Può un uomo essere al contempo un raffinato gastronomo, cioè un amante del buono e del bello, e una subdola eminenza grigia che per decenni ha tirato le fila dei più ambigui affari spionistici, se non addirittura un mandante occulto della più efferata tra le stragi di Stato, quella alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980?
La domanda sembra retorica, sembra ricalcare gli ingenui stupori di chi apprende che i gerarchi nazisti erano fini conoscitori di musica classica e alcuni serial killer appassionati di belle arti. Eppure un certo effetto fa, vedere la storia di quest’uomo: lui si chiama Federico Umberto D’Amato, anzi Federico per i colleghi e Umberto per gli amici – quasi a voler ufficializzare la doppia faccia con un’identità da Jekyll/Hyde – e il documentario che lo mostra, per la regia di Francesco Di Giorgio e disponibile su Sky e Now, si chiama come il più iconico dei suoi soprannomi: L’uomo che sapeva tutto.
Fondatore delle Guide dell’Espresso

Il film è inquietante anche se, o proprio perché, affonda nella contraddizione senza scioglierla, senza comporla. Ripropone così una struttura a due facce: si alternano da un lato storici, giornalisti, avvocati e uomini dei servizi a raccontarne il ruolo a capo dell’Ufficio affari riservati del ministero dell’Interno negli anni più neri della prima repubblica; dall’altro pezzi di storia del giornalismo enogastronomico italiano come Enzo Vizzari e Edoardo Raspelli, che però al suo cospetto si ricordano come ragazzini imberbi. Già perché D’Amato è stato l’ideatore e il fondatore delle Guide dell’Espresso nel 1978, nonché collaboratore del settimanale per anni: a lui si deve l’inizio di molte carriere.
Nelle ricostruzioni il nome di D’Amato spunta negli snodi cruciali e misteriosi della storia politica italiana, in particolare negli anni della cosiddetta strategia della tensione: la morte di Giangiacomo Feltrinelli (D’Amato aveva finanziato un aggressivo libello sull’editore, Il rivoluzionario impotente, che lo accusava di essere un ricco furbo, buono a fare molta teoria e poca pratica, e che potrebbe addirittura essere stato un pungolo all’azione che ne provocò la tragica fine), i manifesti che criticavano il PCI da sinistra e che venivano affissi da gruppi neofascisti, i depistaggi che seguirono la strage di piazza Fontana nel 1969 e le informazioni nascoste nelle indagini sulla bomba a piazza della Loggia nel 1974.
Poliziotti gastronomi

Il lato gastronomico apparentemente viene raccontato di meno: si vedono Raspelli e Vizzari a tavola, che cucinano mangiano e ricordano; si vede D’Amato che gigioneggia in una trasmissione della Carrrà; si vedono immagini suggestive di taglieri e impiattamenti a sottolineare passaggi che con il cibo non c’entrano nulla. In apparenza, si diceva. Perché poi ci sono tre quattro momenti chiave, del film e del personaggio, che vengono illuminati dal focus sul D’Amato poliziotto gastronomo.
Il primo è proprio una frase sua, una sorta di autobiografia in miniatura: “Vi siete mai chiesti perché i protagonisti dei polizieschi sono sempre dei gastronomi?”. E in effetti, a pensarci, Montalbano con le sue sarde a beccafico e la pasta ‘ncasciata non è che l’ultimo di una lunga serie di detective gourmet. Alla domanda però non si dà risposta, almeno non subito, almeno non diretta.
Critica truccata
Un momento in cui le due anime della spia che amava mangiare sembrano sovrapporsi, anche in maniera banale, è nell’aneddoto raccontato da Raspelli: che da poco tirato dentro alle Guide, aveva consegnato una scheda in cui un ristorante ne usciva meno bene che nell’edizione precedente, con un voto più basso.
La sua sorpresa fu quando, a Guida pubblicata, si accorse che il suo pezzo mancava, era stato sostituito da una scheda di pugno di D’Amato, che il voto addirittura glielo aveva alzato. Raspelli ricorda che poi anni dopo aveva scoperto che sia il critico sia il ristoratore erano iscritti alla Loggia P2. Che tempi, eh? Mica come mo.
Menu e dossier

Il grande potere di uno come D’Amato, gli storici sono concordi, era quello di sapere molto, perché proprio tutto non si può, ma di far credere di sapere tutto. Ovvero di nascondere ciò che sapeva, senza rivelarlo quasi mai, in modo tale che nessuno sapesse di cosa lui davvero era a conoscenza. Nel 1974, dopo la strage di Brescia, l’Ufficio affari riservati viene chiuso, e D’Amato trasferito. Ma di fatto continua a operare, ancora più nell’ombra.
Nel 1984 va ufficialmente in pensione, e cosa fa? Pubblica un libro, Menu e dossier, che è proprio quello che sembra: una serie di brevi schede, scritte deliziosamente, su personaggi noti della politica e dello spettacolo, che ne raccontano il lato legato al cibo. Gusti, aneddoti, preferenze: sotto l’apparenza buffa e leggera, una dimostrazione di potenza inaudita. Perché sarebbe come dire: se so (e dico) che non ti piacciono i cavolfiori al gratin, immagina quante altre cose meno insignificanti so (e non dico, a meno che…) di te.
Di Licio Gelli per esempio scrive “che non sa mangiare”, e che una volta si è intossicato con una sogliola alla mugnaia, ma ha fatto dire che era un infarto da affaticamento “perché fa più fino”. E quando una stupefatta Raffaella Carrà dice “ma ci sono anche io! Ma come ha fatto se non ci conosciamo”, lui sospira e alza gli occhi al cielo.
Zafferano e Bologna
E proprio a proposito di Gelli, la pagina più scura ha il colore della spezia più viva: lo zafferano. In un foglietto che era nel portafogli del fondatore della P2, che era misteriosamente sparito e poi ritrovato nell’Archivio di stato, e che sembrava essere una sorta di libro paga, si legge “Zaff 850”. Il documentario riporta l’audio del processo sui mandanti della strage di Bologna: il giudice chiede cos’è la bouillabaisse, una zuppa di pesce, e qual è il suo ingrediente caratteristico, lo zafferano, e di dov’è questo piatto, di Marsiglia, e dov’è nato D’Amato, a Marsiglia, già.
Nel 2025 con l’ultima sentenza sulla strage di Bologna, 85 morti e 200 feriti, la Cassazione ha confermato la condanna a Paolo Bellini, esecutore, in concorso con i mandanti, finanziatori e ideatori Licio Gelli, Umberto Ortolani, Mario Tedeschi e Federico Umberto D’Amato. Nessuno di loro è più in vita da anni.