di Carlotta Girola 13 Maggio 2015
olio di palma, frutto

E siamo, infine, all’olio di palma. [Breve inciso] Sono certa che apprezzerete lo sforzo di non trovare mai in questo post, neanche una volta, le parole Nutella e Ferrero [Fine breve inciso].

Non credo alle scie chimiche, i complotti mi annoiano, guardo Report se mi capita. Ma, devo dirlo, appartengo alla folta schiera di persone che compongono la tipologia “consumatore medio”. Nel senso che dico spesso che dovrei comprare la carne dal macellaio e non al supermercato, guardo con invidia la mia amica che dilapida lo stipendio in “tutto bio”, e pure quella che scarica una volta la settimana il camioncino del gruppo di acquisto solidale.

Nell’ultima settimana, poi, ho spedito al supermercato il mio fidanzato con la lista della spesa, nella quale davo precise direttive su biscotti senza olio di palma. Sì, l’ho fatto.

Il mio non è un problema di informazione, cerco di stare sul pezzo, se leggo una campana poi ne cerco pure un’altra, provo a essere critica sulla demonizzazione di qualsiasi cosa. Con l’olio di palma succede quello che è successo al povero ragazzotto di provincia a cui piace “fare bordello” nelle manifestazioni no-expo e lo racconta con candida, disarmante, agghiacciante stupidità ad un giornalista rintuzzante.

La tv lo racconta, i social lo seppelliscono di insulti e gli bloccano la crescita a suon di insulti. 

Sì, c’entra anche con l’olio di palma. Perché, allo stesso modo, la tv (e Report nello specifico) ci è andata giù pesante, trasformandolo nel demonio dei grassi saturi, ma anche nel maggiore responsabile dei danni ambientali in Malesia e Indonesia, che ora rischiano di perdere quelle meravigliose creature che sono gli oranghi (a tratti simili al succitato ragazzotto della provincia).

E da lì, la valanga (che era iniziata ben prima).

Sui social impazza la follia cieca della demonizzazione: l’olio di palma fa venire il cancro, la Nutella ci ucciderà tutti, moriremo a causa dell’overdose di merendine mangiate all’epoca dell’asilo. Il fatto è che se non ci limitassimo a leggere gli articoli pubblicati da siti “attendibili” come potrebbe esserlo il dottore di Love Boat, la bufera social-mediatica sui danni alla salute dovuti all’olio di palma si placherebbe.

Ed è in questo momento che si inserisce la mia lista della spesa: ho capito che l’olio di palma non fa più male di altri, e neanche meno. No, non fa venire il cancro, non fa male se assunto con le dosi giuste, non mi fa aumentare il colesterolo brutto.

Mi fido, voglio fidarmi di Wired. Solo che la storia delle scimmie non mi va giù. E vorrei, se solo fosse possibile, che l’industria alimentare capisse che non mi va giù: quindi scatta non tanto il boicottaggio attivo, ma quello passivo del non-acquisto.

C’è qualcosa di sbagliato non tanto nelle cose, ma nel come si fanno le cose (bruciare foreste, ad esempio, ma pure espropriare i terreni a caso alla popolazione locale). Non ho mezzo di espressione, se non il mio essere consumatore medio. E da quando c’è l’obbligo di riportare in etichetta “olio di palma” e non genericamente “oli vegetali” posso scegliere di scrivere la mia lista della spesa con asterisco specifico. Il che significa girare un’ora per le corsie e fare la figura dell’invasato erotomane delle etichette.

Palla al centro: le multinazionali non avranno i miei 3 euro alla settimana, magra consolazione ma non pretendevo certo di cambiare il mondo con una confezione di biscotti.

Biscotti gentilini, senza olio di palma

 

L’industria, però, che non è consumatore medio, ma che è molto più furba del consumatore medio, ha iniziato la conversione a “olio di palma free“.

E, di nuovo, per salvare capra e cavoli, puntano sulla salute e sull’ambiente (ma non avevamo detto che non faceva male?) Certo è che, mi facevano notare sempre i ben informati di Wired, esisteva anche la possibilità di scegliere l’olio di palma proveniente da produzioni sostenibili.

Ora per coerenza (per cui non spicco) mi verrebbe di fare un’altra postilla sulla lista della spesa, ammettendo l’ipotesi delle produzioni sostenibili. Mi immagino il consumatore medio del mio fidanzato al supermercato alle prese con una lista della spesa piena di frecce e postille.

Un po’ sorrido, sadicamente. Questa è la dura vita del consumatore medio.

[Crediti | Link: Dissapore, Wired, Facebook]