di Anna Silveri 11 Gennaio 2018
parmigiano reggiano

Dal 2005 al 2015 le specialità Dop (Denominazione di origine protetta), Igp (Indicazione geografica protetta) e Sgt (Specialità tradizionale garantita) certificate dall’Unione Europea sono praticamente raddoppiate (+80,5%), da 154 che erano sono diventate 278.

Oggi, col l’ultima Dop ufficializzata lo scorso 19 dicembre alla Lenticchia di Altamura, si è arrivati a quota 295. E per sfiorare la cifra tonda di 300 manca poco, visto che sono 8 i prodotti italiani in attesa del via libera europeo (salsiccia lucanica di Picerno, mele del Trentino, cioccolato di Modica, marrone di Serino, pitina, olio di Puglia, mozzarella di Gioia del Colle e provola dei Nebrodi).

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Non per niente l’Italia è il primo paese per numero di riconoscimenti assegnati dall’Unione Europea, come ha raccontato giorni fa il Corriere della Sera con una bella inchiesta di Michelangelo Borrillo (non online).

Le prime 10 province per ritorno economico di Dop e Igp

Le 10 province che hanno avuto il maggiore ritorno economico dalle certificazioni, espresso in milioni di euro, sono:

Parmigiano Reggiano, Roscioli

— Parma, con 1.135,8 euro e 12 tra Dop e Igp
— Modena, con 622,7 e 15 tra Dop e Igp
— Reggio Emilia, con 544,1 euro e 13 tra Dop e Igp
— Brescia, con 401,2 euro e 18 tra Dop e Igp
— Bolzano, con 314, 3 euro e 5 tra Dop e Igp
— Udine, con 301, 9 euro e 5 tra Dop e Igp
— Mantova, con 241,2 euro e 12 tra Dop e Igp
— Sondrio, con 236,5 euro e 9 tra Dop e Igp
— Cremona con 215,3 euro e 13 tra Dop e Igp
— Caserta, con 208, 8 euro e 6 tra Dop e Igp

Ma se in Italia la bontà è di molti prodotti, le vendite continuano a essere di pochi. Il fatturato dei 10 prodotti Dop e Igp più venduti, pari a 5,01 miliardi di euro, equivale al 79% del totale di tutti i prodotti certificati.

I primi 10 prodotti italiani Dop e Igp per fatturato

Quali sono questi 10 prodotti? Che fatturato hanno generato nel 2015 in milioni di euro? Quanto pesano in percentuale sul totale? Vediamo il dettaglio:

grana padano

1. Grana Padano 1.180,3 euro (18,5%)
2. Parmigiano Reggiano 1055,5 (16%)
3. Prosciutto di Parma 666,6 (10,5%)
4. Aceto balsamico di Modena 372 (5,9%)
5. Mozzarella di bufala campana 344,9 (5,4%)
6. Mortadella Bologna 316,7 (5%)
7. Gorgonzola 304,5 (4,8%)
8. Prosciutto di San Daniele 286,5 (4,5%)
9. Pecorino Romano 275,7 (4,3%)
10. Bresaola della Valtellina 214,8 (3,4%)

Altri prodotti 1,335,6 (21%).

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Allora perché questa corsa alla certificazione di qualità se le ricadute dirette sul fatturato sono solo per pochi? È vero che le denominazioni permettono di tutelare il prodotto affinché non venga imitato, ma diciamo le cose come stanno, i fondi che l’Europa mette a disposizione fanno a gola a molti.

Come si spartisce la torta dei fondi Ue

Nel 2017 la dotazione finanziaria complessiva è stata di 140 milioni di euro, somma che, grazie a un aumento progressivo, nel 2019 arriverà a 200 milioni di euro. Le aziende italiane nel 2016 sono riuscite ad accaparrarsi il 20% del totale (113 milioni), vale a dire 23,5 milioni.

Tra queste, il finanziamento più alto è andato al Consorzio per la tutela d’Asti e al Consorzio Grana Padano, circa 4,7 milioni per entrambi.

