di Chiara Cavalleris 9 Settembre 2018

Starbucks a Milano giorno secondo: continuano le file iniziate dall’apertura, centinaia di turisti, lavoratori in giacca, cravatta e zainetto, ma anche studenti. E finalmente Matteo Salvini si esprime in merito, dall’alto del suo profilo da 867.000 followers. 

Ci conforta con un’opinione in piena linea con l’autarchia e il sovranismo alimentare tornati in auge in questi giorni, in lieve ritardo sul suo copione, il che sottende magari una stanchezza verso i suoi stessi temi, o più probabilmente un’uscita ben calibrata, sull’onda di una strada già battuta: l’espresso in tazzina è roba nostra, perdìo!

Mentre noi guardiamo in faccia il volto della coerenza, il più diabolico di tutti, la stampa estera dedica alla Penisola pagine e pagine: siamo un caso, questo è certo. Nella nostra italietta di ristretti a 90 centesimi è arrivato il gigante dei caffè in tazza “small”, “medium” e “large”, nelle vesti vetuste di una Reserve Roastery (le caffetterie di lusso con torrefazione, di cui ad oggi esistono solo tre esemplari al mondo) opportunamente insediate in Palazzo Broggi, nel cuore di Milano. Certo non si può ignorare il fatto. 

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Il New York Times in particolare ha intervistato Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori, la prima associazione consumerista in Italia, il quale stima che la stessa tazza acquistata da Starbucks a 1.80 euro (il riferimento è al caffè espresso) ci verrebbe a costare 12 centesimi, se fatta in casa: un ricarico del 1400 per cento. Un prezzo lontanissimo dalla media della piazza Milanese, peraltro alla base di un esposto all’Antitrust da parte del Codacons.

Il contraddittorio arriva attraverso le parole di Giampaolo Grossi, general manager della Roaestery milanese, che parla al New York Times dell’esperienza offerta al pubblico come di un valore aggiunto che non ha confronto e non vuole essere in competizione con i caffè milanesi. Dice che da Starbucks a Milano c’è la possibilità di “andare, sedersi, non comprare nulla e organizzare riunioni di lavoro”. Insomma, teniamoci la nostra storia, le nostre tradizioni, il nostro caffè fugace. Nel bene o nel male, Starbucks non vuole essere il sostituto, ma l’alternativa. Un’alternativa scintillante e senza obbligo di consumazione.

Quindi lo chiediamo a voi: l’ “esperienza” giustifica un (possibile) ricarico del 1400 per cento?

[Crediti link: New York Times, Codacons]