di Cristina Scateni 3 Novembre 2014
Bambini foodie

Ieri sera seduta in un qualsiasi ristorante con stella Michelin, in una qualsiasi via milanese con la puzza sotto al naso, mi sono trovata di fronte un esemplare di bambino foodie.

Lo stupore si è impossessato di me, forse perché di fronte a Masterchef junior, prima vera uscita pubblica del bambino fissato col cibo, dapprima mi sono spaventata, poi mi sono auto rassicurata come facevo con mia madre e la storia dell’uomo nero che sarebbe venuto a prendermi non appena avessi messo piede fuori di casa di notte. Ho decretato insomma, che no, il bambino foodie come l’uomo nero, non esisteva.

Mi sbagliavo.

Ho avuto tutta la sera una piccola riproduzione mignon di un adulto che invece di mangiare assaggia e invece di bere degusta. Guancia paffuta, camicia tutta abbottonata, sguardo attento a partire dalla lettura concentrata del menu, discuteva animatamente con il padre prima e con il cameriere poi, sui piatti più interessanti del menù.

Le mie certezze sul fatto che il bimbo avesse tra gli 8 e i 10 anni, sono miseramente crollate quando l’ho sentito fare una analisi sensoriale alla cola che aveva appena ordinato. Il suo piccolo naso odoroso in punta di narice, pregustava l’assaggio, ad un certo punto mi pare di aver udito la parola “sentori” uscire dalla sue candide labbra.

All’arrivo dell’hamburger ordinato, ho visto un lampo di bambino goloso nei suoi occhi, scomparso quando ha inforcato le posate per mangiarlo. Patatine chips mangiate lente e inquisitorie, bocconi piccoli, quadernetto degli appunti di fianco a lui.

Avrei voluto precipitarmi a leggere i suoi appunti. Mi sono limitata a passare da stalker, non riuscivo a smettere di guardarlo.

Proprio qualche giorno fa un amico mi ha raccontato che la sua bambina, quando lui è in viaggio su e giù per l’Italia, invece dei giocattoli da autogrill, gli chiede di portare a casa qualche sfizio gourmet tipico del luogo che sta visitando: tortellini da Bologna, gianduiotti da Torino o una bella cassata siciliana.

Bambini al ristorante Daniel di New York

E’ stato molto divertente inoltre leggere le reazioni dei bambini portati dal New York Times nell’acclamato ristorante francese Daniel, dove lo chef star Daniel Boulud ha preparato per loro un menu con hamachi affumicato alla paprika, snapper giapponese croccante (sono due specie di pesci tropicali) e bistecca di wagyu (carne giapponese tenera e saporita). Mentre un regista da premio Oscar ne ricavava un video.

Ho cercato di immaginare allora l’evoluzione del bambino gastrofissato. Da grande si rimpinzerà di junk food perché da piccolo non l’ha potuto fare? O sarà una piccola enciclopedia che cammina, ricca di riferimenti culturali legati al cibo, che muove la sua mappa mentale a suon di presìdi Slow Food?

Voi gastrofissati incalliti potete correrci in soccorso, ci potete raccontare per esempio come i vostri bambini, ragazzi adolescenti si approcciano al cibo.

Se nutrono rancore nei vostri confronti perché gli fate mangiare la marmellata del mandarino tardivo di Ciaculli al posto della Nutella. O se a scuola durante l’intervallo o la ricreazione – si chiama ancora così? – barattano la fetta di pane al pomodoro che gli avete preparato, con la girella del vicino di banco?

Diteci, esistono i bambini foodie? Li conoscete? O sono un’invenzione della tv e io ieri sera ho incontrato al ristorante uno dei partecipanti della prossima edizione di Masterchef Junior?

[crediti | link: Dissapore, New York Times]