di Luca Iaccarino 24 Gennaio 2019
chef in cucina

Ho un amico cuoco. Bravo. Di successo. In ascesa.

Bene, qualche giorno fa mi ha detto: “mi son rotto le balle, prendo, parto, vado all’estero e in due anni guadagno quel che qua non metterei assieme in una vita.”

E lo farà.

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Ha già un contratto: parte, va in un ristorante celebre a oriente, il contratto che ha in mano gli garantirà di far abbastanza grani “da prendere quei soldi e aprirmi una cosina mia con la mia morosa. Naturalmente sempre all’estero.”

Questa storia, ahimè, è esemplare.

La domanda brutale, ma che non può essere taciuta, è: perché un bravo cuoco dovrebbe rimanere in Italia? Perché non dovrebbe andarsene? Il cuoco è un mestiere senza barriere linguistiche, se sei capace puoi trasferirti da Roma o a Bangkok da un giorno all’altro.

I motivi dello “remain” sono chiari: gli affetti, la famiglia, il nostro bel paese, i nostri buoni prodotti, il nostro stile di vita piuttosto rilassato, il costo della vita tollerabile.

Ma i motivi del “leave” sono fortissimi: guadagnare molto, molto di più, avere meno vincoli (burocrazia & co), incontrare una clientela più cosmopolita, vivere in posti belli.

Soprattutto –e credo che questa sia la motivazione del mio amico cuoco– ci sono tanti paesi in cui c’è un’energia positiva che pervade tutto: gli imprenditori, i clienti, il tessuto sociale. Paesi dove c’è voglia di crescere, di fare, di andare avanti.

E dove ci sono, questa è la parola chiave, opportunità. Dove ogni giorno hai la sensazione che possa accadere qualcosa di buono, invece che la certezza di dover lottare con la burocrazia e margini risicati.

Non voglio fare il menagramo, ma ribadire che dobbiamo mettercela tutta per far sì che sto paese funzioni, anche dal punto di vista della cucina: se no anche i cuochi migliori se ne andranno.

È per mangiare una buona carbonara toccherà volare a Singapore.