di Anna Silveri 10 Maggio 2018
cioccolato di Modica

Alla fine ce l’ha fatta: il cioccolato di Modica ha ottenuto la certificazione Igp, Indicazione geografica protetta, che la Comunità europea riserva ai prodotti la cui produzione o trasformazione si svolga in una determinata area geografica.

Era dal 2010 che la specialità del ragusano aspettava il riconoscimento: in passato non era possibile attribuirlo a prodotti ottenuti senza l’impiego di ingredienti tipici di un territorio. Cosa che il cioccolato lavorato a Modica non poteva certo vantare, visto che i suoi ingredienti principali —cioccolato e cannella— provengono da zone diverse del pianeta.

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Negli ultimi anni però la normativa è stata modificata, e l’iter burocratico per ottenere la certificazione europea è potuto iniziare.

Il cioccolato di Modica, racconta la narrazione (no, non ci avrete, “storytelling” non lo scriveremo mai) si rifarebbe a una antica ricetta portata in Sicilia nel XVI dagli Spagnoli, appresa nientemeno che dagli antichi Aztechi; ricetta abbandonata nel corso dei secoli e solo ai nostri giorni riportata agli antichi splendori.

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Al netto della leggenda, in realtà, il cioccolato di Modica deve oggi la sua popolarità all’intuizione e all’intraprendenza di alcuni artigiani e imprenditori siciliani, primo tra tutti Franco Ruta, scomparso nel 2016, proprietario dell’Antica Dolceria Bonajuto, che iniziarono a produrre il cioccolato di Modica agli inizi degli anni ’90.

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In particolare, il processo di lavorazione prevede che il cioccolato sia trattato “ a freddo”, con i semi di cacao lavorati a temperature molto basse, per consentire ai cristalli di zucchero di sciogliersi originando un prodotto finito ruvido, granuloso, diverso da quello tradizionale, subito molto apprezzato dai consumatori, al punto da far nascere, nel 2003, il Consorzio di Tutela.

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Che da oggi, si spera vivamente, farà buon uso del riconoscimento ottenuto, viste le polemiche seguite, nel gennaio 2016, alla vendita sottocosto dello squisito cioccolato in un noto discount.

[Crediti: La Stampa]

commenti (3)

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  1. Avatar Paolo , quello vero ha detto:

    Il cioccolato di Modica continua ad essere periodicamente venduto nella famosa catena di discount, ed è anche molto buono. Semplicemente, come tutti i prodotti, ne esistono tanti tipi, da quello più caro a quello più economico, non sarà sicuramente l’acquisione del sigillo IGP, ad impedire politiche prezzi diverse, basta vedere i vari zamponi Modena , mortadelle Bologna o bresaole della Valtellina ( tra l’altro realizzate interamente con materia prima estera). Sicuramente i marchi europei sono utili a livello di protezione e di riconoscibilità , ma è essenziale che le aziende ragionino in maniera moderna, cercando di utilizzare tutti i moderni strumenti per far conoscere in maniera globale i loro prodotti.

  2. Avatar Paolo ha detto:

    Due interessanti elementi saltano all’occhio:
    – IGP, che è cosa differente dalla DOP. Archiviare il dato in attesa del primo genio da tastiera che griderà alla truffa “perché questa eccellenza italiana è fatta con materia prima straniera, addirittura extracomunitaria, Sygnora Myah!”
    – “iniziarono a produrre il cioccolato di Modica agli inizi degli anni ’90.” Una eccellenza, che potrà benissimo diventare tradizionale, non affonda necessariamente le sue radici all’epoca della dominazioine araba o punica, ma può nascere dalla creatività, innovazione, intuizione di bravi artigiani e/o imprenditori. Non tutto quello che è moderno è da disprezzare, non tutto quello che è buono è anche necesariamente antico.

  3. Avatar Orval87 ha detto:

    L’IGP è un marchio inutile. Ormai già i DOP di garanzie ne danno sempre meno, figuriamoci l’IGP.
    Per il cioccolato posso anche capire per ragioni geografiche, ma ad esempio cosa me ne faccio dell’IGP sulla bresaola valtellinese, che ormai è fatta con carne sudamericana? Cosa mi garantisce quel marchio, di superiore ad altro?
    L’unica cosa che conta e che garantisce qualcosa di più è il rapporto diretto coi produttori, verificare di persona le materie prime e le metodologie di lavorazione.
    Non certo i marchi, per i quali ho sempre meno fiducia.
    Vedasi il recentissimo scandalo “prosciuttopoli”, con 300.000 cosce di suini non a norma di disciplinare spacciati per Parma e San Daniele, con gli organi di controllo che hanno chiuso gli occhi. Notizia della quale non se ne è vergognosamente quasi parlato.