Le microplastiche sono in aumento, nel mondo e nel nostro corpo, e sono dannose in una molteplicità di modi, molti ancora dobbiamo scoprirli! No non è vero, le microplastiche non fanno male, gli studi in materia sono approssimativi ed esagerati! Dove sta la verità?
Negli ultimi anni l’ansia per l’inquinamento da plastica, questo materiale virtualmente eterno, è passato dal macro al micro: dalle immagini delle enormi isole di rifiuti galleggianti in mezzo all’oceano, o delle povere tartarughe strozzate dalle buste che mangiano scambiandole per appetitose meduse, a un pericolo meno visibile e quindi più preoccupante: le micro e nano plastiche (MNP).
Come al solito quando si tratta di scoperte scientifiche, le notizie si rincorrono a ritmo incalzante, spesso contraddittorie. E noi persone della strada siamo prese in mezzo, in paurosa oscillazione tra angoscia e negazione. È possibile vederci chiaro? Proviamo.
Che cosa sono le microplastiche e dove si trovano

Le microplastiche sono particelle di plastica di dimensioni comprese tra 1 µm (micrometro, un millesimo di millimetro) e i 5 mm di diametro: possono essere prodotte o dalla degradazione di oggetti in plastica o direttamente, per cosmetici e detersivi.
È facile intuire che le microplastiche, così genericamente definite, si trovino dappertutto. Ma quelle che hanno più probabilità di entrare in contatto con il nostro corpo, anzi di finirci dentro, stanno in ciò che entra a contatto con alimenti e bevande: nelle bottiglie, nei contenitori, negli attrezzi da cucina. Anche se si trovano pure nell’aria che respiriamo, la maggior parte delle micro e nano plastiche presenti nel nostro corpo si suppone ci arrivino tramite l’ingestione. Insomma stanno nel cibo che mangiamo, come nell’acqua e nelle bibite che beviamo.
Negli ultimi anni si sono succeduti innumerevoli studi scientifici sulla crescente presenza delle microplastiche nel nostro organismo. Con risultati uno più inquietante dell’altro. Di recente però sono arrivati degli altri studi che ne hanno messo in dubbio la validità: il Guardian ha intervistato una serie di ricercatori con approccio critico, e sta portando avanti una bella inchiesta a puntate sul tema.
Gli studi sulle microplastiche e i dubbi

Uno dei più clamorosi studi sulle microplastiche ha rilevato crescenti presenze di micro e nanoplastiche nei tessuti cerebrali (dopo il decesso), dal 1997 al 2024. La cosa particolarmente inquietante è che il cervello è protetto da una barriera che tiene fuori tutti gli intrusi potenzialmente pericolosi, ma le microplastiche sembrano in grado di superarla.
Bene, questo studio è stato fortemente criticato, e uno dei ricercatori che lo ha messo in dubbio in sede di dibattito scientifico, ai taccuini del giornale inglese è stato molto più tranchant: “Quello studio è una barzelletta: si sa che il grasso dà falsi positivi sulla presenza di plastica, e il cervello è composto al 60% di materia grassa”. Un’ipotesi alternativa che spiega quella tendenza potrebbe essere semplicemente l’aumento dell’obesità.
Un altro studio, che aveva trovato una correlazione tra microplastiche e infarto (maggiori le MNP presenti nelle placche della carotide, maggiore il rischio di attacchi cardiaci e ictus) è stato criticato per un errore abbastanza grossolano: non aver misurato la contaminazione ambientale in laboratorio, e quindi non aver fatto la tara, per così dire.
Altri studi contestati avevano trovato microplastiche nel sangue, e uno che aveva rilevato 10mila particelle di nanoplastica per ogni litro di acqua in bottiglia è stato definito “fondamentalmente inaffidabile”.
Una cascata di dubbi, che è stata definita una “bomba” da Roger Kuhlman, un chimico in precedenza dipendente della Dow Chemical Company. “Ci stanno costringendo a riconsiderare tutto quello che sappiamo sulle microplastiche nel corpo. Che evidentemente non è molto. Molti ricercatori fanno dichiarazioni straordinarie, che però mancano di prove ordinarie”, ha detto al Guardian.
E un’altra revisione – nella rivista dell’Associazione medica tedesca – ha affermato che “al momento non ci sono informazioni affidabili sulla reale distribuzione delle microplastiche nel corpo”.
Il problema della plastica

