Masterchef Italia 10: Antonio, Monir, Irene, cos’avevate in meno di Aquila?

La nostra intervista ai finalisti di Masterchef Italia 10. Antonio, Monir e Irene, a poche ore dalla "non vittoria", ci raccontano che cos'hanno in meno (o in più) di Aquila.

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Li abbiamo visti lottare per diventare il decimo “aspirante cuoco migliore d’Italia”. Ma Irene (la fragile), Antonio (il superconvinto) e Monir (l’istrione) hanno perso la vittoria a Masterchef Italia 10 per un soffio, distinguendosi comunque in un cast di concorrenti eterogeneo e preparato.

Tre personalità molto diverse, tre diversi colori e tre diversi modi di interpretare e proporre la cucina. “Un percorso nel percorso”, per Irene, che è entrata portando con sé a Masterchef la sua storia di rapporti complicati con il cibo. “Un modo per esprimere emozioni” per Antonio, che è entrato come l’uomo di ghiaccio e man mano durante il programma s’è sciolto, cosa che oggi, a posteriori, non rimpiange per nulla. Un divertimento per Monir, che è uscito convinto di non essere stato tanto capito, e ci tiene a sottolineare che non è che lui non dà peso alla vita, semplicemente lui sa prendere le cose con la giusta leggerezza.

La corona come ormai saprete è andata a Aquila, e per quanto avessimo azzeccato il pronostico, qui su Dissapore, c’è da dirsi in franchezza non fosse scontata, al netto del personaggio. Dunque, inevitabilmente, abbiamo chiesto ai tre finalisti di Masterchef Italia 10 cosa avevano loro in meno (o in più) del vincitore.

IRENE

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Irene Volpe, romana de Roma, classe 2000, è una designer industriale. Ha conquistato il pubblico con la sua dolcezza, sia nel carattere che nei piatti (la pasticceria è la sua passione), ma ha saputo tirare fuori le unghie quando ce n’era bisogno. Nella finalissima ha presentato il suo “Menu fuori di testa”, che prevedeva quattro portate, senza suddivisione classica tra antipasto, primo, secondo e dolce: “Cosce di pecora”, ricotta romana fritta con “osso” di nocciole e coulis di clementine e mentuccia; “Crudo 100%”, acqua di frutti di bosco con banana, funghi, sfere di latte di cocco, dattero, massa di cacao Criollo, olio di legno di ribes nero e sale grigio Bretone; “Tripudio”, cipolla al vino rosso, za’atar e cedro candito con sfoglie all’anice e cicoria ripassata; “Pampapato”, ravioli ripieni di frutta secca, miele e uva passa, con crema di baccalà e aria all’arancia.

“È stato complesso riuscire a tirare fuori la parte più profonda di me nel mio menu in modo preciso e costruito” spiega Irene, “in questo mi ha aiutato l’essere una designer, l’aver sempre progettato”.

Irene iniziato il suo percorso un po’ in punta di piedi, ma man mano che andava avanti acquistava sicurezza, e lo dimostrava. “Studiavo, leggevo – racconta – ma soprattutto ho imparato a non mettermi sempre in discussione, capendo che se ero arrivata fino lì qualcosina la sapevo fare”.

E nonostante questo, la finale è stata comunque una sorpresa: “Io ho sempre pensato che Aquila ma anche Antonio mi vedessero uscire da quella cucina, loro lì sopra e io ciao ciao”, racconta. “Li ho sempre visti una spanna avanti. Non mi ero mai posta il problema di quello che avrei dovuto fare se mai avessi dovuto competere con loro nella finale. Ma poi ho studiato il mio menu, e quello che portavo era un messaggio, ma soprattutto era Irene. Ecco, in quel momento quello era il mio punto di forza, la cazzuttaggine di portare qualcosa di un po’ rischioso”.

ANTONIO

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Antonio Colasanto è arrivato a Masterchef recitando a memoria la ricetta del ragù alla bolognese. Ambizioso e competitivo, determinato e sicuro di sé, non a caso Antonio era stato soprannominato “l’uomo di ghiaccio”. Poi, qualcosa è cambiato. “A un certo punto mi sono reso conto che ci sono obiettivi più importanti, e ho fatto trasparire il mio lato più emotivo”.

Difficile, per Antonio più che per gli altri, buttare già il boccone amaro della vittoria di Aquila, l’amico di sempre nella trasmissione ma anche il rivale designato fin dall’inizio. “Noi ce la potevamo giocare alla pari”, dice Antonio. “Sinceramente non vedo cose in meno o in più in qualcuno di noi. Certo, Aquila ha un’esperienza di vita, un vissuto più intenso rispetto a me. È forse questa è stata una delle sue armi vincenti”.

MONIR

Monir Eddardary, diciamolo, ha conquistato il cuore di tutti, tranne quello della chef Karime Lopez. Divertente, piacione, permaloso, fumantino, con una parlata umbra irresistibile, di origine marocchina, Monir dice di sentirsi italiano “al 99,9%”. Monir cuore di tutte le mamme d’Italia, con quell’amore gigantesco per la sua, punto di riferimento da ribadire in ogni occasione, anche quando gli si chiede come reagisce alle critiche degli haters (“facciano quello che vogliono. A me basta che sta bene mamma mia poi va bene tutto”).

Pupillo di Giorgio Locatelli, che gli ha firmato il grembiule e lo ha sempre sostenuto (“mi ha ribadito anche alla fine che era orgoglioso di me e del percorso che avevo fatto”) Monir si è guadagnato l’amicizia dei colleghi, vuoi per il suo carattere, vuoi perché era poco temuto e così – ammette pure lui – “i miei compagni negli Invention Test non mi mettevano mai troppo in difficoltà”

“Nel momento in cui sono entrato nella Masterclass sapevo di essere uno dei concorrenti più deboli dal punto di vista delle conoscenze culinarie”, ammette Monir. “Ma c’è una caratteristica che io ho e gli altri no, e che mi rende unico: io sono sempre molto spensierato in quello che faccio. Il che non significa che non ci tengo, ma che capisco quali sono i miei limiti e non li vedo mai come ostacoli bensì come punti da cui partire per migliorarmi”. E chi l’avrebbe mai detto, che alla fine Monir sarebbe uscito pure così saggio.

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