di Sara Porro 26 Febbraio 2014
Ossessione Instagram

Un nuovo giorno, un nuovo inappetente che scrive un pamphlet contro il cibo, anzi contro il food.

Per me, chiariamoci, va benissimo. Mi dà l’occasione di produrmi in un post in difesa del cibo, e dello scrivere di cibo, anche in questa giornata senza idee in cui avrei scritto qualcosa come “Ecco alcuni chef di cui vorrei le figu”, o “Elenco delle cose che ho mangiato nelle ultime 48 ore”.

Però  non basta che una cosa sia considerata irrilevante da qualcuno perché lo diventi: non si fa giornalismo con le idiosincrasie personali. Altrimenti anche io domani scrivo per Fitness Magazine l’editoriale: “Ve lo buco ‘sto pallone del pilates! I vostri glutei di marmo mi fanno sentire inadeguata”.

Dunque chiedo ai signori della corte il permesso di avvicinarmi al banco per mostrare il reperto A, cioè Flavia Gasperetti sul quotidiano pagina99 che scrive:

L’ossessione del mangiar bene è l’ancella dei nuovi radical-chic. Un’estenuante masturbazione cultural-democratica. Il Food ha ucciso il cibo e dire “io so cucinare” è diventato l’equivalente di quello che negli anni ’80 era il sapere andare a vela.

Ora, un conto è avere un’ossessione (non tralasciate il link), un altro è mettere al centro del discorso un tema, come il cibo, in cui si intrecciano questioncelle come la gioia di vivere e il piacere della convivialità, via via fino alla contemporaneità del lavoro agricolo e alla salute dell’ambiente e delle persone. Fino alla fame nel mondo, perfino, direi con un’espressione che pare rubata a un’aspirante Miss.

(Del resto come non dubitare della capacità di godersi la vita di qualcuno che definisce la masturbazione “estenuante”?)

Ma proseguiamo:

mangiare è bello, la sua bellezza, però, è inversamente proporzionale al dispendio energetico che l’atto richiede

No, no e poi no (qui ci starebbe la gif del polpo ma mi è stato vietato di abusarne). Maggiore è il dispendio (ma meglio si direbbe: l’investimento) energetico del cucinare e del mangiare, maggiore è il piacere che ne ricaviamo. Infatti, come è noto, i bambini apprezzano di più il cibo quando partecipano alla preparazione.

Ma Gasperetti insiste: è tutta colpa di noi fùdi:

Ma il problema (del foodie, ndr), che poi è quello che lo rende a mio avviso così irritante, è proprio il suo nulla identitario, il suo voler giocare contemporaneamente su tutti i tavoli: vuole lodare con le lacrime agli occhi le ricotte confezionate sotto alla tangenziale da un vecchio pecoraio avvinazzato e poi senza nemmeno riprendere fiato raccontarci della sua ultima visita da Bottura. Vuole la cucina molecolare e lo chef stellinato di Tokyo ma anche stare dalla parte degli ultimi della terra.

Falso! Il fùdi crede nell’alleanza tra produttori e grandi chef: e sono tanti, infatti, i cuochi che si fanno ambasciatori dei prodotti del territorio e degli artigiani che li creano. E proprio Bottura, quando parla della provenienza delle materie prime che impiega, è facile alla commozione. Nota a margine: lo chef stellinato è quello a cui la Michelin mette i favourite su Twitter?

Tra le altre colpe del fùdi:

Vuole la tutela del consumatore e la filiera trasparente ma poi si commuove di fronte all’hocus-pocus botulineggiante confezionato da mani mai sfiorate dai lacciuoli dei perversi burocrati dell’HACCP (e, forse, nemmeno dal sapone)

I rischi per la salute connessi al formaggio a latte crudo sono minimi: i batteri “buoni” competono e prevalgono su quelli “cattivi”. Nel formaggio industriale fatto in ambiente quasi sterile, invece, lo sporadico batterio malvagio ha vita facile: senza competizione, spopola e prende il sopravvento. Cosa che spiega, ad esempio, le mozzarelle blu. (Tutto questo, meno sommariamente, lo trovate nell’ultimo libro di Michael Pollan, Cooked).

Veniamo al J’Accuse:

Quello che non ci vogliamo dire, impegnati come siamo a far lievitare l’impasto di questo arioso discorso collettivo è che il Food ha ucciso il cibo. L’atto del mangiare, lo spensierato connubio di necessità fisiologica, incombenza quotidiana e convivialità è morto. È morto quando abbiamo preso a fotografare le pietanze che abbiamo ordinato al ristorante; quando abbiamo sventrato le nostre case per creare cucine grandi come sale da concerto.

Questo è il classico argomento reazionario che finge di essere rivoluzionario. Se è vero che l’atto del mangiare è morto (non chiedetemi cosa ho appena detto: faccio già fatica così), questo è successo quando abbiamo scelto di smettere di pensare a ciò che mangiamo.

E quando abbiamo smesso di cucinare, scegliendo – nei fatti – che qualcun altro lo facesse al posto nostro: l’industria, in genere. L’industria ottiene i suoi margini di guadagno pagando poco le materie prime (impoverendo i produttori), rielaborandole pesantemente, e spendendo molto per convincerci che siamo troppo stupidi (o troppo impegnati) per cucinare, come spiega lo chef e scrittore Michael Ruhlman: perché fare l’impasto per la pizza, o quello per la torta, quando ne trovi di pronti al supermercato?

Ma ora, le grande final:

I have a dream… E il suo nome è Soylent, una sorta di bibitone giallino che un giovane ingegnere americano ha messo a punto. Soylent contiene, secondo il suo inventore Rob Rhinehart, tutti i nutrienti che servono, in proporzioni variabili a seconda delle esigenze individuali. Sostenibile, facile e poco costoso da produrre, ecologico, sano […]

Voglio un mondo senza obesi e senza sensi di colpa, un mondo in cui la spesa la faccio solo se mi va, dove non ci sono piatti da lavare e dove, soprattutto, possiamo finalmente ricominciare tutti a parlar d’altro.

(La gif del polpo? Posso ora con la gif del polpo?)

[Crediti | Link: Pagina 99, Dissapore, Reaction gif, Webmd, Michael Pollan, Ruhlamn, Pizza Catarì, Buitoni. Immagine: AP]