La dieta dopo Natale è una bugia tenera ma patetica

Questa mattina ho fatto 46 minuti cronometrati di sport. È una notizia, almeno per me: non succedeva esattamente dal 27 dicembre 2017, un anno fa.

La storia, infatti, si ripete: dopo 48 ore di stravizi oltre l’immaginabile e l’immangiabile, di bagordi che sfidano le leggi della biologia e quelle della digestione (vincendo), il corpo e l’anima ti chiedono all’unisono una sola cosa: purificazione.

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Lo sport il 27 di dicembre è una di quelle patetiche bugie tra le cui braccia tutti ci buttiamo con un misto di buona e cattiva fede: dai, oggi è un altro giorno, una nuova vita è possibile, ricominciare è doveroso.

Quel tipo di atteggiamento ipocrita e tenero che fa sì che stamattina alle 11 io fossi sulla passeggiata di Savona intenzionato ad avventurarmi in tre quarti d’ora di “camminata veloce” (che sta alla corsa come il ping pong al tennis).

Ma la pantomima dello sport –che normalmente si arena al rientro dalle ferie accompagnata da una serie di scuse arcinote: il freddo, il lavoro, bisogna portare i bambini a karate…– non è l’unica eredità dei giorni gastronomicamente più sfrenati dell’anno.

L’altra, assai evidente, è incarnata da ciò che inesorabilmente si ossida e si rammolla nel frigorifero, dopo i grandi pranzi: l’insalata russa, il vitello tonnato, le uova ripiene, il salmone, il salame sono ogni giorno un po’ più maron e diminuiti in maniera impercettibile nei piatti di portata coperti dal cellophane.

Per quanto ci si riprometta di riproporli a tutti i pasti finché non saranno finiti –”in questa famiglia non si spreca!”– un dì dopo l’altro sono sempre meno appetibili e decrescono in progressione geometrica al contrario, tipo Achille e la tartaruga: oggi ne mangiamo metà porzione, domani un quarto, dopodomani un sedicesimo e via, fino a quando qualcuno troverà una poltiglia nera e senza più riconoscerla, pietosamente, la getterà.

Un ulteriore cascame delle feste è il progressivo riciclo dei doni fatti e ricevuti a parenti e amici non proprio prossimi, quindi piuttosto privi di identità: l’uovo Fabergé comprato al negozio cinese, la crema di limoncello, il libro di barzellette sui preti, la scatola di cioccolatini dal brand ignoto, il torrone che fa festa il 25 ma il 26 già torna incomprensibile.

Questi doni non richiesti si riproporranno fino al gran finale del cenone di capodanno, notoriamente scadente perché sabba supremo di merci riciclate innumerevoli volte: vuoi un po’ di moscato dolce del Luna Park? Un panettone al gusto tiramisù?

Per carità: non fraintendetemi, è tutto giusto così, non bisogna cambiare niente. Senza porzioni esagerate, senza avanzi nel frigo, senza nocino dello zio, che Natale sarebbe?

PS: solo dopo averne mangiati un bel po’, a onor della cronaca devo dire che il mio panettone preferito di questo Natale è stato quello della Cremeria Capolinea di Simone De Feo da Reggio Emilia.

Squisito.

Per il mio palato –e per quello dei miei familiari– decisamente migliore di tanti altri, anche blasonati. Ricordatevelo per l’anno prossimo.

Luca Iaccarino

27 Dicembre 2018

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