Cuochi in fuga: in Italia crescono le responsabilità, all’estero lo stipendio

Cuochi in fuga: in Italia crescono le responsabilità, all’estero lo stipendio. Allora perché un cuoco dovrebbe restare in Italia?

Ho un amico cuoco. Bravo. Di successo. In ascesa.

Bene, qualche giorno fa mi ha detto: “mi son rotto le balle, prendo, parto, vado all’estero e in due anni guadagno quel che qua non metterei assieme in una vita.”

E lo farà.

[Il piatto è rotto: cuochi che valgono e cuochi che no]

[E così vuoi fare il cuoco: piccola guida alla carriera in cucina]

[Carbonara troppo al dente: cuoco italiano licenziato in Francia]

Ha già un contratto: parte, va in un ristorante celebre a oriente, il contratto che ha in mano gli garantirà di far abbastanza grani “da prendere quei soldi e aprirmi una cosina mia con la mia morosa. Naturalmente sempre all’estero.”

Questa storia, ahimè, è esemplare.

La domanda brutale, ma che non può essere taciuta, è: perché un bravo cuoco dovrebbe rimanere in Italia? Perché non dovrebbe andarsene? Il cuoco è un mestiere senza barriere linguistiche, se sei capace puoi trasferirti da Roma o a Bangkok da un giorno all’altro.

I motivi dello “remain” sono chiari: gli affetti, la famiglia, il nostro bel paese, i nostri buoni prodotti, il nostro stile di vita piuttosto rilassato, il costo della vita tollerabile.

Ma i motivi del “leave” sono fortissimi: guadagnare molto, molto di più, avere meno vincoli (burocrazia & co), incontrare una clientela più cosmopolita, vivere in posti belli.

Soprattutto –e credo che questa sia la motivazione del mio amico cuoco– ci sono tanti paesi in cui c’è un’energia positiva che pervade tutto: gli imprenditori, i clienti, il tessuto sociale. Paesi dove c’è voglia di crescere, di fare, di andare avanti.

E dove ci sono, questa è la parola chiave, opportunità. Dove ogni giorno hai la sensazione che possa accadere qualcosa di buono, invece che la certezza di dover lottare con la burocrazia e margini risicati.

Non voglio fare il menagramo, ma ribadire che dobbiamo mettercela tutta per far sì che sto paese funzioni, anche dal punto di vista della cucina: se no anche i cuochi migliori se ne andranno.

È per mangiare una buona carbonara toccherà volare a Singapore.

Luca Iaccarino Luca Iaccarino

24 Gennaio 2019

commenti (8)

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  1. Avatar BMW ha detto:

    Sono in disaccordo solamente su un punto: “il nostro stile di vita piuttosto rilassato”

    Vivo all’estero anche io e posso dire che all’estero hanno uno stile di vita rilassato non in Italia: ore spese nel traffico per raggiungere il proprio posto di lavoro e viceversa la sera per tornare a casa, bar con baristi e commessi nevrotici che servono 1000 tazze di caffe’ al minuto ecc ecc….

    Lavorare fuori dall’Italia e’ tutta un’altra storia e lo stress diminuisce drasticamente perche’ si lavora per vivere e non si vive per lavorare.
    Detto tutto cio’ l’Italia ha mille cose positive che aime’ all’estero non ci sono.

    1. Avatar Lucrezia ha detto:

      Verissimmo, solo a Parigi ho visto gente sfrenata come nei capoluoghi italiani.

    2. Avatar Orval87 ha detto:

      Un dettaglio: “estero” include circa 200 nazioni. Se mi parli di Svizzera, Austria o Lussemburgo (a patto di non pulire i bagni) ok, se mi parli di Bulgaria, Macedonia, Bosnia, Bielorussia, Somalia o Corea del Nord magari direi di no, visto che a livello di previdenza sociale, sanità, ecc. non hanno da stare allegri, per dire.

  2. Avatar ROSGALUS ha detto:

    Molti vanno all’estero, specie nei Paesi emergenti , per due ragioni:

    a) opportunità di impiego e di crescita (successo delle iniziative);

    b) minori costi di ingresso nell’avviamento di iniziative imprenditoriali.

  3. Avatar Paolo Parma ha detto:

    Molti vanno all’estero perché non sopportano più un paese autoreferenziale, in cui se conosci ottieni, che tu lo meriti o meno, in cui è sempre più difficile incontrare veri imprenditori, e non personaggi interessati a speculare, siamo un paese malato, che ogni 5/10 anni spera di cambiare tutto semplicemente votando il ducetto di turno, invece di pretendere una classe politica seria, responsabile, che la metta di fronte alle proprie colpe.
    Poi ci aggiungiamo la burocrazia folle, le tasse ( esistono anche all’estero, e a volte maggiori, come l’IVA nella ristorazione)

  4. Avatar Daniele ha detto:

    Credo che il punto chiave sia l’energia positiva. Non faccio il cuoco – lavoro nel marketing – e sono 10 anni che ho lasciato l’Italia. Ho lavorato a Parigi, Hong Kong, Singapore e adesso a NY. E ogni volta che torno l’energia negativa è assolutamente opprimente. E non lo dico con disprezzo: lo dico con dispiacere perché anno dopo anno vedo persone che erano solide, positive, venir trascinate in quel gorgo. L’idea è che in Italia sia sempre impossibile fare qualcosa.
    Non critico eh – non ne ho il diritto, da lontano. Osservo solo e mi dispiace perché quando vedo noi Italiani all’estero vedo persone che hanno davvero una marcia in più di tanti altri. E ogni volta mi chiedo perché questa marcia in più funzioni solo fuori.
    Un esempio per chiudere: mi hanno chiesto di tornare per un ruolo manageriale a capo dei reparti che si occupano della mia disciplina di un’azienda con tre uffici in Italia. Lo stipendio offerto? Il 10% in più di quanto prendevo quando me ne sono andato nel 2009. E questa è un’azienda solida e con persone in gamba e direi abbastanza oneste, quindi non penso cercassero di fregarmi. Era lo stato delle cose. Ma a quelle condizioni, come fa una persona che non è benestante di suo e può decidere di fare una scelta di vita, a scegliere di rientrare?

  5. Avatar shellenberg ha detto:

    La verità è che abbiamo reso il paese del buon vivere per antonomasia, un paese angosciante.

  6. Avatar Diego ha detto:

    Io invece sto facendo il percorso inverso.
    Dopo anni(10)passati all’estero in cucina sto aprendo qui in Italia..non e facile e praticamente il 99 per cento delle persone mi sta dicendo che sono un pazzo e un’incosciente a farlo..speriamo bene!