Being Gordon Ramsay: ci meritiamo l’agiografia del tele-chef numero uno al mondo?

Gordon Ramsay vende a Netflix uno spottone del suo nuovo progetto di ristorazione londinese: è la riprova che è un imprenditore scaltro, ma non avevamo bisogno di conferme

Being Gordon Ramsay: ci meritiamo l’agiografia del tele-chef numero uno al mondo?

Sei puntate. Sei intere puntate che rendono Being Gordon Ramsay, il documentario sulla vita dello chef televisivo numero uno al mondo, una piccola mini-serie televisiva. D’altra parte, in effetti, non avevamo abbastanza Gordon Ramsay in tv, c’era davvero bisogno che Netflix gli dedicasse un biopic dove lo si racconta come uomo, imprenditore, marito e padre di una numerosa prole (Gordon Ramsay e sua moglie Tana hanno sei figli, che vanno dai 27 ai due anni di età).

Probabilmente no, in effetti, tanto più che la sensazione è che più che un documentario sulla sua vita, Being Gordon Ramsay in realtà sia (dichiaratamente, tutto sommato) uno spottone per quello che Ramsay non manca di definire almeno ottocentocinquanta volte nel corso delle sei puntate “il suo progetto più ambizioso”, il 22 Bishopsgate, una serie di ristoranti con vista in uno dei grattacieli più alti di Londra.

Che poi in realtà è proprio la realizzazione di questo progetto ad essere la vera protagonista delle sei puntate, tra cantieri in corso, scelta dei materiali e ritardi nei lavori (benvenuto nella vita di tutti noi che ristrutturiamo casa, caro Gordon), e tutto sommato va anche bene così, perché la verità è che le docuserie sui personaggi ancora in vita suonano sempre un po’ cringe e molto (troppo) autocelebrative.

Invece un’intera narrazione di sei ore su un progetto commerciale, su cui Gordon Ramsay guadagna al quadrato, vendendo a Netflix quello che è a tutti gli effetti un mega contenuto promozionale, è la riprova più lampante di un indubbio imprenditore coi fiocchi che ci troviamo di fronte. Da qui a meritarsi una serie tv, il passo è lungo, ma chi siamo noi per dire a Netflix come muoversi.

E, d’altra parte, se era davvero troppo presto per meritarsi la riabilitazione dell’immagine dell’ex Presidente del Consiglio fatta nella serie Netflix “Il giovane Berlusconi”, figurarsi provare a raccontare Gordon Ramsay nei panni di padre e uomo amorevole e sensibile quando fino all’altro ieri urlava addosso ai concorrenti di Hell’s Kitchen.

Cosa ci è piaciuto di Being Gordon Ramsay

In generale, la serie non brilla per capacità di intrattenere, e sei puntate sembrano davvero troppe, soprattutto – come già detto – quando si insiste per la quattrocentoduesima volta su quanto è bello e grande e finanziariamente impegnativo il nuovo progetto di Gordon Ramsay.
Per il resto però, qualcosa da salvare qua e là lo abbiamo pure trovato.

1. Le fuckin’ parolacce

Quel che più mi è piaciuto di Gordon Ramsay nella serie in cui cita se stesso in un’improbabile paragone con John Malkovich è probabilmente il fatto che mi ha fatto sentire meno in colpa per la quantità di parolacce che dico, che non è neanche vagamente paragonabile a quella che dice lui. Il linguaggio dello chef è esattamente quello a cui ci ha abituati nei suoi programmi televisivi, anzi, probabilmente qui è molto peggio, e a nulla valgono i richiami di sua moglie Tana.

Uno di noi, Gordon Ramsay uno di noi (miliardi in banca a parte, certo).

2. La chiave intimista

Sinceramente ero molto indecisa se mettere questo punto nelle cose che mi sono piaciute o in quelle no. Però bisogna ammettere che in una docuserie Netflix un po’ di chiave intimista ce la si aspetta, e il racconto dell’infanzia di Gordon Ramsay ci permette di capirlo un po’ meglio, lui e il suo caratteraccio.

La figlia di Gordon Ramsay Holly si è sposata con un matrimonio in grande stile La figlia di Gordon Ramsay Holly si è sposata con un matrimonio in grande stile

3. La presenza della cucina

Una cosa che ho indubbiamente apprezzato è che il melodramma non si è mangiato la cucina, o almeno non del tutto. Stiamo comunque parlando di uno chef, di un grande chef, e di un imprenditore di rilievo. Dunque, che bello vedere che la cucina, i piatti, l’ideazione di un menu, gli ingredienti, eccetera eccetera, sono comunque rimasti centrali nella narrazione.

