Cuttaia, Genovese e Norbert: chi sono gli chef che vedremo nella finale di MasterChef

Da domani saremo orfani di Masterchef 7, visto che stasera alle 21.15 Sky Uno trasmetterà il finale di stagione.

Ci toglieremo la soddisfazione di vedere chi si prenderà il titolo di settimo MasterChef italiano tra i tre concorrenti rimasti in gara: Simone Scipioni, Alberto Menini e Kateryna Gryniukh.

Titolo che porterà in dote al vincitore la non disprezzabile somma di 100.000 euro in gettoni d’oro e la pubblicazione dell’inevitabile libro di ricette (poi dice che si fatica a venderli).

Ma a parte questo e al netto del consueto quartetto di giudici composto da Barbieri, Cannavacciuolo, Klugmann e Bastianich, l’ultimo Invention Test della stagione vedrà protagonisti tre noti chef, tutti con un nutrito corredo di stelle Michelin, vale a dire Pino Cuttaia, Anthony Genovese e Norbert Niederkofler.

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I concorrenti avranno 45 minuti di tempo per replicare alla perfezione un piatto rappresentativo dei tre chef, grazie a Vanity Fair possiamo scoprire quali. A noialtri spetta invece il compito di presentarvi meglio il trio Cuttatia, Genovese e Niederkofler.

Pino Cuttaia – La Madia: Uovo di seppia

È il suo piatto più famoso, un uovo con il guscio svuotato e farcito con pasta di seppia. Poi tutto viene cotto delicatamente per 20 minuti.

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Il ristorante La Madia è stato aperto a Licata nel 2000, ha ottenuto nel 2006 la prima stella Michelin e la seconda nel 2009. Nato a Licata, Cuttaia —50 anni— è cresciuto a Torino, dove ha anche studiato e lavorato in fabbrica, tenendo la cucina come passione.

La passione diventa lavoro in alcuni ristoranti del Nord, come Il Sorriso a Soriso, in provincia di Novara, ma Cuttaia è tornato a casa per lanciare la sua sfida, insieme con la moglie Loredana, in una città anonima dove oggi la Madia spunta come un fiore.

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Cucina delle radici, siciliana ma misuratamente diversa, piena di intuizioni, calore, saggezza e simpatia, ha in piatti come Uovo di seppia, Quadro di alici e Nuvola di caprese i suoi simboli.

Anthony Genovese – Il Pagliaccio: Ricordo di un viaggio in Thailandia

Il piatto è un dolce rivisitato in versione salata composto da scampi scottati accompagnti da una mousse, sempre a base di scampi, riso soffiato con latte di cocco, crema di mango e stecca di cioccolato.

Noto per la profonda influenza asiatica della sua cucina, Genovese, nato nel 1968 a Parigi da genitori calabresi, ha due stelle Michelin per il “Il Pagliaccio”, ristorante universale nel cuore di Roma, città dove vive dal 2003.

In precedenza ha viaggiato per il mondo collezionando molte esperienze, anche in paesi come Vietnam, Malesia e Laos, dove ha assorbito l’amore per le spezie, i sapori decisi e l’uso delle cotture veloci. Si spiegano così alcuni dei suoi piatti più noti, come Dim sum di sola seppia o Cappesante al pepe di Sarawak in zuppa leggera di cipolla e spuma di mandorle.

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La sua tecnica è stata appresa però nella scuola alberghiera di Nizza, dove ha studiato, pur rimanendo con l’anima italiana, a cui negli ultimi tempi lo chef ha dato sempre più valore, riaccostandosi ai sapori e alle tradizioni della propria terra.

Norbert Niederkofler – St. Hubertus: Anatra muta

Il piatto è un petto d’anatra alla brace con una salsa koji fermentata (condimento giapponese a base di orzo) e una salsa di anatra con bacche di sambuco.

Nato nel 1961 a Lutargo, nei pressi della Val Aurina, Niederkofler, dopo aver passato l’infanzia nell’hotel di famiglia —e spesso in cucina— ha viaggiato parecchio, ma è a Monaco di Baviera e New York che ha imparato il rispetto per la natura e per i suoi prodotti.

Tornato in Italia, dal 1996 è chef del St. Hubertus, ristorante dell’Hotel Rosa Alpina di San Cassiano, in Val Badia, che riceverà la prima stella Michelin quattro anni dopo, nel 2000. Tra sale calde dal sapore tirolese ma di assoluta eleganza, Niederkofler si racconta con piatti oggi considerati dei classici dai gourmet italiani, come il Risotto di rape rosse o la Terrina di topinambur e melograno.

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La sua cucina è basata su ingredienti tipici della zona, riscoperti e reinventati, tra cui i pesci di acqua dolce, la selvaggina e tantissime verdure. Una cucina di montagna personale e moderna premiata nel 2017 con le tre stelle Michelin.

[Crediti: Vanity Fair]

Anna Silveri

8 marzo 2018

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