di Chiara Cavalleris 21 Novembre 2018

Con l’apertura della seconda caffetteria a Milano, questa volta simile alle tante viste all’estero, con la Sirena nel marchio, le cup di carta per l’asporto, i blueberry muffins e –ovviamente– il Frappuccino, abbiamo saputo quali saranno i prezzi di Starbucks in Italia.

E dunque, comodamente allacciati al wi-fi del nuovo locale di Corso Garibaldi, vi spieghiamo bene come stanno le cose.

Sapete già, perché ve l’abbiamo raccontato, che l’apertura di ieri è la prima di tante che verranno. Su Milano si prevede una pioggia di bicchieroni cartonati: sabato prossimo ci sarà il taglio del nastro verde in piazza San Babila, il 29 novembre a Malpensa.

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Anche questo in linea con i locali ai quali Starbucks ci ha abituati, con buona pace della scintillante Reserve Roastery di piazza Cordusio, terzo esemplare di tre nel mondo, aperta lo scorso 6 settembre. Allora si parlò di prezzi alti, giustificati in parte da un ambiente dalla bellezza disarmante.

Ambiente che è un’altra cosa nei 200 mq. della nuova caffetteria (un decimo della Roastery, fate conto), lo vedete da voi: legno e grechine in metallo rendono tutto caruccio, più che in molte altre città, ma non meritano più di due ore di lavoro in un pomeriggio di sciopero dei mezzi.

Pertanto non proveremo a giustificare il prezzo di un Frappuccino, a (partire da) 4,50 euro. Tanto costa il bibitone di latte, caffè e ghiaccio abbondantemente caricato di zucchero con spolverata di vaniglia o cacao.

In tutte le varianti del caso, sia chiaro. Dai 4,50 ai 5,50 euro, in base alla vostra golosità, potete avere il Frappuccino in ogni versione già esistente e addirittura insperata. Non ho il coraggio di provare fragole e gelato (“Strawberries & cream Frappuccino”), ma dono volentieri il mio obolo per un “Caramel Coffee Frappuccino” e un “Chocolate Chip Cream Frappuccino”.

La coda non si ferma di fronte al caffè a 1,30 euro e noialtri che vediamo il bicchiere mezzo pieno vogliamo sperare che questa ondata di sirene inviti i baristi italiani (escludendo gli affiliati allo Specialty, si intende) ad allineare i propri prezzi a quelli della catena, perlomeno. Il caffè è una cosa seria, diamine: c’è qualcosa che non va se lo si paga 90 centesimi.

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Il caffè tostato alla Roastery, lo stesso che fece tanto discutere due mesi fa per il costo di 1,80 euro, in corso Garibaldi viene servito come alternativa di lusso, “Espresso Reserve”, a 10 centesimi in meno. Se lo volete estratto a filtro lo pagate 2,50 euro (3,50 per la tazza grande).

Ben poca la varietà sulle estrazioni, si predilige un’accurata focalizzazione sul cold brew, l’estrazione a freddo per l’appunto, disponibile in cinque varianti diverse a partire dai 3,80 euro.

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Simpatica l’idea di spillarlo, l’insegna “Draft” ostentata un po’ ovunque. Dall’immancabile tristanzuola vetrina di insalate pronte, panini e biscottame, guardiamo ma non tocchiamo gli iconografici cookies a 2,50 euro, le ciambelle glassate di colori pastello (allo stesso prezzo), le fette di torta triplo cioccolato e pasta di zucchero a 3,50 euro.

Se con il Frappuccino vi piace il salato non vi giudicheremo: accomodatevi, il tramezzino sta a 3,90 euro e il croissant salato a 4 euro.

A questo punto rimane da confrontare il listino italiano con quello dei Paesi cugini dell’Unione Europea, giusto per fare un parallelo credibile. A una prima occhiata, Starbucks Italia non è certo il più caro.