Salone del Gusto 2016: il match con Guido Martinetti di Grom

Gliene abbiamo dette di ogni, a Guido Martinetti.

E voi assidui lettori di Dissapore lo sapete bene: abbiamo seguito pedissequamente le vicende di Grom, la gelateria artigianale che artigianale non era, quella venduta ad Unilever tra debiti ormai incolmabili.

Quella, per riassumere in poche parole una storia lunga dieci anni, iniziata sotto i buoni auspici della benedizione di Carlin Petrini e finita con l’acquisizione della multinazionale “brutta e cattiva”.

Ma la storia di Grom, la catena di gelaterie che ha tappezzato di blu elettrico i centri storici di mezzo mondo facendosi inno alla stagionalità e al presidio Slow Food in coppetta, non è affatto finita.

Guido Martinetti e Federico Grom sono ancora gli amministratori delegati dell’azienda. Il primo, il fondatore (il bello), è venuto al Dissapore Café, il nostro stand al Salone del Gusto, a farsi le proprie ragioni e rispondere alle nostre domande. E dobbiamo ammetterlo, è stato un signore.

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Dal canto nostro, non ci siamo smentiti: microfono alla mano, gli abbiamo letto un articolo di Dissapore che ripercorre la storia di Grom senza indorare la pillola, aspettandoci che, capoverso dopo capoverso, arcuasse il sopracciglio con fare indispettito.

E invece sorrideva. Si è limitato a smentire inesattezze. Del tipo: il capannone di Mappano di Caselle, in provincia di Torino, nel 2004 (quello che ha segnato il punto di non ritorno nella storia della gelateria, dove, da quel momento in poi, le materie prime sarebbero state lavorate per poi essere inviate nei crescenti punti vendita).

Ma su alcuni punti non può controbattere. Alla nostra autocitazione: “Nel 2012 esce il libro “Grom. Storia di un’amicizia, qualche gelato e molti fiori”, un esempio mirabile di storytelling applicato al marchio tutto costruito intorno a concetti semplici: il sogno, la genuinità degli ingredienti, il rigetto di metodi industriali.

Una fiaba perfetta”, cosa volete che ci abbia detto? Che all’amicizia tra lui e Federico, quella che gli ha cambiato la vita e insegnato tanto, o ci si crede o non ci si crede.

Che le decisioni le hanno sempre prese insieme, nel bene e nel male, e che se tutto questo ha fatto narrazione e ha contribuito a vendere (così come la presenza di Guido), allora tanto meglio.

Anche le lunghe file fuori dai punti Grom, che acchiappano (acchiappavano, a dire il vero) più turisti dei musei Capitolini, non erano diabolicamente cercate, bensì naturale conseguenza della realizzazione del prodotto: senza additivi, il gelato andava mantecato al momento.

Con tanto di pozzetto (buon alleato per la conservazione, come vi abbiamo già detto) da aprire e richiudere ad ogni servizio.

Ma le buone pratiche del gelatierie come si deve sono servite a nulla, a fronte della diffida (giunta a luglio del 2014) del Codacons: la parola “artigianale” non poteva più essere applicata ai prodotti di Grom.

Uno snodo focale per i fissati del gelato, una pietra tombale sulla standardizzazione dell’altissima del marchio, almeno agli occhi di molti.

“Eppure”, ci ha risposto Guido al Dissapore Café, “Noi non abbiamo mai usato la parola artigianale in modo particolarmente esposto.

Se prima parlavamo di una lavorazione ispirata alla storia della lavorazione artigianale italiana, dopo la diffida del Codacons abbiamo dovuto riferirci unicamente alla lavorazione del gelato italiano, senza aggettivo”.

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Così, senza giri di parole, gli abbiamo chiesto se nel suo percorso (iniziato da una passione viscerale per il gelato, questo va detto) non ci sia mai stato il rigetto dei metodi industriali.

Ma ha elegantemente glissato: “In fondo cos’è un metodo industriale? Quando compriamo il latte fresco, non è forse pastorizzato, omogenizzato?”

Guido, l’uomo dello storytelling del gelato, non ha mai mostrato ai suoi clienti un video del suo stabilimento, magari per scansare gli equivoci legati alla qualità dei suoi preparati. Gli abbiamo chiesto perché.

“Non avrebbe avuto alcun romanticismo, nessuna emotività”, ci ha detto, “Nell’immaginario comune il buon latte arriva in bottiglie di vetro col tappo rosso, non in un silos”.

E sulla cessione ad Unilever, tiene a sottolineare: “La massima aspirazione dei nostri politici è avere introiti da capitali esteri, eppure a noi spettano recriminazioni”.

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Guido e Federico, che non hanno “mai fatto soldi in nero”, sono legati a Grom ancora per molto tempo.

“Sono sicuro al 100% che porterò avanti il mio compito di responsabile amministrativo dell’azienda per quattro anni e di rappresentante del brand per i prossimi quindici”, ha dichiarato Martinetti, che vede rispettato il proprio ruolo e non esclude nuovi risvolti nella collaborazione con Unilever.

Si immagina: “Un Magnum fatto con una buona crema e uova buone, magari con un topping di cioccolato di Gobino”. Perché no?

[Crediti | Dissapore]

Chiara Cavalleris Chiara Cavalleris

26 settembre 2016

commenti (5)

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  1. Ottimo incontro.
    Martinetti è stato chiaro, chi vuol capire capisca.
    Grom è una bella storia imprenditoriale, senza se e senza ma.

    1. Bell’articolo e bel commento.
      Ciao
      Mario

    2. Vero.E’ una storia imprenditoriale,senza se e senza ma.
      Bella e’ un aggettivo che personalmente preferisco riservare per altre situazioni .

  2. “Si è limitato a smentire inesattezze. Del tipo: il capannone di Mappano di Caselle, in provincia di Torino, nel 2004 (quello che ha segnato il punto di non ritorno nella storia della gelateria, dove, da quel momento in poi, le materie prime sarebbero state lavorate per poi essere inviate nei crescenti punti vendita).”

    Non mi torna la frase. Dov’è l’inesattezza ? Non è che manca un qualcosa dopo la parentesi ?

  3. Francamente non capisco l’acredine nei confronti di Grom; è un buon gelato, anche se più industriale che artigianale, che si distingue rispetto ad altri marchi grazie agli ingredienti di qualità.
    Di certo ho provato gelaterie artigianali di gran lunga peggiori.

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