di Giorgia Cannarella 29 Gennaio 2013
Graziano Graziussi

Quello che state per leggere non è uno scherzo. Giuro. Non è una mattata buttata giù tra una provocazione e l’altra. No. Tutto vero.
Agosto 2012. Otto ventenni di Torre del Greco cenano al ristorante L’Esquilino, in via Cavour a Roma. Mangiano cacio e pepe, carbonara e coda alla vaccinara, bevono spumante. Al momento del conto -240 euro- i ragazzi scappano senza pagare, peccato che i camerieri non siano d’accordo, ma che spiacevole inciampo, e provino a trattenerli. Volano stracci, bottiglie, sedie e tavoli, alla fine arrivano i carabinieri e arrestano gli indisciplinati clienti, processati per direttissima ventiquattro ore dopo con l’accusa di danneggiamento, rissa e tentata estorsione.

Il pm chiede un anno e 4 mesi, il legale punta a una pena minore senza menzione sulla fedina penale. La sentenza sembra proprio una brutta scelta, quasi un delirio: tutti assolti “perché il fatto non costituisce reato”. Avvocato in trionfo e commento dolente di Abdul Halim, gestore del ristorante romano: “Il giudice avrà avuto le sue ragioni, intanto mi tengo il danno. Se mi avessero chiesto con gentilezza una carbonara gliel’avrei offerta gratis”.

Gennaio 2013. Graziano Graziussi, avvocato napoletano 43enne in vacanza a New York, cena insieme a un’amica in una celebre steakhouse dell’East Side, Smith & Wollensky. Da buongustai di lungo corso chiedono steak tartare, filet mignon, bisteccona ribeye e bottiglia di rosso, totale 208 euro. Graziussi mette mano al portafoglio ma scopre di averlo dimenticato nell’appartamento dell’amico dov’è alloggiato. Segue un desolante carico di discussioni e polemiche. L’avvocato è disposto a lasciare in pegno il suo iPhone mentre va a prendere i soldi, ma la controparte non ci sente: “Come facciamo a sapere che è suo?”. Propone allora di essere scortato fino all’appartamento da un cameriere, per tutta risposta la manager del ristorante chiama la polizia.

Graziussi resta tranquillo, chiede anche ai poliziotti di essere accompagnato a casa dell’amico, risposta: “non siamo un taxi”. Lo ammanettano e lo portano in carcere dove viene perquisito, in tasca spuntano 118 dollari che –dice– non sapeva di avere. Dopo la notte in cella, il tribunale lascia cadere l’accusa se l’avvocato s’impegna a pagare il conto. Laconica dichiarazione di Smith & Wollensky:

“Abbiamo lavorato a New York per più di trentacinque anni e normalmente la nostra politica è mantenere la privacy dei clienti in tutte le situazioni. Non contattiamo la polizia senza una buona causa”.

Dopodichè, anche per scrollarci di dosso l’aria dolente respirata fin qui, è il caso di fare i conto anche noi, elecando le approssimazioni per cui se un gruppo di ragazzi tenta il chiodo a Roma viene assolto, mentre se un uomo non lo paga a New York viene arrestato.

Da una parte maleducazione e disonestà, un ristoratore sfortunato e la sentenza incomprensibile. Più chiaroscuri nel caso americano. Rigore eccessivo? Può darsi, però stando al commissario di polizia che ha arrestato Graziussi, l’avvocato avrebbe detto di non parlare inglese: strano, per uno che ha fatto un master alla Columbia University e va spesso in negli Stati Uniti. Secondo il poliziotto che parlava italiano e ha tradotto per Graziussi le domande della polizia, l’avvocato “semplicemente, non voleva pagare”.

Dato per scontato che al momento del conto una buona parte dell’umanità dà il peggio di sè, parlando di rispetto della legge, peggio lo zelo americano al limite del giustizialismo eccessivo, o il lassismo italiano che lascia impuniti clienti disonesti?

[Crediti | Link: Dissapore, immagine: Manhattan Transfer]