Italiani mica solo pizza e mandolino, da poco anche tutta la cucina italiana, con i suoi piatti i suoi riti e la sua tradizione. La nostra fama all’estero, soprattutto legata all’enogastronomia, è sempre stata grandissima: tutti amano la cucina italiana, ovunque nel mondo, e tutti provano a prepararla, seppur con risultati altalenanti (sui social, qua e là, compaiono ancora di tanto in tanto degli spaghetti col ketchup).
Il fatto è che però, con il tempo e soprattutto con il riconoscimento della cucina italiana a Patrimonio Unesco, la nostra capacità di promuovere l’intera cultura del nostro patrimonio enogastronomico sembra essere accresciuta, dandoci finalmente l’opportunità di raccontare la grande biodiversità italiana e l’enorme varietà di piatti e di tradizioni regionali e locali, e non solo le solite quattro cose che arrivano all’estero, e magari pure in maniera sbagliata.
O forse non è così?
The Italian Table Abroad: com’è la ristorazione italiana all’estero?

Uno spunto di riflessione ce lo fornisce “The Italian Table Abroad“, rapporto realizzato da FIPE-Confcommercio sullo stato della ristorazione italiana all’estero, che ci dà anche un’idea della percezione internazionale della cucina italiana.
Il report analizza 1.486 ristoranti italiani in dieci grandi città europee: Parigi, Londra, Barcellona, Vienna,
Amsterdam, Bruxelles, Monaco di Baviera, Lione, Berlino e Marsiglia. L’idea dichiarata di questo lavoro è quella di entrare nel dettaglio analitico della loro proposta: nomi, indirizzi, tipologie, menù, prezzi, rating, recensioni, piatti e persino ingredienti. Oltre 115mila voci di menu sono state prese in esame, per osservare quale Italia viene raccontata a tavola nelle grandi città europee.
E alla fine, una volta analizzato il tutto, lo studio ha provato a mettere in classifica i risultati, giudicandoli sulla base dell’indice di valore (quanto valore il cliente riceve quando mangia italiano all’estero rispetto a ciò che paga) e l’indice di autenticità (ingredienti, denominazioni, coerenza territoriale).
I risultati del report

La cucina italiana all’estero è sana, ed è ancora in forze. Almeno a giudicare dai dati del report, che dà un punteggio medio ai ristoranti analizzati di 8.95 su 10, e che calcola il prezzo medio del piatto principale intorno ai 30,30 euro. “La cucina italiana mantiene quindi un posizionamento di forte accessibilità e con livelli di apprezzamento molto elevati”, dice Fipe-Confcommercio.
Quanto al tema dell’autenticità, Londra e Parigi sono in testa, con un buon livello di coerenza registrato. E pure i menu mostrano una certa diversità: “la ristorazione italiana all’estero non esporta un menù standardizzato, ma una varietà vastissima di proposte, adattamenti, tradizioni e invenzioni”.
Pizza e spritz: e poi?

Eppure, la sensazione è che la cucina italiana possa esprimere molto di più all’estero, mentre invece resta un po’ ferma sui soliti stereotipi. I piatti più diffusi e conosciuti, spiega il rapporto, sono infatti nell’ordine: pizza Margherita, Tiramisù e Spritz. “Questa è la triade che impera nella cucina italiana all’estero”, e forse dovremmo gioire del fatto che non ci siano le fettuccine Alfredo.
E se è pur vero che ognuno ha bisogno di una sua riconoscibilità sintetica, di immagini forti e chiare che dicano univocamente “cucina italiana”, forse è un peccato che dopo tanti anni di lavoro sulle materie prime, sulla biodiversità, sugli ingredienti, sulla varietà, sul locale si sia poi ancora fermi lì, alla pizza e lo spritz e il tiramisù. Forse quel lavoro è ancora in corso, o forse non è stato fatto come si deve.
Che poi, si dirà, anche per noi il Giappone è sushi e la Cina è involtini primavera, ed è un peccato enorme non riuscire ad andare a fondo.
Ma un Paese che punta molto, moltissimo, sulla sua enogastronomia, forse potrebbe provare a fare di più per raccontarsi in maniera diversa al grande pubblico internazionale.