Cosa non ci è piaciuto di Being Gordon Ramsay

L’intera serie, se dovessimo dare un giudizio complessivo, non ci è piaciuta. Non ha aggiunto molto alla nostra conoscenza, non ci ha davvero intrattenuto, quindi è un grande bho, uno dei tanti contenuti targati Netflix che finiranno nel dimenticatoio, e che ci fanno dubitare dell’utilità del nostro abbonamento, almeno fino all’uscita della prossima serie cult.

1. La retorica sul team

Sinceramente ci saremmo volentieri risparmiati tutta la retorica su quanto è importante il lavoro di squadra eccetera eccetera. Non diciamo che non lo sia, solo che ci sembra voler forzare la mano sul tema il cercare di dare spazio al povero Executive chef del Lucy Cat Michael (Howells, anche se nel sottopancia Michael non è degno d’avere un cognome), che di spazio in realtà non ne ha. Viene mostrata per qualche minuto la sua famiglia (che non vive in una mega villa come quella di Gordon, ma vabbe’), e viene poi raccontato il suo lavoro per creare dei menu da sottoporre (sempre con un carico d’ansia) al giudizio finale di Gordon Ramsay. Che, chiaramente, supervisiona TUTTO, da superuomo maniaco del controllo qual è. Vola da Londra a Las Vegas, da Las Vegas a Miami, da Miami al Polo Nord perché nessun piatto può uscire da nessuna delle sue centordicimila cucine sparse nel mondo senza che lui abbia dato il suo ok (però l’importante è il team). Come no.

2. La normalizzazione (ancora) del bullismo in cucina

E rieccoci, a dire che nessun ambiente quanto una cucina è formativo per un uomo con la schiena dritta, perché qui volano insulti e schiaffoni (veri o simbolici) come solo nelle caserme accade. D’altra parte, non potevamo aspettarci nulla di diverso dall’uomo che ha fatto delle sue cucine un Inferno di competitività e umiliazioni da portare sugli schermi televisivi con un programma dedicato.

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Qui però capiamo da dove arriva tutto quanto, nei racconti fatti con fierezza di quando Marco Pierre White ha fatto pagare di tasca sua a un giovane Gordon Ramsay tutti i ravioli preparati con qualche millimetro di spessore sbagliato. “Da allora però non ho sbagliato più”, dice Gordon, consegnando a se stesso, alla figlia e ai telespettatori la narrazione normalizzata di uno spaccato di settore che francamente vorremmo fosse considerato tutt’altro che educativo.

3. Il paragone influencer VS giornalisti

Tra le varie cose che veniamo a scoprire sulla storia di Gordon Ramsay, c’è l’aneddoto su quel giorno in cui un critico gastronomico, con il suo articolo, ferì lui e sua moglie, e allora lui – lo chef – giurò che prima o poi si sarebbe vendicato dell’intera categoria ed eccola lì, l’occasione giusta: all’anteprima mondiale del suo 22 Bishopsgate (ve l’abbiamo già detto che è il suo progetto più ambizioso e complicato e delicato e grandioso?) inviterà solo influencer. Nessun giornalista, nessun critico gastronomico ma cento dei più famosi influencer di tutto il mondo, e tié agli scribacchini cattivi.

“Sono gli influencer i più potenti critici del mondo”, dice e ripete Gordon Ramsay con la stessa monotonia con cui ribadisce del suo progetto più pazzesco. Peccato, caro Gordon, che gli influencer non siano critici, ed è proprio per quello – probabilmente – che ti piacciono, e che anche se tu stesso ammetti che “spesso non capiscono quello che fanno” organizzi una super mega festa per loro inginocchiandoti a dire “Ho bisogno di voi, cazzo”. Contento tu, caro Gordon. Che poi forse il loro aiuto – preziosissimo, indubbiamente – manco ti è bastato, se è vero che ti è toccato fare una intera serie Netflix sulla tua nuova fantasmagorica apertura.

E la verità, Gordon Ramsay, è che ti abbiamo visto mentre raccontavi alle telecamere con i lucciconi agli occhi quanto le stelle Michelin siano il riconoscimento più ambito e quanto il più difficile da prendere e da mantenere, ma quanto ne valga sempre la pena. E no, devi ammetterlo pure tu: non ti sei emozionato così tanto per quei cento influencer.