Allora, tutto a posto? Moto rumore per nulla, tutta colpa dei soliti allarmisti catastrofisti magari anche un po’ comunisti? Insomma.
Innanzitutto, alcuni autori degli studi criticati rigettano le accuse; in particolare una, la professoressa Marja Lamoree della Vrije Universiteit Amsterdam, ha dichiarato al Guardian che sì, è vero, le misurazioni sono imprecise: i valori trovati potrebbero essere inferiori della metà, oppure superiori di dieci volte tanto. Come a dire, ci siamo andati anche cauti.
Ma poi, attenzione, nessuno sta dicendo che la plastica non è un problema. La produzione di plastica è aumentata di 200 volte dagli anni ’50 e si prevede che quasi triplicherà, raggiungendo oltre un miliardo di tonnellate all’anno entro il 2060. Di conseguenza, anche l’inquinamento da plastica è aumentato vertiginosamente, con 8 miliardi di tonnellate che contaminano il pianeta.
E i danni sono una molteplicità, diretti e indiretti: derivanti dall’estrazione dei combustibili fossili da cui è ricavata, dalla produzione, utilizzo e smaltimento, che provocano inquinamento atmosferico ed esposizione a sostanze chimiche tossiche.
Il punto è che studi imprecisi, affrettati e che prestano il fianco a critiche, possono essere un boomerang e produrre l’effetto opposto. Alcuni scienziati cauti sottolineano che un allarme estremo può spaventare inutilmente la popolazione, gettandoci tutti in un panico rassegnato. E altri riportano che c’è chi se ne approfitta: autoproclamate “cure” che promettono di “ripulirti il sangue” dalle plastiche. Trattamenti ovviamente senza alcuna base scientifica, ma che vengono venduti a cifre che arrivano anche a 10.000 euro.
Ma il pericolo maggiore degli studi criticabili, è offrire un trampolino a negazionisti e industriali interessati, che ovviamente non vedono l’ora di poter dire: vedete?, erano tutte sciocchezze.
Cosa possiamo fare noi, per limitare le microplastiche

Cosa si può fare, senza andare nel pallone, ma anche senza mettere la testa sotto la sabbia (che poi magari anche lì è pieno di microplastiche)?
La professoressa Lamoree ha affermato di non poter dire quanto le persone dovrebbero preoccuparsi: “Ma di sicuro prendo alcune precauzioni, per sicurezza. Cerco davvero di usare meno materiali plastici, soprattutto quando cucino o riscaldo il cibo o bevo da bottiglie di plastica. L’altra cosa che faccio è ventilare la mia casa”.
“Abbiamo plastica dentro di noi, credo che sia lecito supporre”, dice un altro studioso. “Ma la prova concreta di quanta ne sia presente deve ancora arrivare. Ci sono anche cose molto semplici che si possono fare per ridurre drasticamente l’assunzione di MNP. Se siete preoccupati per l’acqua, filtrarla con il carbone attivo funziona“. Gli esperti consigliano anche di evitare cibi o bevande riscaldati in contenitori di plastica.
Altri ritengono che la maggior parte delle MNP che le persone ingeriscono o inalano viene espulsa dall’organismo, ma che comunque ridurre l’esposizione alla plastica non è sbagliato.
Cosa può fare la scienza

Ma anche la comunità scientifica può fare la sua parte in questo momento decisivo. In un editoriale l’esperta giornalista scientifica Debora MacKenzie argomenta che questo sembra un film già visto: è successo con il DDT, il tabacco, l’ozono, i gas serra. Ogni volta che si iniziano a scoprire i possibili danni di qualche sostanza, c’è una fase iniziale di entusiasmo, seguita da un’analisi critica e una messa in dubbio delle conclusioni troppo affrettate. D’altra parte, è così che funziona il metodo scientifico: con continui controlli sia interni che esterni, sia a priori che a posteriori. È però qui che si insinua la strategia negazionista, mossa dagli interessi più che dall’ideologia. La giornalista ricorda proprio il caso dell’ozono: una storia di successo, ma anche un metodo da prendere a esempio.
“Le poche aziende che producevano i clorofluorocarburi (CFC), sostanze chimiche che distruggono l’ozono stratosferico, consentendo a una maggiore quantità di raggi UV letali di colpire il nostro pianeta, hanno sottolineato per anni le controversie metodologiche tra gli scienziati dell’ozono, sostenendo che “la scienza non è abbastanza certa per imporci qualcosa di drastico“, come vietare i CFC. Ha funzionato.
Ma alla fine il mondo ha vietato i CFC e lo strato di ozono si sta rimarginando, perché negli anni ’80 alcuni scienziati, guidati da un espatriato britannico alla NASA, Bob Watson, hanno messo insieme tutti gli altri studiosi per riassumere ai governi ciò che concordavano essere vero e condurre esperimenti per risolvere le loro divergenze. Si trattava di un progetto specifico volto a risolvere “l’incertezza” per il mondo intero e a innescare azioni concrete”. È arrivato il momento che qualcosa del genere accada anche per le microplastiche.
