di Adriano Aiello 26 Settembre 2014
vino, lazio

Roma è la città del vino. Un momento che argomento: la capitale è tutto un susseguirsi di eventi dedicati a Bacco, oltre a essere ricchissima di enoteche, trattorie e ristoranti dove bere molto bene non è affatto difficile. Ma Roma è anche funestata da una produzione locale, o meglio regionale, generalmente mediocre e senza direzione.

Non sorprendentevi allora che l’uscita delle guide di settore riporteranno la solita comprensibile messa sulla situazione straziante del vino laziale.

Non è stato sempre così, anche se il Lazio mai è stato e mai sarà il Piemonte. Due sono le correnti di pensiero per raccontare questa crisi qualitativa:

Il pensiero tecnico secondo il quale la regione, nonostante sia patria di storie e piantagioni vinicole millenarie, non sia particolarmente votata al vino di grande qualità. Probabile ma sicuramente ci sarebbe spazio per dare vita a maggiori prodotti medi che si integrino meglio con il territorio e accolgano l’esigenza di pasteggiare con un bel bicchiere. Vini gastronomici e schietti ma più centrati insomma, senza difetti e discontinuità evidenti tra le denominazioni.

Il pensiero culturale secondo il quale Roma rimane piazza di saperi antichi e rustici, dove orpelli e fronzoli non attecchiscono. È un pensiero retorico che vede nella ricerca di un buon vino da abbinare alle tante proposte gastronomiche della regione una posa spocchiosa; un attentato a quella poesia romantica fatta di tavolate ai castelli, salumi porchetta e vinello facile e sincero.

L’idea è suggestiva ma tace alcuni fatti: tipo che una dominazione storia come Frascati non produce vini di rilievo dal referendum su monarchia o repubblica. E che lo sfuso delle trattorie romane è spesso al limite dell’imbevibile, oltre a essere servito a temperature spesso criminali.

Nel marasma spicca comunque il nome di qualche cantina che fa le cose per bene: chi rischia, chi interpreta bene i gusti degli autoctoni, chi ci mette l’anima e chi ha il passo del visionario.

Nei miei ultimi quattro giorni romani mi sono messo con piglio e abnegazione a bere solo (ok, quasi, un paio di Riesling li ho presi…) cose del Lazio e le mie convinzioni ne sono uscite rinforzate.

vinolazio

San Giovenale
Nella selvaggia natura della Tuscia viterbese, Emanuele Pangrazi ha dato vita negli ultimi anni a una delle realtà più sorprendenti della regione: 20 ettari in regime biologico tra i monti Sabatini e Cimini. La visione di Pangrazi è sicuramente ambiziosa: fare dell’area una piccola Vale del Rodano in terra laziale, coltivando grenache, syrah e carignan, come nella più celebrata regione francese.

I risultati gli danno ragione, basta assaggiare il suo Habemus, un rosso dalla struttura importante ma anche dall’eleganza e dalla finezza sorprendenti, con un equilibrio perfetto e una grande bevibilità. Speziato, austero e succoso è tra i vini migliori dell’intero Lazio.

Casale Certosa
Siamo in prossimità dei Colli Albani dove due fratelli gestiscono con entusiasmo e soprattutto idee chiare la loro cantina. Qui beviamo un classico dell’enologia laziale come la Malvasia puntinata. Ottima sia in purezza che vinificata insieme al Grechetto nella versione Alborea. In entrambi i casi ci troviamo di fronte a un bel bianco fine e floreale che scende a velocità importanti. Meno interessanti (almeno per il sottoscritto) i rossi da vitigni internazionali.

Visciole
Del loro splendido Cesanese del Piglio Jù Quarto ne abbiamo parlato qui, abbinandolo alla pizza cacio e pepe di Sforno. L’azienda coltiva solo tre piccoli appezzamenti in regime biodinamico e oltre al rosso che li ha resi celebri produce una Passerina del Frusinate che non ho mai avuto modo di assaggiare.

Mottura
Azienda plurigenerazionale con 40 ettari nel viterbese e una splendida cantina interrata che vale la visita (almeno così immagino dalle foto). Bevuti i loro vini durante un pasto/tour de force. Consigliati i bianchi, Grechetto in primis, ovvero il loro Poggio della Costa ideale per chi non cerca i muscoli nel vino, ma agilità e una certa eleganza.

Carpineti
Azienda biologica che abbiamo più volte citato come volto sano (non perché biologico, non siamo alle elementari) del vino laziale, per intenzioni e attenzione nell’interpretazione del territorio. Ottimi i prezzi e sinceri i vini che tirano fuori il massimo da Bellone e Nero buono, varietà e denominazioni dalle quali non ci si aspetta miracoli. Interessante anche il loro metodo classico, anche se ha una grassezza un po’ faticosa.

Casale del Giglio
Realtà solidissima in bilico tra aderenza a un modello artigianale e necessità industriali anche nelle tecniche di vinificazione. L’azienda annovera un’infinita gamma di vini, non tutti indimenticabili. Qualche anno fa passarono sotto le forche caudine manichee di Nossiter ma nulla li smuove dall’essere presenti nelle tavole di chi beve consapevolmente nel Lazio.

Ciolli
Cantina determinante di una zona (Olevano Romano) in cui si sono fatti buoni progressi nelle scelte enologiche. Qui bevete rosso, Cesanese per la precisione, nella sua tipica espressione rustica e tannica. Ma grazie proprio a Ciolli e a un pugno di produttori (tra cui Migrante e Proietti) è finalmente esplosa anche la componente fresca e minerale. La produzione conta qualche discontinuità ma sicuramente è ragguardevole.

Cantina Sant’Andrea
Siamo a Terracina, da Gabriele Pandolfo, artefice di un significativo rilancio del moscato locale vinificato secco e anche spumantizzato (molto meglio la prima versione sinceramente). Prezzi molto competitivi per uno bianco piacevole e beverino. Discreti anche i rossi, che pagano un po’ di rusticità.

Antiche Cantine Migliaccio
Vino isolano di gusto e di fatto, il loro Biancolella è tra i bianchi più piacevoli della Regione: fresco, succoso e sapido come ci si aspetta da un bianco di questi luoghi.

[Foto copertina: ViaggiatoriWeb]