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tavolo apparecchiato, ristoranteMeno e (sperabilmente) meglio: dove spendiamo i nostri soldi, circa 2012

Il 4 giugno 2012 alle 15:45 Antonio Scuteri commenta:
Sono convinto che l’Italia sia letteralmente piena di fantastici ristoranti nei quali si spendono 40 euro per cene che ne valgono 80. E siccome è altrettanto piena di locali dove si spendono 80 euro, ma  ne valgono 40, questo tipo di scrematura mi diverte e mi interessa.

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Il 5 giugno 2012 alle 22:05 Stefano F. commenta:
I posti citati niente hanno a che spartire col vero cibo di strada: panino con la “meusa” palermitana o il lampredotto fiorentino, porchetta umbra, cartoccio di fritto di paranza, il “roventino”, crepe di sangue di maiale con grana grattugiato …

Il 6 giugno 2012 alle 01:04 antonio fumarola commenta:
La cosa che meno digerisco del gastrofighettismo è quell’incoerenza tra la modaiola recherche dei sapori semplici e la smania di raggiungere il feticcio cibo luxury-symbol. Io, intestando un articolo al cibo da strada, darei priorità a tutte quelle realtà decisamente meno di nicchia e fighette.

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Il 5 giugno 2012 alle 18:13 gumbo chicken commenta:
Scusaaate, però street food e take away a me non sembrano proprio la stessa cosa. Street food: penso a un chiosco, un carrettino o un bancone a cui posso ordinare qualcosa che posso mangiare direttamente lì. Take away: un sacchettino di roba pronta cucinata. Insomma un pasto, spesso anche con bevande, non certo solo un panino.

Il 5 giugno 2012 alle 21:26 Antonio Scuteri commenta:
Il mio sapore del cuore è legato alla pizza a libretto, o portafoglio. A 12 anni, nel lungo viaggio di ritorno dal primo viaggio in Inghilterra il treno si ferma a Napoli Centrale. Sale un venditore, con un grande cestino di vimini, pieno di pizze ripiegate profumate e ancora tiepide. Ne prendo due, e in un attimo sono già finite.

Il 5 giugno 2012 alle 22:41 vincenz commenta:
Piano piano stiamo tornando all’atmosfera più bella di Dissapore. Tante Voci diverse unite da una grande passione e anche, lasciatemelo dire, da simpatia e rispetto. Alcune voci conosciute mancano e spero che siano molte quelle nuove che vorranno aggiungersi.

Il 7 giugno 2012 alle 14:46 Riccardo I.  commenta:
Al Cairo c’era questa vecchietta con un braciere: al centro stagnava una palla di sugna. Lei ci spingeva dentro, dai bordi, pezzi di carne ignota e peperoni per riscaldarli. Poi acchiappava una pagnottella, scavava la mollica con le unghia e la riempiva col condimento. Ti serviva il panino accompagnandolo con succo di melograno, preso da un secchio dove immergeva il bicchiere il braccio fino al polso. Mai successo niente di sgradevole. L’unica volta che mi sono beccato un’infezione intestinale è stato in un quattro stelle a Formentera.

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Il 8 giugno 2012 alle 07:55 Icarus. mi commenta:
Una canzone diceva: “il mondo è bello perchè è vario”, finchè avremo la possibilità di scegliere consapevolmente credo che tuto sia concesso. Basta essere informati e sapere a cosa andiamo incontro: carica batterica, carico di colesterolo o conto salato. A noi la scelta.

Il 8 giugno 2012 alle 09:21 dink commenta:
Il problema è che i bar sono passati senza soluzione di continuità dallo stile “bar sport” dove si poteva bere solo caffè o alcoolici e giocare a carte o a flipper, e dove il mangiare era rischioso (effetto Luisona); all’imitazione, cattiva se possibile, del fast food.

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Il 5 giugno 2012 alle 21:20 Mauro commenta:
Un intellettuale diceva che il bene c’è ma non si vede. Grazie a Dissapore un po’ ne vediamo.

commenti (2)

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  1. Vorrei ricordare,con le sue parole un amico di Dissapore che non c’è più.
    Traspare un pò della sua vita ,da giovane,i suoi amici…
    Ermanno Nuonno di Agnone
    8 febbraio 2012 alle 12:44
    Purtroppo chi ha scritto questo blog non conosce Marco Pierre White (Marco per gli amici – io uno fra questi) ne’ la storia della sua vita.

    Ebbe la fortuna di essere preso, quando giovanissimo, sotto le ali di Messieurs Albert e Michel Roux nel ristorante Le Gavroche, famoso per essere l’unico 3-Michelin star che produceva cucina classica francese (chiunque racconta che Marco gia’ conosceva la cucina italiana dice balle). Come tutti i Commis di Cucina (Gordon Ramsay e Heston Blumenthal inclusi) fece un training durissimo, imparando le arti culinarie. Segui’ i consigli di Albert Roux ripulendo il repertorio lavorando in grandi ristoranti appartenenti ad ex allievi del Gavroche (Raymond Blanc, Pierre Koffman etc), poi provo’ un po’ di cucina commerciale al Six Bells (con Mario Batali come assistente) ed infine, nel 1987, apri’ Harveys in Wandsworth. I suoi assistenti erano solo ed esclusivamente ragazzi che avevano fatto la gavetta al Gavroche – Gordon, Heston, etc – e con loro lancio’ lo stile di cucina tempestoso ma magnifico che gli frutto’ le 3 stelle Michelin.

    La fine la conosciamo: stanco di dover dare piu’ attenzione ai bagni ed alle sedie del suo ristorante (l’ultimo fu’ The Oak Room al Meridien in Piccadilly) anziche’ al cibo, per poter conservare le stelle, restitui’ tutto a Michelin e si butto’ nel campo commerciale, visto che c’erano piu’ soldi da fare ed ormai aveva una famiglia da mantenere. Il suo stile di vita e’ sempre stato tumultuoso – ma anche generoso con gli amici: mi sono dimenticato quante bottiglie di Krug ci ha offerto (e lui, tra parentesi, non beveva un goccio). Quando lo prendevamo per i fondelli circa il brodo Knorr, lui rispondeva “due milioni e mezzo di sterline all’anno fanno ingoiare qualsiasi rospo”. Oggi ha una manciata di locali propri mentre “presta” il suo nome e scrive i menu che poi altri Chefs cucinano ad altre organizzazioni (MPW Grill & Steakhouse a Dublino e’ di proprieta’ del Fitzers Restaurant Group(che paga una quota annuale per usare il nome di Marco). Lo stesso vale per i ristoranti delle navi da crociera di P&O – insomma, Marco sfrutta il suo nome per un fiume di soldi. Chi non lo farebbe?

    RISPONDI

  2. Apprendo solo ora, e me ne dispiaccio moltissimo, della morte di Ermanno Nuonno di Agnone, che ha sempre dato grandi contributi a questo blog.