eat's conegliano

Scomodando Jeff Bezos, gran capo di Amazon, conoscere il fallimento significa prepararsi al successo perché per innovare bisogna sperimentare.

Purtroppo non si può sapere in anticipo se le cose andranno bene, certe sono solo la morte e le tasse.

Ma una scommessa che moltiplica la nostra puntata di 100 volte, anche se ha solo il 10 per cento delle possibilità di avere successo, va fatta sempre.

Devono averla pensata così anche i 10 protagonisti di questa storia: marchi storici, sfide ardite, chef e ristoranti, progetti in linea con lo spirito del tempo. Tutti uniti, ahinoi, dallo stesso sfortunato destino: il flop.

E’ la bellezza (insomma) di correre rischi arditi, di scommettere sul successo, di fallire. E magari di ricominciare.

1. BIONDI SANTI – Si fa presto a dire Brunello

brunello biondi santi

La notizia del mese alla voce flop riguarda certamente la famiglia Biondi Santi. Si tratta (per ora) di fragorosi rumor diventati pubblici a poche ore dal Vinitaly.

Ebbene: un’asta record (che sarebbe già arrivata a 110 milioni) affiderebbe al miglior offerente la tenuta Il Greppo, quella del Brunello di Montalcino.

47 ettari che hanno visto al lavoro cinque generazioni, l’ultima meno fortunata delle precedenti. Perché Jacopo Biondi Santi, a tre anni dalla scomparsa del padre Franco e con una vendemmia 2014 disastrosa alle spalle, si ritrova con una consistente quota aziendale (21.97%) pignorata dal Monte Paschi di Siena.

I marchi del lusso potrebbero essere molto interessati alla vicenda. Chissà, magari venderemo le fedi nuziali di nonna per un Sangiovese in confezione di gomma (ehm, pelle) Luis Vuitton.

2. SCATURCHIO, Napoli – Amare dolcezze

frittata maccheroni scaturchio

Decine di persone in fila per sfogliatelle e babà favoleggiati ben oltre i confini partenopei. Improvvisamente esce il pasticciere e “Scusate, devo chiudere. No, non tornate domani”.

Ce lo immaginiamo così il fallimento di Scaturchio, la storica pasticceria del Ministeriale (amato medaglione di cioccolato ripieno di liquore che nel 1905 fece diventare Francesco Scaturchio fornitore della Casa reale).

Il fallimento arriva nel 2009, ma non vale dar la colpa alla crisi. Qui i contributi ai dipendenti non venivano pagati praticamente da vent’anni. All’asta finisce pure il “Babà Vesuvio”, altro brevetto Scaturchio.

Tornato in pista nell’autunno 2010, il marchio vive nell’ombra di quel passato glorioso, tra nostalgie e impietosi confronti.

3. GALUP (E BATTISTERO) – Non arrivare a mangiare il panettone

Galup

Qui invece è stata crisi. Quella nera, che spegne le luci del tuo albero di Natale perché non hai pagato le bollette.

Siamo nell’autunno del 2012 quando Galup (dal piemontese “goloso) non riesce più a comprare gli ingredienti dei suoi doclci, tra cui la granella di nocciole delle Langhe. E per la prima volta dopo novant’anni, il panettone basso di Monsù Ferrua (che il Carosello di Erminio Macario rese celebre) sotto l’albero non c’è.

Una storia che ha fatto intenerire persino i nordici. Dopo pochi mesi, quattro giovani torinesi rilanciano il marchio, con una campagna che fa molto Coca Cola Company (e qualche incidente di percorso).

Diverse le sorti del panetùn (quello alto) di Battistero, costretto alla disgregazione nel 2011. Lo stabilimento di Parma è andato a Esselunga, mentre il marchio ha spostato la produzione in Romania.

4. EAT’S, Conegliano – Volevo essere l’anti-Eataly

Eat's; milano

Ha fatto il verso a Eataly, in tutto e per tutto. Glissiamo sul nome, che rasenta lo scopiazzamento. È un supermercato di specialità alimentari con tanto di storytelling e ristoranti interni divisi in corner (quello del pesce, della carne, la pizzeria…), il reparto vini è un’enoteca e il banco formaggi se possibile supera i prezzi di quell’altro.

Eat’s è nato a Conegliano (TV). I Coin, quelli dei grandi magazzini di fascia premium se ne innamorano, diventano soci, aprono a Verona, a Milano e Roma.

A Marzo 2014 il tribunale di Treviso dichiara il fallimento della casa madre, che si era già premurata di chiedere un concordato a quello di Venezia. Una disfatta. Ma qualche certezza l’abbiamo: mentre Milano continua a reggere, l’apertura di Roma è sparita e anche quella di Verona non si sente molto bene.

Sono pur sempre arrivati otto anni dopo Farinetti.

5. COTIDIE, Londra – L’erba del vicino è sempre la più verde

bruno barbieri

Un annetto in un ristorante a Londra, come uno studente che deve migliorar l’inglese. Solo che Bruno Barbieri, 7 stelle Michelin, non è andato fin là a lavare dei piatti.

I motivi per cui il suo Italian Restaurant, Cotidie, è durato così poco ruoterebbero intorno alle difficoltà della gestione. 25 mila sterline di affitto mensile ripagati da uno scarso interesse del pubblico verso le materie prime, che lui si faceva pure importare. Un grande chef poco apprezzato.

