L’intelligenza artificiale prepara anche gli hamburger

Della serie, invenzioni di cui non sentivamo il bisogno: dagli Stati Uniti arriva l'AI che ci insegna a fare i panini.

L’intelligenza artificiale prepara anche gli hamburger

Cosa c’è di più semplice di un hamburger? Lo sanno fare tutti, senza particolare sforzo o talento. Qualcuno dirà ok, ma per farlo davvero buono ci vuole qualcosa in più. Creatività, materia prima, arte dell’abbinamento? Macché: ci pensa l’intelligenza artificiale.

L’università di Stanford in California ha sviluppato BurgerAI, modello di intelligenza artificiale appositamente dedicato alla preparazione dell’hamburger perfetto. Se ve lo state chiedendo, sì: si tratta del Big Mac. Test dopo test, i ricercatori hanno sollecitato la creazione della ricetta che più si avvicina al prodotto di punta di McDonald’s, evidentemente considerato un golden standard in campo panini.

Ma c’è di più. Perché BurgerAI diventa demiurgo di ricette personalizzate, tenendo conto di sostenibilità e valori nutrizionali, nonché preferenze alimentari, gusti e necessità fisiologiche dell’utente umano. Così, almeno in teoria, ognuno avrà l’hamburger che si merita.

Alla luce di tutto questo però sorge una riflessione. Davvero abbiamo bisogno dell’AI per farci un panino? Riusciamo ancora a pensare e immaginare con la nostra testa, oppure siamo così pieni di AI slop da aver rinunciato persino alle più elementari sinapsi? Con tutta l’acqua che già serve per l’hamburger medio, vogliamo privarci anche di quella tracannata dai database?

BurgerAI

burger

Sicuramente esiste una scienza dell’hamburger. Lo sanno bene quelli di McDonald’s, gigante del fast food che ha perfezionato, standardizzato e reso popolare il panino di carne più ubiquitario che ci sia. E fra questi il più noto di tutti è proprio il Big Mac, altissimo doppio burger con formaggio, insalata, cetriolini e cipolle su pane al sesamo. C’è solo un problema: come tante altre aziende a marchio registrato, la ricetta originale è sotto chiave.

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È qui che entra in gioco BurgerAI, nuova intelligenza artificiale sviluppata a Stanford la cui scommessa è proprio decodificare detta ricetta. Si tratta di un modello a diffusione, in grado di individuare pattern da dati esistenti e creare nuove combinazioni. L’ideale appunto per cimentarsi fra ingredienti e abbinamenti – come del resto sa ogni cuoco, casalingo e professionale.

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BurgerAI è stata allenata su 2216 ricette di hamburger con ben 146 ingredienti diversi. Nel corso di dieci sessioni di test ha sfornato circa 730 milioni di risultati prima di arrivare alla combinazione che più si avvicinava all’originale Big Mac. Da questa mole di possibili panini ne sono stati scelti cinque, ottimizzati su tre categorie: gusto, sostenibilità, valori nutrizionali.

In cucina con l’AI

hamburger

Qui va ricordata una cosa. Per quanto onnipotente, l’intelligenza artificiale non è ancora in grado di uscire dal computer, mettersi il cappello da chef e cominciare ad affettare. Per questo, quando diciamo che l’AI prepara gli hamburger, sottintendiamo sempre l’intervento umano. Lo sa anche Stanford, che per l’effettiva realizzazione dei burger si è avvalsa un team di cuochi e di un panel di 101 assaggiatori.

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Qual è stato il responso? Due hamburger “preparati” da BurgerAI hanno addirittura superato il Big Mac. Uno per succulenza e intensità del sapore, l’altro per le note umami e affumicate. Nessuno ovviamente poteva definirsi uguale al panino di McDonald’s, ma del resto quello era solo in parte lo scopo della ricerca. Nelle parole dei ricercatori: “La maggior parte dei sistemi AI sono addestrati a predire ciò che già esiste. Noi volevamo che l’AI inventasse qualcosa di completamente inedito”.

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Da questo esperimento nasce una versione di BurgerAI accessibile al pubblico. Su ai4burgers.com gli utenti possono generare ricette personalizzate in base alle proprie abitudini e caratteristiche fisiche. Non solo: possono adattarle rispetto a sostenibilità degli ingredienti, calorie e valori nutrizionali. La promessa è quella di hamburger su misura, come se già ognuno di noi non avesse gusti personali e/o diete da seguire.

AI slop?

hamburger

Va detto che per i ricercatori di Stanford l’hamburger è solo l’inizio. Il modello BurgerAI ha ambizioni che vanno bel oltre la giusta dose di pane, carne e insalata. Il progetto prevede in futuro l’applicazione degli stessi pattern generativi su più larga scala, fra cui design di farmaci e di nuovi materiali.

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Qui arriva il grande però. A partire dalla modalità d’uso dell’AI, il grande tema etico e filosofico dei nostri tempi. Perché va bene tutto, persino sacrificare ettolitri di acqua e chilometri quadrati di terreno edificabile. Purché il gioco valga la candela: ad esempio sintetizzare proteine, risolvere intricati problemi matematici o finalmente trovare la cura per il cancro.

Non vale (e penso possiamo essere tutti d’accordo) invece la pena usare l’intelligenza artificiale per le minuzie inutili, a partire da quelle azioni che abbiamo sempre compiuto in autonomia con il minimo sforzo. Tipo fare una ricerca su internet, scrivere una mail, creare un meme sui social. Oppure, banalmente, preparare un panino.

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Non abbiamo più la creatività? Ci mancano le capacità sensoriali? Abbiamo forse perso l’uso delle mani? Aspetta che controllo: no, tutto a posto. E allora a che diamine serve l’intelligenza artificiale per le ricette di hamburger? Peraltro, dopo aver dimostrato in svariati test che l’AI in cucina è ancora un disastro.

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E poi: utilizzare proprio l’hamburger come oggetto di ricerca è il danno oltre la beffa. Siamo già consapevoli dell’enorme impatto energetico e inquinamento che sta dietro alla produzione di carne. Tutta eh, non solo da allevamenti intensivi. Ebbene: vi sembra normale aggiungere lo spreco ancora più mostruoso di acqua e risorse dei database che serve solo a generare detti hamburger?

La riflessione di fondo dunque diventa: in che modo Burger AI ci migliora la vita? Davvero sono più efficienti 730 milioni di risultati rispetto alla consultazione di qualche libro di cucina e un paio di maniche tirate su sopra una griglia? Quanta acqua ci rimane dopo aver prima ideato e poi mangiato uno dei cibi meno sostenibili sul pianeta?

Domande retoriche, mi rendo conto. Una risposta verrebbe, anche se non esaustiva. Ovvero: abbiamo la tecnologia che ci meritiamo. Buon appetito dunque, ma attenzione. Il piatto ormai è in tavola, ma il conto potrebbe essere molto più salato di quello che immaginiamo.

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