Vi ricordate quando il comparto enologico italiano si stagliava coeso contro chiunque parlasse di crisi? Prima si urlava al danneggiamento del sistema vinicolo italiano, minacciato da un’ipotetica deriva salutista che ha raggiunto il suo apice con gli health warnings in etichetta; poi si sminuivano i dazi di Trump, andando a raccontare che ci era stato addirittura “fatto un favore” (cit. il ministro Lollobrigida), infine si gioiva delle generose previsioni vendemmiali del 2025, in barba alle giacenze di cantina che in continuo accumulo.
In questo contesto di sfavillante ottimismo, si guardava con sovrana pietà ai cugini d’oltralpe che ancora una volta, seppur con soluzioni drastiche, affrontavano la loro crisi enologica agendo in anticipo: parliamo del piano di estirpi dei vigneti, varato nel 2025 con circa trentamila ettari estirpati e che proseguirà con altri ventottomila ettari in programma.
A tal proposito, giova ricordare come nel 2024 il presidente di Unione Italiana Vini Lamberto Frescobaldi fosse molto critico con il modello francese, ritenendolo non attuabile in Italia e proponendo una revisione generale delle rese delle DOP, cosa attualmente in discussione seppure con eccessiva timidezza.
Frescobaldi apre agli espianti: una svolta per il vino italiano?
Ebbene, lo scorrere dei giorni ci ha portato a qualche giorno fa, quando lo stesso Frescobaldi, intervistato da Wine News, è tornato sull’argomento e, indovinate un po’? Gli espianti delle vigne oggi in Italia non sarebbero poi così inattuabili anche da noi. Anzi, il Presidente dell’UIV ha candidamente ammesso che in effetti in alcune zone d’Italia gli espianti potrebbero essere inevitabili. Ha precisato però che ciò sarebbe attuabile solo a fronte di un “piano B” per salvaguardare gli agricoltori. Sui dettagli del paventato “piano B”, nulla è noto. Ad ogni modo, la speranza del presidente dell’UIV è che chi voglia (o debba) espiantare la vigna resti comunque a lavorare la terra, “perché in certe zone se sparisce la vigna, oggi, sparisce l’indotto, sparisce il bar, sparisce il presidio medico“.
Poche parole, ma che possono far discutere per ore. Innanzitutto, pur condividendo la romantica visione agreste della vita, vale la pena di ricordare che lavorare la terra è un mestiere faticoso e, nonostante le notevoli agevolazioni fiscali, poco remunerativo (a meno che non si vendano bottiglie di vino a centinaia di euro; provate a fare gli stessi soldi coltivando e vendendo melanzane).
Basta tornare indietro agli anni del boom economico, quando centinaia di ettari di terreni coltivati furono abbandonati dai contadini in cambio del salario regolare garantito dalle fabbriche. Un esempio eclatante per la viticoltura fu quello di Boca, spettacolare DOC nord-piemontese, la cui superficie vitata passò da circa quattromila ettari vitati nella prima metà del secolo scorso ai soli dieci (dieci!) ettari nei primi anni ’90.
Meno vigneti per salvare il settore, ma chi dovrebbe espiantare?
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A seguire, sebbene Frescobaldi abbia dimestichezza con le parole, emerge una sottilissima ventata di elitarismo quando dice: “poi è vero che ci sono zone che negli anni sono salite un po’ così sul carro del vino, e ora non ce la fanno più. E allora espiantiamo se e dove c’è bisogno” CORSIVO. Chiaramente, tutto noi ci stiamo chiedendo quali siano queste zone che il presidente dell’UIV deplora; quali siano le zone “che non ce la fanno più” e le cui viti potrebbero venire espiantate senza molto danno per il vino italiano.
Certo, non sarà Frescobaldi stesso l’aprifila di queste estirpazioni e non toccherà nemmeno una barbatella dei millecinquecento ettari aziendali sparsi su tutto il territorio toscano, dai quali si ricavano circa 12 milioni di bottiglie l’anno. Oltretutto, la Marchesi Frescobaldi è anche in espansione, avendo aggiunto ad aprile 2026 altri sette ettari vitati sull’Etna agli altri quaranta già controllati. Denominazioni d’origine storiche e celebri, che non sono salite sul carro del vino l’altro ieri… ma sul mercato ce la fanno ancora?
Già: pensate se un metodo empirico per impostare una gerarchia degli estirpi considerata da Frescobaldi fosse, per ogni denominazione, quantificare gli ettolitri di vino che giacciono invenduti in cantina. A naso, escluderemmo dalla lista giusto il Prosecco, che pare si riesca a vendere anche quello fatto con le vigne piantate sulle canaline di scolo. Tutto bello, ma così si entrerebbe a gomiti alti contro la dottrina neoliberista: se un viticoltore vuole sbattere il grugno continuando a produrre il suo Montepulciano d’Abruzzo (denominazione citata solo a titolo d’esempio, posate lu cippitill) nonostante il mercato non lo premi, dovrebbe essere comunque libero di farlo e di non sentirsi consigliare da un maggiorente del settore di mettersi a coltivare cavolo nero.
La crisi del vino italiano tra giacenze, nuovi impianti e mercato in calo
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Oltretutto, la considerazione di Frescobaldi stona con l’attualità: ogni anno il MASAF autorizza l’impianto di circa settemila ettari di nuovi vigneti. Questo non significa che ogni anno quei settemila ettari diventino tutti vigne, ma ciò che è rilevante è che la superficie vitata nazionale è in costante aumento. Facile immaginare che la richiesta di un aumento del proprio parco vigne provenga da gruppi mastodontici, che abbiano denaro da investire, non certo dal piccolo viticoltore da pochi ettari.
Dunque la proposta per risolvere la crisi del vino italiano (che, ricordiamo, fino a un paio di anni fa non esisteva neanche), ci appare come un’altra idea non nuova, buttata sul tavolo con poca convinzione e senza i necessari dettagli. Un’idea sulla quale si tornerà a ragionare tra qualche tempo, quando verranno individuate delle problematiche sulle quali sarà necessario riflettere ulteriormente e con calma, e via andare a spazzare la palla in tribuna. Nel frattempo, i viticoltori dovranno continuare a fare i conti con le solite criticità, come un mercato in costante flessione, grandinate che spuntano fuori dopo giorni e giorni di torrida siccità e epoche di vendemmia che anticipano anno dopo anno.
Perlomeno quest’anno UIV, Assoenologi e ISMEA hanno avuto la delicatezza di non indire la classica conferenza stampa per annunciare le previsioni vendemmiali, precisando che i dati verranno diffusi solo a vendemmia conclusa. Una buona mossa per non agitare ulteriormente il settore in un momento così delicato. Decisione questa che, ça va sans dire, i francesi avevano già preso un mese fa, più o meno nello stesso periodo in cui il ministro Lollobridiga dichiarava “non solo non dobbiamo più imparare dai francesi, ma possiamo anche insegnare qualcosa“. And isn’t it ironic? Don’t you think? (Cit. Alanis Morissette)