di Nunzia Clemente 11 Aprile 2016
home restaurant

Dicesi Sharing Economy (economia della condivisione), quella corrente che va da Uber a Airbnb, passando per Gnammo, dove i comuni mortali si sostituiscono agli addetti ai lavori, dai tassisti agli albergatori fino ai ristoratori.

Gli italiani provano da tempo a regolamentare gli home restaurant, la versione Uber dei ristoranti, ma ora Azzurra Pia Maria Cancelleri del Movimento 5 stelle ha presentato in Parlamento un disegno di legge.

Quali sono le regole proposte?

Un momento, prima lasciateci precisare che si parla di quell’attività, nota anche come social eating, che trasforma casa propria in un ristorante occasionale dove ospitare, a pagamento s’intende, curiosi, viaggiatori o gourmet che, invece di andare in questo o quel locale, scelgono un appartamento privato e una cucina casalinga per una serata conviviale alternativa alle solite.

Contatto via internet, atmosfera rilassata, conto abbordabile.

Chi vuole aprire un home restaurant deve avere una licenza? No, neanche un’autorizzazione sanitaria, la burocrazia è ridotta al minimo e la classificazione di semplice attività lavorativa occasionale consente di fatturare fino a 5000 mila euro lordi senza Partita IVA.

Vuoto legislativo che ha permesso al fenomeno una crescita sensibile. Oggi il Corriere cita una ricerca del Centro studi turistici:

Nel 2014 il settore ha fatturato 7,2 milioni di euro, con 7 mila cuochi che hanno aperto la loro casa a conoscenti o sconosciuti contattati tramite social network. Sempre nel 2014 hanno cenato in un home restaurant italiano 300 mila persone.

Attività talmente diffusa da avere già diversi punti di riferimento, come Gnammo, una comunità dove sgomitano 1.055 cuochi capace di realizzare 500 eventi, e Home Restaurant Italia, l’associazione che tutela gli interessi dei nuovi ristoratori domestici.

Va da sé che i ristoratori tradizionali, pur non ancora sulle barricate come i tassisti con Uber, non siano contenti, per usare un eufemismo. Anzi, parlano apertamente di concorrenza sleale chiedendo di regolamentare il fenomeno.

Nel Maggio 2015 una risoluzione del Ministero dello sviluppo economico sembrava accogliere le loro richieste. Secondo il parere ministeriale per i nuovi imprenditori degli home restaurant dovevano valere le stesse norme applicabili ai ristoratori.

Queste sono invece le regole previste dal disegno di legge appena presentato in Parlamento:

1. Obbligo di segnalare l’apertura con la cosiddetta Scia, un certificato di inizio attività.

2. Non più di otto aperture al mese fino a un massimo di ottanta l’anno.

3. Dieci coperti al massimo.

4. Spazio disponibile: due stanze per appartamento

Che ve ne pare? Vanno bene? Oppure complice il lungo periodo di crisi lo stato italiano non dovrebbe disciplinare la Sharing Economy applicata ai ristoranti?  E il ritornello dei ristoratori “stesso mercato, stesse regole” deve valere per tutti?

Nel frattempo seguiremo il percorso del nuovo disegno di legge che sconta, comunque, i tempi lunghi della politica.

[Crediti | Link: Corriere.it]