di Dissapore Dissapore 16 Maggio 2018

Ieri, è morto a 88 anni Tom Wolfe, uno dei più grandi cronisti americani del suo tempo. Oltre allo stile inimitabile, costruito su periodi lunghissimi, raffiche di punti esclamativi o parole tutte maiuscole, il pioniere del “New Journalism” ha inventato il termine “radical chic”. Oggi, per ricordarlo, Dissapore ripubblica con qualche aggiornamento un post scritto in origine da Giorgia Cannarella.

“Le parole sono importanti!” tuonava il Nanni Moretti pallanuotista nella celebre scena di Palombella Rossa, assestando un paio di schiaffi alla giornalista che lo intervistava. Mai frase fu più vera, mai schiaffo più meritato.

Le parole entrano nelle nostre vite senza che nessuno le abbia invitate, ci gonfiamo le conversazioni più disparate, infiorettiamo ogni frase automaticamente, quasi senza riflettere sul reale significato. Particolarmente implacabili quando parliamo di stili di vita e subculture: ora non si riesce a concludere una frase senza dire scattanti come tagliole “hipster”, “indie”, e soprattutto “radical chic”.

[Radical chic? Io vado al mercato del contadino in cerca di sogni]

L’origine è sempre: Radical Chic-Il fascino irresistibile dei rivoluzionari da salotto, opera di Tom Wolfe che parla di ricche signore animate solo se a cena sono invitati estremisti rossi.

Anche su Dissapore l’espressione salta fuori come un dolente ricamo a punto croce.

Il solo radicalscicchismo su cui tutti i lettori sembrano concordare riguarda Slow Food, su altri i commenti non coincidono: per esempio, pasteggiare con i cocktail è radical chic per alcuni, cafone per altri.

Mangiare tanto avocado? Panificare solo con i grani antichi? I vini naturali? Il ramen?

Che ci sia un legame inscindibile tra radical chic e cibo, me lo confermano le equivalenti espressioni usate in Europa:

— In Francia si dice gauche caviar, e vabbè, dalle nostre parti sinistra caviale si è già sentito;
— In Inghilterra si stigmatizza lo champagne socialist;
— In Finlandia a essere criticato è il socialiste vin rouge;
— In Svezia il gauchiste vin rouge (e qui bisognerebbe riflettere su come appare la Francia nell’immaginario scandinavo);
— Cambiando continente, gli australiani dicono Chardonnay socialist –mi appello a menti più edotte in materia enologica per capire come mai venga tacciato di snobismo sinistroide proprio lo Chardonnay.
— Lo smoked salmon socialist usato in Irlanda è decisamente il mio preferito.

[Decrescita felice e abbondanza frugale: ossimori utopistici da salotti radical-chic o alba del nuovo gastrofighettismo?]

Pertanto, facciamo chiarezza una volta per tutte, e possibilmente con cristallina trasversalità.

Cos’è davvero radical chic in ambito gastronomico? Vale tutto: cibi, vini, ristoranti, associazioni, abitudini alimentari…