Il meccanismo del finanziamento, tuttavia, prevede una quota aggiuntiva messa dal Consorzio di 1,2 milioni, pari al 20%. Anche per questo, alla fine, per i piccoli consorzi la possibilità di arrivare ai finanziamenti è bassa: mancano le risorse per copartecipare.

I vantaggi di restare fuori da Dop e Igp

Il Corriere della Sera ha anche intervistato Giandomenico Negro, noto agli appassionati di formaggio per il lavoro di affinatore  con la sua azienda “La bottega nel pascolo“.

Secondo Negro i riconoscimenti di qualità sono obsoleti perché non garantiscono più nulla se non l’origine del prodotto, un tempo baluardo contro le imitazioni. “Ma ormai il mondo è pieno di Parmesan…”.

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Negro si occupa di formaggi dal 1995, ha contribuito come pochi a valorizzare la Dop della Robiola di Roccaverano, deliziosa formaggetta caprina delle Langhe astigiane, ma a metà anni 2000 ha deciso di uscire dai ranghi della Dop per puntare su marchi, razze animali e tipo di alimentazione: “a pascolo” –afferma perentorio, “non a mangimi a 50% come nelle Dop”.

Per spiegare i vantaggi del fare da soli, specie per i produttori più piccoli, Negro cita la Dop del Parmigiano Reggiano. “le Dop importanti sono in mano all’industria, quindi il piccolo produttore se chiama il suo formaggio con il nome della Dop è fagocitato e non riesce a valorizzare il prodotto. Mentre fuori dalla Dop può fare come facciamo noi de “La Bottega del pascolo”, che vendiamo la Robiola della Langa astigiana a un prezzo più alto del 25% rispetto alla Robiola di Roccaverano Dop”.

Negro spiega anche perché può permettersi di vendere il suo formaggio a un prezzo più alto:

“Perché la nostra robiola viene prodotta solo nei mesi primaverili, estivi e autunnali, visto che l’alimentazione degli animali è al pascolo. Mentre la Dop produce anche in inverno, quando non c’è pascolo e il ciclo biologico degli animali viene forzato. Ecco perché un pecorino buono come quello della montagna di Picinisco o un caciocavallo podolico come quello del Gargano non si trovano in nessun marchio Dop”.

Dop e Igp convengono ancora?

Con il fatturato appannaggio dei big che fanno grandi volumi, la forte concorrenza di Grecia, Spagna e Francia nell’accaparramento dei fondi europei, e alcuni prodotti certificati più piccoli che dopo aver rincorso per anni il riconoscimento non si sono neanche dotati di un sito (la burrata di Andria, Igp da dicembre 2016), a una buona parte dei prodotti di qualità italiani potrebbe restare, in concreto, solo il marchio.

Burrata

Ecco perché, diversamente da ciò che potrebbe sembrare, la rincorsa alla certificazione Dop, Igp o Stg ha cominciato a rallentare. A proposito, ma voialtri sapete con precisione con significano queste sigle?

Denominazione di origine protetta (Dop)

Identifica un prodotto a) originario di un luogo, regione o paese determinati, b) le cui caratteristiche sono dovute a un particolare ambiente geografico c) le cui fasi di produzione si svolgano nella zona geografica determinata.

Indicazione geografica protetta (Igp)

Identifica un prodotto a) originario di un luogo, regione o paese determinati, b) alla cui origine geografica sono attribuibili una data qualità, la reputazione o altre caratteristiche, c) la cui produzione si svolga per almeno una delle sue fasi (produzione, trasformazione e elaborazione) nella zona geografica determinata.

Specialità tradizionale garantita (Stg)

Identifica un prodotto ottenuto a) o con un metodo di produzione, trasformazione o una composizione che corrispondano a una pratica tradizionale per tale prodotto o alimento, di o da materie prime e ingredienti utilizzati tradizionalmente.

[Crediti | Corriere della Sera]