Birre d’Italia 2019: Slow Food spiega perché Baladin ha perso la chiocciola

È uscita la nuova edizione di Birre d’Italia, probabilmente lo strumento più utile per non smarrirsi nel mare magno dei birrifici artigianali italiani.

C’è stata polemica prim’ancora che la guida di Slow Food arrivasse in libreria e negli shop online, e sì, ci ha messo lo zampino anche Dissapore.

Perché Birre d’Italia 2019 ha levato la chiocciola, massimo riconoscimento della guida, al birrificio Baladin, il più famoso d’Italia, legato per molti aspetti proprio a Slow Food.

[Birre d’Italia 2019: chi sale e chi scende nella guida Slow Food]

Trovando la decisione stravagante, ci siamo immaginati che nascondesse qualcosa non strettamente legato al livello delle birre.

Per sapere se ci sbagliavamo abbiamo chiamato Eugenio Signoroni, curatore di Birre d’Italia 2019 insieme a Luca Giaccone, per avere dalla sua viva voce le spiegazioni del caso.

D. – Avete levato la chiocciola al birrificio Baladin, simbolo del movimento artigianale italiano, perché?

E.S. – “Non è certo stata una scelta improvvisata. Anzi, non ti nascondo che è stata sofferta, proprio per il legame storico tra Slow Food e Baladin. Nell’ultimo periodo abbiamo osservato qualche “passaggio a vuoto”, e mi riferisco alle birre mainstream: Isaac, Wayan, Nazionale, Nora, fino alla Super.

Abbiamo riscontrato problemi in più assaggi, in situazioni e luoghi diversi. Preso atto di questo calo di qualità abbiamo comunicato a Teo Musso la perdita della chiocciola prima che la guida fosse in libreria, giusto per chiarire che non c’è alcun “divorzio” in corso.

Ci lega un rapporto importante, come avete scritto voi, proprio perché il birrificio è impegnato nella promozione dell’intero settore, oltreché attento alla sostenibilità e alle materie prime utilizzate”.

D. – Tutte cose che di norma portano un birrificio alla chiocciola…

“Certo. Ma non si può prescindere dalla prima condizione necessaria: un elevato livello di qualità sulla stragrande maggioranza dei prodotti che escono dal birrificio. Ciò non significa che Baladin non produca anche birre eccellenti; abbiamo premiato la Xyauyù (Birra Slow) e la Leon (Grande Birra).

[Birre d’Italia 2017: le prime 10 da comprare secondo Slow Food]

Ma dobbiamo rendere conto al nostro lettore del calo di qualità sulle etichette più diffuse, che poi rappresentano gran parte della produzione”.

Un peggioramento che non riguarda altri antesignani chiocciolati come Lambrate, Birrificio Italiano o Beba?

“Esatto. Tra i birrifici della prima ora, Baladin è quello che ha avuto una flessione più evidente nella qualità. La guida racconta un periodo preciso, che ci auguriamo passeggero.

E i birrifici di dimensioni contenute, che producono soltanto per i propri locali o poco più, hanno il vantaggio di un controllo qualità più accurato. Ingrandirsi e differenziare comporta rischi”.

Rispetto alla scorsa edizione hanno perso la chiocciola tutti i birrifici passati di mano, è una scelta “politica”?

È anche una scelta “politica”, ma il fatto che Baladin sia lì in mezzo non c’entra. Tra i birrifici che hanno perso la chiocciola vanno fatte le dovute distinzioni.

Per esempio, Birra del Borgo (ceduta ad AB-Inbev e quindi non più artigianale) ha dimostrato una qualità costante in tutta la gamma, ma non ce la sentiamo di abbinare la chiocciola a una multinazionale.

Allo stesso modo il Birrificio del Ducato, che ha ceduto il 70% delle proprie quote a Duvel, non avrebbe potuto avere la chiocciola, anche se avesse mantenuto una buona qualità.

Per Toccalmatto la valutazione è stata complicata (il birrificio si è fuso con il conto-terzista Caulier, ma è rimasto artigianale): non ci sono di mezzo multinazionali della birra, ma le notizie sul suo passaggio societario sono ancora fumose, benché la produzione sia di assoluto valore.

Avete suddiviso la guida tra birrifici artigianali, non artigianali, affinatori e beerfirm. Lo avete fatto per rispondere alle critiche? 