Tornerà nella sua Bologna (lo sapete già) con una trattoria che di cotidie (dal latino, “quotidiano”) non avrà il nome, ma certamente i piatti, “Perché oggi la ristorazione deve essere alla portata di tutti”.

Speriamo lo siano anche i prezzi, Bruno.

6. PARMACOTTO –  Insaccati in saccoccia (e avventure americane)

salumeria rosi, parmacotto

Parmacotto farà a fette l’America”, recitava un titolo di Panorama qualche anno fa, con la prospettiva di uno stabilimento americano ancora da costruire. A posteriori, quell’articolo si legge come una gufata, messa nero su bianco.

Pare che siano proprio gli investimenti americani, insieme a un eccesso di produzione e alla modesta efficienza del polo di Marano, ad aver segnato le sorti del celebre marchio di insaccati.

Lo stato di crisi è stato dichiarato a dicembre 2014: siamo a 119 milioni di debito e il piano di salvataggio che stagiona da un anno e mezzo, in attesa di essere votato dai creditori.

Nel frattempo ha chiuso uno dei due ristoranti di New York (Salumeria Rosi, anche a Parigi e Parma), aperti sull’onda dell’euforia, impiattando Parma Ham come un gioiello di Cartier.

7. PAOLO LOPRIORE – Geni incompresi

Lopriore Identità

Stava andando bene ai Tre Cristi di Milano, tanto da aver meritato un posto nei nostri top 15 ristoranti del 2015. Ma Paolo Lopriore è già in partenza verso una nuova avventura ad Appiano Gentile. Del resto lo chef più sopra o sottovalutato d’Italia, a seconda di come la pensiate, si è fermato poco negli ultimi anni e la sua carriera non è stata sempre un successo.

Privato della stella Michelin al Canto di Siena, nel 2013, aveva chiuso il locale dopo dieci anni, deluso, per poi riprovarci tre mesi dopo. Poi un’altra fuga, verso lo Sheraton di Como. Ma anche la sua città natale gli ha dato picche e da inizio 2015 il Kitchen fa a meno di lui.

Dividere è il suo destino, altrimenti non metterebbe nel menù “Patata, caffè, arachidi e cappero” (sarebbe un dolce). Reputazione da Don Chisciotte bernoccolato e un discreto zoccolo duro di ammiratori: stella o non stella, come si dice?, l’importante è che se ne parli.

8. PASTIFICIO AMATO – La pasta più amato dagli italiani 

Pastificio Amato

C’è voluta la procura di Salerno per capire cosa bolliva in pentola allo storico pastificio, gestito dalla famiglia Amato dal 1958 al 2012.

Con 140 dipendenti in cassa integrazione (dal 2009), la dirigenza continuava a svuotare le casse aziendali a suon di consulenze fittizie. 100 milioni di euro di fallimento, il sonorissimo crack di una pasta troppo al dente.

Poi Giuseppe Di Martino prende le redini della situazione. Già proprietario dell’omonimo pastificio e patron del Pastificio dei Campi (la pasta che usa Antonino Cannavacciuolo a Villa Crespi di Orta San Giulio), visto anche in un recente episodio de Il Boss in incognito.

Standing ovation. Un centro di Ricerca & sviluppo a Salerno e un nuovo packaging (in foto) con le ceramiche di Vietri: il capo ha capito che il legame con il territorio vende un casino.

9. CAFFE’ PLATTI, Torino – Locali storici 

platti caffè

Mentre la Juve si avvicinava al suo 31° scudetto falliva il locale che ne aveva visto la nascita.

È sulla panchina di fronte al Caffè Platti che un imberbe Giovanni Agnelli fondò la squadra bianconera insieme ai compagni di università. Un locale frequentato da Luigi Einaudi (il secondo Presidente della Repubblica Italiana sì, ma anche quello del Barolo) e da Cesare Pavese, che tra gli stucchi barocchi componeva poesie.

Immaginatevi il diludendo dei torinesi quando, il 23 gennaio dello scorso anno, il Platti ha abbassato le saracinesce con tre milioni di debiti sul groppone. 500 mila euro spettavano ai dipendenti, che hanno presentato un’istanza collettiva di fallimento nella speranza di una nuova gestione, più trasparente di quella affidata all’avvocato Alfredo Cardigliano.

La riapertura c’è stata: il Platti è tornato ad essere il Platti lo scorso agosto, aggiudicato con un’asta alla società Antica Zecca. Ed è ancora cioccolata calda tra arredi Luigi XVI.

10. TRIGABOLO, Argenta – Chiusure mai troppo chiarite

Trigabolo

Sul calar del sipario, ecco una fiaba. C’era una volta, in un locus amoenus chiamato Argenta (in provincia di Ferrara) il Trigabolo. Erano anni bui e tempestosi, quelli dei gamberetti in salsa cocktail. Cinque eroi, giovani in quanto tali, sfidavano il medioevo gastronomico cucinando insalata di piccione e lasagnette croccanti.

Tra loro Igles Corelli (oggi al ristorante Atman di Lamporecchio, a Villa Rospigliosi) e il sopracitato Bruno Barbieri. Luogo di pellegrinaggio per locali e stranieri, osannato dalla critica, il ristorante chiuse nel ‘93 in contemporanea con l’annuncio della terza stella Michelin.

Un incantesimo svanito. I motivi? Troppo terreni per essere narrati: forse costi troppo elevati, chissà… certamente sconosciuti.

[Crediti | Agi, Dissapore, Panorama, La Stampa, Cisl Veneto, Corriere, Reporter Gourmet, Il Fatto Quotidiano, Rai]