabilità economica troverà una sua strada. Ci sono vari studi scientifici recenti che indagano la repulsione della maggior parte di noi (sì, non solo in “occidente”) per l’entomofagia. Le ragioni sono culturali (il famoso “si è sempre fatto così”) ma anche psicologiche (collegate al fatto che gli insetti si mangerebbero interi, mentre la maggior parte delle bestie vengono fatte a pezzi e sono irriconoscibili come ex viventi) e soprattutto biologico-evolutive (la non così infondata associazione tra insetti e malattie). Ci torneremo approfonditamente perché la questione è interessante.
Carne coltivata

Quello della carne coltivata, o cultured meat, ovvero dei muscoli sviluppati in laboratorio a partire da vere cellule animali, è il settore più futuristico, e quindi più incerto. Possibilità effettive di mangiarne in giro ce ne sono poche, bisogna volare a Singapore per il momento, mentre altre autorizzazioni sono state date per casi specifici e situazioni limitate.
Qui sembra proprio che la ricerca abbia segnato un po’ il passo, e che l’entusiasmo degli investitori si sia spento. L’anno appena finito ha visto chiudere due colossi, due pionieri della lab-grown meat. A fine 2025 l’olandese Meatable, specializzata in carne di maiale, ha deliberato la cessazione delle attività operative e lo scioglimento della società; l’Olanda è stata l’avanguardia mondiale della ricerca sulla carne in laboratorio: lì Mosa Meat è stata fondata nel 2013, Meatable appena 5 anni dopo.
L’annuncio è stato dato dalla Agronomics, uno dei soci, che ha spiegato: “Per tutto il 2025, Meatable è stata soggetta a una serie di rischi e incertezze, prevedibili e imprevedibili, che hanno avuto un impatto sulla capacità dell’azienda di attuare la propria strategia e di conseguire i risultati attesi. In particolare, la società non è stata in grado di ottenere finanziamenti continui né dagli azionisti esistenti né da nuovi investitori”.
Il 2018 era stato l’anno di nascita anche per Believer meats, in origine Future meat, startup di Israele (nazione pioniera al pari dei Paesi Bassi). La società aveva avuto il suo momento di gloria quando era diventata la prima company straniera a ottenere l’autorizzazione per la carne coltivata negli Stati Uniti. Avevano quindi costruito in North Carolina uno stabilimento in grado di produrre 12.000 tonnellate all’anno di carne di pollo coltivata in laboratorio. Anche per loro il 2025 è stato fatale: a fine anno l’annuncio della chiusura, senza spiegazioni ufficiali; la testata specialistica AgFunder news parla delle solite difficoltà finanziarie e di raccolta investimenti.
Il sito Food Navigator cita poi altri casi di chiusure nell’ultimo anno: CellRev (inglese, non produceva carne ma sostanze adatte alla coltivazione in laboratorio), Upstream Foods (Olanda, grasso di pesce), SciFi Foods (Usa, hamburger ibridi di carne coltivata e plant based).
Fine delle carni alternative?
Scavando negli archivi di Dissapore, la crisi delle carni alternative è stata annunciata varie volte da almeno 4 o 5 anni. Può una bolla scoppiare ancora prima di gonfiarsi? Ora battute a parte, bisognerebbe capire quale sarà il reale impatto sulle abitudini dei consumatori, dei mangiatori. E non è facile. Da un lato il capitalismo contemporaneo, che è tecnologico e finanziario, ci ha abituati a vertiginosi saliscendi e a una volatilità straordinaria, anzi ordinaria: e non parlo delle quotazioni dei bitcoin, che sono solo l’esempio estremo. Anche internet ha avuto la sua bolla speculativa – ricordate?
Era la fine degli anni novanta, mille anni fa – e adesso, la rete non è parte del mondo, è il mondo. Bisognerebbe capire se le alternative alla carne – e quali poi, perché in questo pezzo abbiamo fatto un fascio unico, ma non è detto che le sorti di carne coltivata e insetti vadano insieme – sono più come internet, o più come il minidisc.
O come il vinile, perché la terza via tra il fallimento e la conquista dell’universo esiste: è l’affiancamento, la conquista di una fetta del mercato e degli stomaci; anche qui il punto è capire se si tratterà di una nicchia per amatori, o di una presenza seria. Nel dubbio, vado a mettere a bagno i cannellini, che domani è domenica e la tradizione va rispettata, ma in forno ci ripassiamo la pasta e fagioli, altro che ragù.