di Luca Iaccarino 14 Febbraio 2018

Più d’un anno fa, durante una cena a più mani da Eataly a Torino, Federico Zanasi —che tra un mese dovrebbe varare Condividere nella “nuvola” della Lavazza— servì un adorabile paninetto.

In tanti chiesero: che è? Venne risposto loro: è un bao!

[Si chiama Condividere by Lavazza il ristorante che porterà Ferran Adrià a Torino]

Poco più di un mese fa, alla manifestazione PIG! organizzata dal cuoco calabrese Nino Rossi nel suo Qafiz a Santa Cristina d’Aspromonte, Luciano Monosilio di Pipero Roma preparò un paninetto farcito di maiale.

In tanti chiesero: che è? Venne risposto loro: è un bao!

[Pig scatena una voglia pazzesca di Calabria]

Un paio di settimane fa, da EDIT —una delle più ambiziose aperture degli ultimi tempi, il complesso gastronomico di Torino supervisionato da Paolo Vizzari— ci portarono a tavola una delle meraviglie del re dei lievitati Renato Bosco, quattro paninetti riempiti di faraona.

In tanti chiesero: che sono? E SONO DEI BAO! risposi io, con sicumera.

[A Torino apre Edit, il polo gastronomico]

Ieri sera, infine, da WellDone Burger —hamburgheria di qualità in quel di Bologna— mi son trovato davanti un ragazzo cinese che mi ha chiesto:

che ne pensi dei bao? Aridaje.

Insomma: non si parla altro che di bao, il paninetto orientale cotto al vapore che sta conquistando anche l’Italia, persino nelle soste di fine dining.

La domanda è: sarà vera gloria? La moda del bao durerà? I pochi che ho mangiato personalmente erano tra il molto buono e lo squisito, quindi non posso che augurarmelo.

Inoltre il bao ha una qualità che lo rende perfetto per l’Italia: è mollo, molto mollo.

In un paese per vecchi come il nostro è prerequisito di successo.