di Giorgia Cannarella 25 Febbraio 2014
slow food, masterchef

Giovedì scorso, chi conosce Slow Food, l’Italia della gastronomia e il potere della televisione avrà assistito con un filo di sgomento alla puntata di Masterchef. Lo scontro non era tra concorrenti ma tra sacro e profano, alto e basso, nicchia e massa, presidi e industria. Roba da farsi male. E infatti abbiamo finito leccandoci le ferite

La prova in esterna si è infatti svolta a Pollenzo, sede dell’università di Scienze Gastronomiche fondata, come Slow Food, da Carlo Petrini. Il giorno dopo abbiamo pubblicato la suggestiva (quasi struggente) “lettera” di commiato di Giovanni Puglisi, ex studente dell’università, che nella combinazione Slow Food / Masterchef vedeva “un pantheon totale e corale, senza differenze, senza più spessore”.

Gli ingredienti con cui i concorrenti dovevano cucinare erano Presìdi Slow Food, e i giudici della prova tutti slowfoodisti della prima linea: Nicola Perullo (docente di Estetica e Filosofia del Gusto), Cinzia Scaffidi (direttore del Centro Studi), Olivia Reviglio (direttore casa editrice), Oscar Farinetti (nel consiglio d’amministrazione dell’università), Piercarlo Grimaldi (rettore), Roberto Burdese (presidente Slow Food Italia).

Cinzia Scaffidi ha scritto un post pubblico su Facebook in cui riprende le argomentazioni che, dice, ha dovuto usare in privato per giustificare/argomentare il perché della partecipazione a Masterchef.

L’intervento è fluviale e dice cose come:

Siamo un’associazione che sa parlare di OGM con il pubblico di Rai3 un giorno e di piatti del territorio con il pubblico di Masterchef il giorno dopo. Nessuno mi toglie dalla testa che questo è esattamente quel che dobbiamo fare. Ed è una figata.

Questa puntata di Masterchef, forse ha anche fatto balenare, mi auguro, in qualcuno, l’idea che non siamo una massa di persone pallose e snob che si parlano solo tra loro e frequentano solo ambienti a loro omogenei.

Quando una cosa diventa cultura “nazional popolare” non possiamo cavarcela dicendo che siamo gli unici furbi in mezzo a una massa di coglioni.

Cinzia Scaffidi sostiene che la puntata è servita a dare visibilità ai progetti dell’associazione. Un modo per far conoscere i Presìdi a gente per cui biodiversità è una parolaccia, e dare una mezz’ora di spazio a nomi di luoghi, alimenti, persone – che siano Carlo Petrini, la cipolla di Giarrattana, le lenticchie di Ustica. Nessuna forma di espressione, scrive la Scaffidi, è bandita a priori. Perché demonizzare il mezzo televisione, se serve a raggiungere l’obiettivo, ovvero farsi vedere e raccontarsi?

Pare un po’ la vecchia storia dell’attore che gira bieche commedie natalizie per poter interpretare il biopic su Caravaggio, o il musicista che incide hit inascoltabili per comporre jazz in cantina.

Alla nicchia non piace immergerci nella cultura “nazional popolare”; è un abbraccio mortale, vampiresco. Ma, per dirla ancora con le parole di Cinzia Scaffidi: “quella massa alla quale guardiamo con tanto disprezzo è formata dai nostri amici più cari, dai nostri colleghi, dai nostri vicini di casa”.

Insomma, inutile fare gli snob: se Masterchef è il mezzo più immediato per arrivare a  cuori e stomaci degli italiani, e convincerli a diventare membri Slow Food, che Masterchef sia. Oppure no?

Prendiamo posizione. Niente “ma, però, in fondo”, niente chiaroscuri, niente tentennamenti. Slow Food ha fatto bene o no ad apparire a Masterchef?

[Crediti | Link: Dissapore, Facebook]