C’è una cosa che sembra davvero complicata da spiegare e che interessa questa crisi dell’approvvigionamento nei supermercati provocata dai blocchi degli autotrasportatori, che, come sappiamo, sono iniziati dopo il 10 ottobre e proseguono ancora oggi, in attesa del tavolo con il governo che avverrà il prossimo 27 ottobre.
Come mai al Sud gli scaffali dei supermercati si sono svuotati subito e al Nord rimangono pieni? Il primo motivo risiede nel trasporto per brevi tratte, che è quello su cui questi blocchi riescono a essere più incisivi. Paradossalmente, i supermercati del Sud più vicini ai produttori di mozzarella e di ortofrutta non hanno quei prodotti sugli scaffali, ma ce li hanno i supermercati del Nord, perché il trasporto dal centro di distribuzione al supermercato al Nord funziona ancora. Infatti, il punto è che i produttori non spediscono direttamente al supermercato, esistono dei centri di logistica e smistamento che riforniscono – ad esempio – tutti i punti vendita di una determinata catena e che hanno molti metri quadri di superficie in cui posizionare la merce, anche quella refrigerata.
I trasporti dai centri di logistica al Nord sono attivi perché le proteste state organizzate soprattutto da comitati spontanei e sigle locali del Mezzogiorno, mentre le principali associazioni nazionali dell’autotrasporto, tra cui FAI, CNA Fita, Confartigianato Trasporti, Assotir e UNATRAS, hanno preso le distanze dai blocchi.
Il Nord Italia dispone inoltre di una rete logistica particolarmente sviluppata, che potrebbe spiegare in gran parte perché i supermercati settentrionali resistano meglio ai blocchi degli autotrasportatori. Secondo l’Istat, il 68,2% delle merci trasportate su strada nei flussi interni parte dalle regioni settentrionali (e il motivo non è ovviamente che molte merci sono prodotte al Nord, ma anche che dai centri logistici del Nord Italia partono molte spedizioni, dunque se la mozzarella arriva a Pioltello e poi da lì raggiunge un sacco di supermercati l’Istat registra che dal Sud parte una sola spedizione, mentre dal Nord ne partono molte).
Esselunga – come segnala sul suo sito – dispone di centri distributivi a Pioltello, Biandrate, Chiari e Sesto Fiorentino; o ancora, MD ha costruito a Cortenuova, in provincia di Bergamo, un polo di 182 mila metri quadrati, con un magazzino automatizzato capace di contenere oltre 40 mila pallet. Insomma, al Nord si concentrano grandi infrastrutture di distribuzione e stoccaggio, anche se non sappiamo quanti giorni di scorte alimentari garantiscano effettivamente e quindi non sappiamo dire per quanto tempo gli scaffali della GDO del Nord rimarranno pieni.
C’è poi un altro elemento che potrebbe contribuire a spiegare la situazione: non tutte le merci provenienti dal Sud dipendono dagli autotrasportatori che aderiscono alla protesta. Oranfrizer, grande azienda agrumicola siciliana, dichiara di utilizzare una propria flotta di automezzi refrigerati e container a temperatura controllata per il trasporto via nave e per via aerea; si tratta di spedizioni normalmente dedicate ai mercati esteri, ma che si può forse convertire al mercato nazionale.
Il caso della Mozzarella di Bufala Camapana
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Dopo la pasta siamo arrivati anche al blocco della produzione di mozzarella di bufala, lo ha denunciato il 21 ottobre il Consorzio di Tutela della Mozzarella di Bufala Campana DOP. Il motivo è sempre lo stesso: manca il collegamento (a volte di pochi km) tra il produttore della materia prima – il latte in questo caso – e il trasformatore. Inoltre, quel trasformatore non riesce a consegnare la merce ai centri di smistamento perché il trasporto locale non funziona.
C’è un altro problema squisitamente legato a come funziona la GDO per generare profitto: è la shelf life residua, cioè quanti giorni di vendibilità rimangono quando il prodotto arriva al supermercato. Una mozzarella che trascorre diversi giorni ferma in magazzino può essere ancora perfettamente commestibile, ma avere una vita commerciale residua insufficiente per la catena che dovrebbe venderla. Il che rende la mozzarella di bufala un prodotto che non può attendere, e che è dunque molto fragile in questi casi.
Secondo Associated Press, il blocco ha impedito la trasformazione di oltre un milione di litri di latte bufalino, mentre alcuni allevatori hanno cercato impieghi alternativi per il prodotto (realizzazione di altri formaggi, mangime animale, biogas, concimi). La situazione riguarda 98 caseifici associati e una filiera di circa 1.450 allevamenti. Le perdite vengono stimate in circa 3 milioni di euro al giorno.
Quali saranno i prossimi prodotti a cadere?
Con l’avanzare dell’autunno, una parte crescente della produzione nazionale di ortaggi destinati al consumo fresco arriva dal Mezzogiorno, dove le temperature permettono coltivazioni che in molte zone del Nord diventano progressivamente meno disponibili.
Gli ortaggi possono essere stoccati in celle frigorifere che ne rallentano la respirazione e dunque la maturazione. Alcuni reggono molto bene anche per molti giorni, altri deperiscono comunque in tempi brevi, come l’insalata o i frutti di bosco, che tuttavia non sono prodotti tipici del Sud Italia. Gli agrumi possono resistere anche per settimane, mentre zucchine, melanzane, peperoni e pomodori hanno tempi di conservazione più limitati ma comunque abbastanza lunghi.
Anche qui le grandi aziende produttrici usano una movimentazione diversificata e potrebbero essere in grado di far arrivare comunque le merci. Per il resto dell’approvvigionamento, probabilmente, quando finiranno le merci dal Sud saranno sostituite dalle produzioni degli invernaderos spagnoli.


