di Adriano Aiello 23 Dicembre 2013
Grazie Pigi

Sia messo agli atti, chiudo il 2013 scoprendo finalmente cosa sia la globalizzazione gastronomica. Pensavo fosse il sistema produttivo della Nutella, o l’idea di poter mangiare lo stesso hamburger, nella stessa catena, a Dubai come a Londra. Invece grazie a Pierluigi Battista scopro (finalmente) che è il processo grazie al quale gli italiani si sono liberarati dal provincialismo gastronomico scoprendo il mondo. E le altre cucine.

Ma Battista, il vicedirettore del Corriere della Sera, per gli amici Pigi? Sì, lui: il diversamente giornalista, prototipo italiano dello scriba cerchiobottista e fintamente autorevole che piace a quella borghesia lì (che da noi c’è ma non c’è), accorta e allergica ai toni esasperati. Il fenomeno in grado di fare il notista politico per vent’anni senza dire una parola sgradita a Berlusconi. Altro che Sallusti, Feltri e Belpietro!

Ma torniamo a noi; non sapevo che il nostro si occupasse di gastronomia. Ora che lo so, rimpiango i suoi corrosivi interventi politici, anche se sono lieto di scoprire che è stato prima l’ideale anticipatore di Slow Food e ora il suo fustigatore.

Seguiamo il suo attacco che è subito leggenda.

“Nei primi venticinque anni della mia vita sono stato inconsapevolmente un perfetto seguace di Slow Food, tutto un tripudio di sapori dell’orto, dei prodotti genuini della nostra terra (si diceva terra, non territorio o, peggio, territori), di «recupero delle nostre tradizioni»: per forza, in Italia c’era solo quello”.

Quindi prima dell’arrivo dei ristoranti cinesi e di McDonald’s (che Battista cita subito dopo come apertura delle frontiere) eravamo tutti dei profondi conoscitori della nostra gastronomia! E lo eravamo per pura assenza di altre conoscenze. Un concetto così semplicistico da ridefinire l’idea di pigrazia intellettuale. Però funziona: Battista ha la mia attenzione. Seguiamolo.

“Oggi la generazione di mia figlia conosce, grazie alla globalizzazione, molto di più… Nel Rione Monti, luogo centrale di Roma e sempre più meta della movida capitolina, accanto a un numero stratosferico di pizzerie, enoteche e insalaterie con uso del “nostro oijo”, di trattorie “tradizionali” dove servono eccellenti carbonare e lasagne squisite, frutto della nostra terra, anzi territorio, anzi territori, ovviamente “a chilometro zero” (un po’ sciapetto) abbiamo: ben quattro ristoranti indiani, tre ristoranti cinesi (con take away e delivery service), tre giapponesi, un brasiliano, un argentino, un “fusion” internazionale”.

Avevo capito bene: questa è la globalizzazione. Allora piace anche a me, siamo d’accordo! Pensavo che questo proliferare di offerte diverse fosse il risultato della società multiculturale e dell’esperienza metropolitana; un buon esempio dello scambio di tradizioni attraverso le migrazioni e le contaminazioni.

Quindi a Lampedusa usano fare il cous cous di pesce non per l’influenza magrebina ma perchè sono degli inflessibili discepoli della globalizzazione? Cosa c’entra questo dialogo tra tradizioni culinarie con l’affermazione mondiale di McDonald’s e Burger King, dove secondo la figlia di Battista “fanno patatine migliori e più croccanti”?

Sulla questione credo sia importante glissare. Chiamare anche noi in causa la figlia sarebbe ancora meno elegante di elevarla a interprete delle proprie “visioni” gastronomiche, come fa Pigi. Arriviamo, piuttosto, alla sintesi.

“La favola della «tradizione perduta» è solo una buona trovata del marketing patriottico. Il mondo gastronomico oggi è molto più ricco e variegato del passato”.

Premesso che come difensore di Slow Food non sono molto accreditabile ma ridurne il significato a puro marketing patriottico è insultante. Vero, il mondo di oggi è gastronomicamente più variegato. Ma anche più incontrollabile e sofisticato.

Però mi sfugge perché questo rilievo sia in contrapposizione con Slow Food e perché un discorso critico e consapevole sull’alimentazione freni l’apertura al nuovo. L’agricoltura è ricchezza, tradizione e bellezza; non un valore da svendere con tanta leggerezza e banalità.

Purtroppo sul più bello il nostro si stufa e chiosa la più enfatica e annoiata accettazione dello status quo.

“La modernità è questo: libertà di scelta”.

Dipende Battista, dipende. La modernità è anche questo. Ma è soprattutto complessità, contraddizione, disparità. È la possibilità di scoprire la cucina brasiliana, ma anche il pollo a 3 euro al kg e il pomodoro al doppio, la celiachia diffusa e la bufala alla diossina.

Ma non voglio essere oltremodo severo e pedante. Grazie a lei ho scoperto cos’è la globalizzazione e gliene se sarò per sempre grato. Spero sia lo stesso anche per i nostri lettori.