Non so se avete sentito parlare di sta roba dell’intelligenza artificiale, certo è una cosa un po’ di nicchia ma pare sia il futuro. Ah no asp, è il presente. L’AI si sta prendendo – o meglio noi le stiamo cedendo – o meglio ancora le grandi corporation ci stanno obbligando a cederle – sempre più spazio e competenze. Uno dei primi ambiti messo a soqquadro è stato quello della grafica di base, pubblicitaria e commerciale. E ovviamente il settore enogastronomico non rimane indenne: anzi ne è abbastanza travolto. Parliamo non tanto di operazioni in grande stile, se pur criticate, come lo spot natalizio di Coca Cola, quanto di materiale di uso quotidiano: locandine, flyer, pieghevoli, grafiche per i social.
Negli ultimi giorni sono uscite due riflessioni – una di Pietro Minto sul Post, l’altra di Bettina Makalintal su Eater – che parlano di luoghi gastronomici agli antipodi, ma accomunati dall’invasione della grafica AI: i ristoranti di fine dining e le sagre di paese.
Le locandine delle sagre di paese e l’AI
Il discorso sulle sagre di paese è semplice: sono organizzate dalle Pro Loco di piccoli comuni, ovvero zia Carmelina che passa tre giorni a cavare fusilli a mano nella palestra di una scuola in disuso, insomma tanto impegno e pochi soldi, figurati se ci sono quelli per pagare un grafico, o se c’è il tempo di rivedere il poster con calma: lo faccio fare ammiocuggino Aldo, e buona la prima.
Nessuna meraviglia, quindi, che alla prima possibilità alternativa di creare qualcosa di più decente, sempre gratis e magari in modo anche più rapido di Aldo, che ogni sera fa le 4 al bar e non ha voglia di fare una mazza, ci si butta a pesce. Solo che, ste locandine fatte in quattro e quattr’otto con un’AI senza abbonamento – ve ne sarete mica accorti? – sono tutte uguali. Facce tonde sorridenti da cartoon, scritte simpa, variazioni di colori e posizioni che sembrano non c’è male se ne guardi una, ma alla cinquantesima ti accorgi che c’è un problema. E soprattutto, le sgami subito. Il magazine online 404 media ha esplicitamente parlato di “pandemia di volantini ChatGpt”.
Tanto che ovviamente – siamo il paese della nostalgia – qualcuno è saltato fuori dicendo: si stava meglio quando si stava peggio. Erano più belle le locandine brutte, coi colori sparati e i caratteri ridicoli. Addirittura l’account Instagram Sagre Brutte, che pubblica poster assurdi e nomi ridicoli, annuncia che non metterà alla berlina i manifesti fatti con l’AI, e la sua admin Lucrezia Cortopassi ha dichiarato che i poster fatti in casa “erano veri, avevano un autore, delle scelte, per quanto discutibili. C’erano font improbabili, palette di colori improponibili, errori ortografici, i loghi degli sponsor piazzati a caso. Però tutto quel caos aveva un’anima”.
La resistenza gastronomica all’AI
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Dall’altro lato, il pezzo di Eater parte col panegirico di un post Instagram: quello in cui il ristorante coreano di New York Somssi annuncia la sua imminente apertura. La foto di una mano che regge un finissimo pizzo, con il nome ricamato in un font particolarissimo, “la luce del sole filtra attraverso le maglie, proiettando le ombre dei riccioli che ornano i bordi merlati del manufatto”. Un entusiasmo che fa quasi tenerezza, e si presta anche a essere un po’ perculato.
La tesi è questa: siccome l’AI slop – letteralmente vuol dire “sbobba”, sarà un termine gastronomico per caso? – sta invadendo e uniformando tutto, non adeguarsi e fare le cose all’antica è un atto di resistenza, se non di eroismo. E passa a fare degli esempi:
“Si pensi alla catena di supermercati del New England Market Basket, che di recente ha pubblicato un’edizione limitata del suo volantino settimanale interamente illustrata a mano dall’artista Katie Christensen. L’iniziativa intende richiamare gli esordi dell’attività, quando i volantini venivano sempre disegnati a mano. Oppure si prenda il caso di Fearless Coffee a Johnson City, nel Tennessee, che all’inizio dell’estate ha pubblicato una serie di immagini per promuovere il suo nuovo menu. L’attività ha ingaggiato il fotografo Jamey Booher per un servizio fotografico volto a riportare le persone “a un’epoca precedente all’avvento dell’AI”, ritraendo ad esempio un “banana latte” in un’ambientazione che evocava le estati di fine anni ’90, con tanto di musicassette”.
Qui la giornalista statuisce un’analogia che a prima vista può sembrare logica, quasi ovvia: come faccio a fidarmi di un ristorante, a credere che mi serva alimenti genuini, che sia basato sul lavoro di artigiani del cibo, quando il suo modo di presentarsi e comunicare è basato invece su artefatti industriali scelti da umani incompetenti? Il parallelo tra AI e junk food, tra volantini fatti con ChatGpt e cibo ultra processato è lampante.
E però se ci pensate questa associazione contiene un inganno, che poi è la solita trappola classista di chi estremizza lo slowfoodiano buono pulito e giusto. Anzi va oltre: per essere degni di arrivare alla mia mensa, non sono solo i piatti che devono essere artigianali e fatti da amorevoli mani umane, ma anche le grafiche dei menu! E chi non può permetterselo? Vada fuori dal novero degli artigiani: escludiamo quindi le trattorie autentiche, e ovviamente la maggior parte delle sagre, ché se il volantino è sbobba, lo sarà anche la zuppa.
In definitiva quindi la distinzione del futuro non sembra essere quella tra brutto come una volta e new brutto, ma quella tra chi può permettersi di produrre – o di consumare – qualità, e chi è condannato alla sbobba. Tra ricchi e poveri, come sempre.