di Cinzia Alfè 5 Giugno 2017
grom gelateria

Un tempo era “fatto come una volta”. Oggi invece il gelato di Grom finisce in barattolo e sfida il colosso americano Haagen Dazs.

In realtà, per gli addetti ai lavori non è certo una novità: già da tempo si intuiva che, al di là del romantico gelato da passeggio, Grom si sarebbe dedicato al pragmatico gelato confezionato, proposto  in dosi familiari e venduto nella grande distribuzione.

A essere precisi, una prima fase della transizione verso la nuova era del gelato Grom è  iniziata già un paio di anni fa, con la cessione del marchio a Unilever, la multinazionale olandese, e proseguita poi con il recente ingresso dei gelati torinesi nella grande distruzione, vale a dire nei punti vendita Carrefour.

Del resto,  era stato  proprio Guido Martinetti, uno dei due soci fondatori insieme a Federico Grom, a sostenere che “Grom potrebbe arrivare anche all’estero, negli store di primo piano dedicati al food, da Harrods o alle Gallerie Lafayette”, o anche che  “in fondo, cos’è un metodo industriale? Quando compriamo il latte fresco, non è forse pastorizzato, omogeneizzato?”, preparando il terreno  –ora è evidente–  per il futuro sbarco sul territorio del gelato confezionato.

In pratica, se nel 2003, nel piccolo negozietto di Piazza Paleocapa a Torino, subito dietro la stazione di Porta Nuova, il sogno dei due ragazzi era quello di produrre il “gelato più buono del mondo”, ora, diventati adulti e pragmatici, i due hanno cambiato orizzonti, e l’obiettivo è ora quello di produrre “il più buon gelato in barattolo del mondo”.

gelato in barattolo grom

 

Un segmento nel quale Grom sfida un colosso del gelato confezionato, l’ americana Haagen Dazs, leader del settore con ottimi risultati, per  quanto non Italia, dove l’ultimo punto vendita ha infatti chiuso i battenti nel lontano 2003.

Ma il legame che la vecchia Europa ha con il gelato è di antica data, come anche testimonia il nome scelto da Reuben Muttus, un ebreo polacco che nel 1961,  a New York, fondò la catena chiamandola “Haagen Dazs” –nome di assonanza scandinava– come omaggio alla Danimarca per tutti gli ebrei salvati durante la seconda guerra mondiale.

“Per questa ragione ci siamo detti che proporre un prodotto di alta qualità confezionato può diventare una scommessa vinta — spiega Federico Grom a Repubblica— precisando che, come promesso, Unilever ha garantito la “totale autonomia”.

“È sempre stato un mio sogno quello di offrire lo stesso gelato che produciamo per le gelaterie anche nei frigoriferi della grande distribuzione, sogno che non avrei mai realizzato senza l’abilità di Guido Martinetti, il mio socio gelataio con cui abbiamo cominciato l’avventura nel 2003″, continua Grom.

Avventura che è arrivata ora a un fatturato di 30 milioni annui e 86 punti vendita in tutto il mondo, che danno lavoro a 900 dipendenti.

“Con tutti il rispetto per gli altri concorrenti nell’industria della gelateria –continua Grom– il nostro è un prodotto molto diverso”, mentre illustra che il critierio seguito per la produzione del gelato in barattolo sarà lo stesso del gelato artigianale, vale a dire un prodotto il più possibile semplice, senza additivi, grassi o coloranti addizionati: “Rimane l’essenza: la frutta nei sorbetti, la crema o il cioccolato nei gelati”, conclude Grom.

Per iniziare, i gusti proposti da Grom nella nuova veste saranno sette, tre sorbetti alla frutta, ai gusti fragola, lampone e limone, e quattro creme, cioè pistacchio, caffè, cioccolato e gusto “Grom”, tutti in confezioni da “una pinta”, come dicono i due soci, vale a dire da mezzo chilo, in eleganti barattoli trasparenti.

“Convinceremo il mercato che con i barattoli non cambia assolutamente nulla”, afferma sicuro Grom.

Vedremo.

[Crediti | Link: Repubblica, Dissapore]