di Giorgia Cannarella 12 Novembre 2011

L’oste in translation: per chi non ne può più di leggere certe cose nei menu. E di scriverle, anche.

L’8 novembre 2011 alle 10:39 esp commenta: “Da non trascurare la declinazione economica della strutturazione semantica del menù: Antipasti € 8 – Gli antipasti € 11. Ovviamente è lo stesso piatto“.

L’8 novembre 2011 alle 11:11 aminuscolo commenta: “I puntini di sospensione proprio no! Tutta questa insistenza nell’evocare un’indeterminatezza mi irrita. La parola ha il potere di suggerire quello che non può dire – e che le papille possono sentire – ben al di sopra dei puntini di sospensione“.

Tre ipotesi per decidere se “in Italia i ristoranti sono pieni”. Entro stasera.

Il 7 novembre 2011 alle 13:49 gio commenta: “Se mi piace andare al ristorante e non ho soldi, magari ci vado lo stesso ma meno spesso, o sto attenta a quello che ordino. Noi italiani siamo goderecci, rinunciamo ad altre cose ma non a uscire. In conclusione: non vedo correlazione tra ristoranti e crisi, o meglio, non in Italia“.

L’8 novembre 2011 alle 01:24 fhrack commenta: “Un premier dovrebbe valutare dati statistici e non basarsi sull’affollamento dei locali che frequenta. E’ una battuta che svela la totale inettitudine di questa persona ad occuparsi del governo del Paese.”

Chiude il San Cristoforo. Del perché non possiamo non dirci Nicola Cavallaro.

Il 9 novembre 2011 alle 10:04 Me Medesimo commenta: “Molti cambiano giudizio su quello che mangiano e sul locale al momento del conto. Poco importa se il rapporto qualità/prezzo era favorevole. Escono scontenti dimenticando di avere mangiato “straordinariamente bene” e la volta dopo tornano nei posti dove confondono “bene” con “tanto” e meno pagano, più questa confusione aumenta.

Catalogo, vasto, dei modi inventati dagli chef per rivoltare e riproporre la pasta.

L’8 novembre 2011 alle 10:46 sara b commenta: “Sperimentare non significa cambiare le nostre abitudini, ma esplorare nuovi sapori, nuove consistenze. La cucina non è statica. A volte i nostri avi erano più “pionieri per caso” di noi che facciamo i pionieri per scelta o per fighismo.”

Foodies 2012: “la NON guida dei NON gourmet”, per citare lo slogan ufficiale fingendo di comprenderne il senso.

Il 10 novembre 2011 alle 17:32 Giorgio Scarselli commenta: “I Foodie sono più piccoli, si possono infilare anche nello zainetto, una specie di elfi del bosco del cibo… non è così?”

Il 10 novembre 2011 alle 20:28 Filippo commenta:

1) Per fare un critico ci voglio 10 gourmet e per fare 1 gourmet ci vogliono 10 foodie, secondo la guida dell’Espresso. Sembra vogliano introdurre i centesimi (tipo 25 centesimi di foodie).

2) Invece per il Gambero 10 foodie sono graditi ospiti cui mandare cortesi inviti per l’assaggio di rari vini o eccellenze del territorio a modiche cifre ma con l’obbligo di sottoscrizione di abbonamenti tacitamente tramandabili ai posteri senza facoltà di disdetta.

3) Per la Cucina Italiana sono maschi cucinieri usi agli esperimenti che devono essere assolutamente addomesticati.

4) Per l’Accademia della Crusca foodie è un neologismo con cui definire allegro goliarda o rompitore di c++++++ni che si distingue per suonare il campanello degli stabili nelle ore più imponderate per acquistare pasta, pane o farina.

5) I dietologi invece convergono nell’affermare no foodie no party.

… Quando vai a cena da Carlo Cracco ma lo chef è in Brasile.

Il 10 novembre 2011 alle 21:15 Claudio Pistocchi commenta: “Io dico che uno Chef può sentirsi “realizzato” il giorno in cui la sua cucina funziona al 100% sia quando lui è presente sia quando è altrove. Insegnare a fare quel che tu sai fare, è assai più difficile che farselo da soli… Certo, ci vogliono bravi “studenti” ma esistono, e di solito diventano i maestri di domani.

Il 11 novembre 2011 alle 08:38 alezzandro commenta: “Il punto è che pensiamo agli Chef come super-uomini, senza renderci conto che sono, sì, creativi, ma non mentre preparano la cena. Quando noi siamo seduti al tavolo, dietro le quinte, è una ripetizione di movimenti e procedure rodate del tempo, la qualità più importante è la capacità di organizzare la brigata”.