Giù le mani dallo Champagne: la sentenza storica ci dice che aprire una Proseccheria è più facile

La sentenza contro i locali "Champanillo" è storica per tutti i marchi di tutela UE, ma ci fa capire che alcuni si difendono meglio di altri, tipo l'AOC Champagne.

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Se stavate per aprire una Champagneria, fermatevi un momento, fate un passo indietro e magari optate per una meno rischiosa Proseccheria, o qualcosa di simile. C’è un motivo ben preciso se ve lo sconsigliamo: se aprite un locale, facendovi belli con il nome Champagne quando in carta magari avete solo vini da quattro soldi, la Corte Europea vi fermerà. Perché, signore e signori, il buon nome dello Champagne va tutelato in ogni suo utilizzo, fosse anche l’apertura di un localino di spumanti.

E da oggi è scritto nero su bianco: una sentenza della Corte di giustizia dell’Ue ha accolto infatti la richiesta del Comité Interprofessionnel du Vin de Champagne di vietare l’uso del termine “Champanillo” a una catena di tapas bar spagnoli, perché “la denominazione di origine costituisce uno strumento di tutela del consumatore e uno specifico diritto di proprietà intellettuale che designa un prodotto di una determinata regione”. Insomma, con la denominazione non si scherza. La sentenza spiega infatti che la tutela delle denominazioni di origine “deve estendersi ai servizi al fine di garantire un elevato livello di tutela”.

Se definiamo storica la sentenza, è perché costituisce un precedente importantissimo. La tutela della denominazione non può e non deve passare solo dall’etichetta della bottiglia, ma va estesa a qualsiasi utilizzo, fosse anche all’insegna ingannevole di un locale che con lo Champagne ha poco a che fare.

Al pari di ogni brand, l’utilizzo da parte di un privato deve essere concordato con chi ne detiene i diritti, che può anche dire marameo all’apertura di una Cocacoleria se poi lì dentro si serve Pepsi, o se gli standard del locale non rispettano i requisiti immaginati dall’azienda.

E ci scuserete se il paragone è poco romantico.

Ma la verità è che se vogliamo tutelare un prodotto, ancor più un prodotto d’eccellenza, dobbiamo ragionare con logiche imprenditoriali. Pensare al posizionamento, al target di riferimento, e alla tutela di tutto ciò che fuoriesce dal recinto di quel che per il nostro prodotto abbiamo da sempre immaginato e voluto.

Dunque, se lo Champanillo danneggia l’immagine dello Champagne, chiedo alla Corte Europea di intervenire, e faccio la storia della tutela della denominazione vinicola. Come ho sempre fatto, d’altronde. Mettendo dei paletti strettissimi alla produzione di Champagne, lavorando sulla sua storia e sul suo nome, oltre che sul prodotto.

Non nominare lo Champagne invano: i precedenti

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Per quanto la sentenza odierna faccia giurisprudenza, e dia una lezione a tutti (in primis a noi Italiani) sulla tutela dei propri prodotti, non è la prima volta che il Comité de Champagne si batte per la tutela extra merceologica del suo nome, che entra in gioco nel momento in cui – al pari di un brand, come dicevamo – la denominazione assume una sua riconoscibilità.

“Non è Champagne se non è dello Champagne”, dicono fieri dal Comité, checché ne dicano i Russi. Ma prima di Mosca anche altri ci hanno provato: negli anni Sessanta, ad esempio, c’è stato lo “Spanish Champagne”, un vino spumante distribuito in Gran Bretagna, contro cui si espresse l’Alta Corte d’Inghilterra, dando ragione ai produttori francesi.

Ma mica di solo vino stiamo parlando: lo Champagne, nel 1977, vinse anche una battaglia coltivata in seno contro l’acqua minerale Perrier, che sfruttava la notorietà dello Champagne in Germania con lo slogan “lo Champagne delle acque minerali”. E nel 1994, in Gran Bretagna, comparve (per poco) l’etichetta “Elderflower Champagne” su una bevanda gasata al sambuco.

Insomma: la notorietà dello Champagne, negli anni, ha fatto gola un po’ a tutti. Ci sono state le birre, le Cole, i cracker da aperitivo, i gel doccia, le bolle di sapone, e perfino lo scopettino del gabinetto a forma di bottiglia di Champagne (parbleu). Ma il Comité è sempre stato integerrimo nel proibire lo sfruttamento della denominazione, e non solo in ambito enogastronomico.

La lista delle cause per la tutela della denominazione è lunga davvero: c’è quella fatta alle sigarette “Champagne” (1984), quella contro lo yogurt “Arla al gusto di Champagne” in Svezia (2002), e poi lo shampoo “Champagne” nei Paesi Bassi (2010) e il fegato d’oca “Champagne et 2 poivres” in Francia (2014).

Il caso più eclatante – e forse più simile a quello che riguarda i locali Champanillo – è quello della causa contro Yves Saint Laurent, che nel 1993 provò a immettere sul mercato un profumo chiamato “Champagne de Yves Saint Laurent”. Indovinate come andò a finire? Il profumo venne ritirato dal mercato, con milioni di dollari di investimento evaporati più velocemente delle bollicine in una bottiglia chiusa male.

La lezione dello Champagne

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Intransigenti, dicevamo. Magari non simpatici, non ammiccanti, ma di certo affidabili e attentissimi al loro lavoro di tutela della denominazione. Perché se lo Champagne è lo Champagne, non è solo una questione di prodotto – che, va da sé, è senza eguali nel mondo delle bollicine.

Perché c’è almeno un altro motivo per cui, d’ora in poi, gli Champanillo di tutto il mondo si convertiranno in Prosecchillo, o se le osterie d’ogni parte della Toscana continueranno a utilizzare un po’ a casaccio il galletto nero, storico simbolo del Chianti. E il motivo è che ci permettiamo di dubitare che a qualcuno dalle nostre parti verrebbe in mente di scomodare la Corte Europea per una questione del genere.

Non che i consorzi italiani non facciano la loro parte di lavoro. Emblematico, ad esempio, è stato l’affaire Prosek in Croazia, di cui si è occupato il Consorzio del Prosecco Doc, ma ne potremmo citare molti altri. Come però potremmo citare molti altri casi finiti male, come quello del Tokaj, ceduto all’Ungheria con buona pace del Tocai Friulano che da allora venne chiamato solo Friulano.

In parte, è anche una questione di scelte di marketing: la tutela dei nostri vini, talvolta, è stata messa in secondo piano rispetto alle strategie commerciali. Il Prosecco, d’altronde, è il vino più esportato all’estero, e poco importa se i produttori si oppongono al rosé: visto che il mercato va in quella direzione, si va dritti per quella strada.

Sono scelte, spesso anche ponderate. Ma viene da chiedersi se, di tanto in tanto, non sia il caso di imparare qualcosa dai Francesi, non solo sul fare vino buono, ma anche sul mantenerlo tale nella storia.

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