(Anche Dissapore aveva trovato poco felice una frase del libro “Il Piacere della Birra“ di Slow Food, in cui si minimizzava la cessione di Birra del Borgo a una multinazionale della birra, anteponendo il discorso della qualità produttiva).

[C’è una vivace polemica tra Slow Food e i birrai artigianali a causa di Birra del Borgo]

“Sì, c’entra. È vero che i tempi sono cambiati, che gli acquisti di birrifici artigianali da parte delle industrie sono frequenti, e quindi fare chiarezza è necessario, ma la suddivisione è anche frutto delle critiche che ci avete rivolto e del confronto con i birrai.

Abbiamo riflettuto sul nostro ruolo e sulle aspettative nei confronti di una guida Slow Food. Inserire i birrifici industriali tra gli artigianali, in base alle regioni, poteva generare confusione.

Ecco il perché delle quattro categorie, beerfirm compresi (i birrifici che non disponendo di impianti producono presso altri), li abbiamo inseriti solo a una condizione: che facciano chiarezza, a loro volta, specificando che non producono in proprio su siti web e pagine social aziendali.

Abbiamo anche inserito in fondo a ogni scheda una “carta d’identità” del birrificio, con i dati necessari a capire la politica aziendale: assetto societario (“100% capitali interni”,”anche capitali esterni”..), durezza e trattamenti fatti all’acqua, provenienza delle materie prime, coadiuvanti di processo e lavorazioni finali (micro-filtrazione, pastorizzazione, centrifugazione..).

597 birrifici recensiti, come si fa? Visitate tutti quelli che esistono in Italia? Quali sono state le sorprese di questa edizione?

“Abbiamo circa 110 collaboratori e lavoriamo in un arco di tempo molto ampio. Non andiamo dappertutto; gli assaggiatori, diffusi in modo capillare, riescono a provare le birre di tutti anche senza andare nel birrificio.

Insomma, si fa un primissimo lavoro di scrematura, escludendo chi non possiede i requisiti minimi, poi iniziano le visite, quindi le degustazioni ripetute in momenti diversi e in luoghi diversi, le recensioni, le segnalazioni delle birre più meritevoli di ogni regione.

Per i produttori che conosciamo meno, ci riserviamo il diritto di fare una contro-prova. Insomma, è un lavoro articolato, non una degustazione alla cieca con decisioni prese a tavolino. Mi piace dire che è il frutto di una soggettività condivisa.

[Birra dell’anno 2018: vince Cr/Ak Brewery]

Per quest’edizione abbiamo alzato l’asticella, ripromettendoci di essere più severi, ma le birre premiate sono più della passata edizione: il livello qualitativo italiano è migliorato.

Le rivelazioni? Rolio, birrificio nato di recente che si è imposto sulla scesa piemontese. Poi Nadir e Altavia in Liguria, 61 Cento nelle Marche, Ahpah Indipendent in Veneto”.

Chiara Cavalleris Chiara Cavalleris

10 Aprile 2018

commenti (4)

Accedi / Registrati e lascia un commento

  1. Avatar Emanuele ha detto:

    Questi riconoscimenti prescindono la qualità effettiva del prodotto e si concentrano più su delle premesse velleitarie (“niente chiocciola alle multinazionali”). Vi meritate l’agricoltura biodinamica.

  2. Avatar Paolo Parma ha detto:

    Sono curioso di capire una cosa, si premia la qualità del prodotto, ma se il capitale lo mette una multinazionale non vale ? Quindi tutte le aziende artigianali sono anche perfette dal punto di vista etico? Perché sembra che se non sei “artigiano” la tua birra sia fatta con acqua inquinata e luppolo ammuffito, e sinceramente la cosa mi fa alquanto sorridere…

    1. Avatar Andrea ha detto:

      “Quindi tutte le aziende artigianali sono anche perfette dal punto di vista etico? ” No: c’è scritto. Altrimenti tutti avrebbero premi.

  3. Avatar Manuela ha detto:

    i radica chic di slow food “schifano” tutto quello che è industria.Io me ne frego e ho appena preso la birra Balladin anche se loro gli hanno tolto la chiocciola e me la godo.
    Per questi gli agricoltori dovrebbero zappare la terra ancora a mano….fuori dal mondo.