di Carlotta Girola 23 Maggio 2016
ristorante baciarsi

Del galateo di coppia a tavola hanno scritto tutto e tutti, elencando perfezionismi da primo appuntamento al ristorante che, in alcuni casi, sembrano provenire dal pianeta rosso, tanto sono lontani dalla realtà dei nostri tempi.

Ogni tanto, bisognerebbe aggiornare i vari galatei con upgrade contemporanei, inutile far finta che la vita sia un mix tra radiose donne da Sex and the City e omaccioni da Gigi er troione.

Tra smartphone, gastrofanatismo e nuove ossessioni gourmet, il corteggiamento passa più che mai dal cibo e il bon ton dell’appuntamento a tavola è tutto da rivedere.

L’approccio

Messenger, Whatsapp, Instagram: ancora prima del fantomatico appuntamento la coppia ha già un ampio bagaglio di conoscenze prima impensabili.

Innanzitutto sappiamo dove e cosa mangia l’altro, cosa beve come aperitivo, persino quali perversioni profonde nutre nei confronti di una certa specifica, introvabile marca di gin.

Sì, i social rovinano un po’ la magia della conoscenza, ma aiutano a fare una pre-selezione che serve a risparmiare tempo. Se l’altro, ad esempio, dimostra interesse e ostentazione per delle tristi insalate salutiste o si dichiara tofu-addicted già è possibile operare una prima scrematura.

L’aperitivo

aperitivo, ristorante

Non ammessi più di tre giri, giusto per preservare una certa parvenza di sobrietà che, a stomaco vuoto, porta con sé il rischio assassino di invadere lo spazio fisico altrui e dire qualcosa di compromettente.

E poi c’è la questione dell’oliva: il mio personale bon ton prevede piccoli morsi alla polpa tenendo la suddetta tra pollice e indice, evitando lo spiacevole gesto dello sputacchio del nocciolo.

Se volete darvi un tono, inoltre, buttate nel cestino la cannuccia dello Spritz o similare: bere dal bicchiere è un gesto molto più elegante che rischiare, per nervosismo da primo appuntamento, di rosicchiare come un criceto la cannuccia.

L’appuntamento al ristorante

Nel mondo delle favole, la coppia starebbe amabilmente al tavolo a chiacchierare senza lasciarsi sopraffare dalle impellenze da social network. Ma, oltre all’appuntamento, c’è tutta una vita virtuale da portare avanti mentre i camerieri snocciolano portate come pop-corn.

La fotografia del piatto con lo smartphone, oggi diventato sport nazionale e di cui potrei disputare le finalissime mondiali, distoglie l’attenzione dal partner, ma credo che non sia giusto nascondersi dietro un dito e torturarsi facendo finta di essere quelli che non siamo.

Quindi, alla faccia dei puristi che lo reputano una cafonaggine, l’uso dello smartphone al primo appuntamento è concesso. Ma attenzione: va bene la fotina del piatto con hashtag ammiccante (che poi l’altra metà della mela andrà a spiare dal bagno), ma la costruzione semantica e tattica del testo acchiappa-like dovrebbe essere rimandata almeno a dopo il dolce, per non interrompere spudoratamente il flusso della conversazione.

Sulla scelta dei piatti di chi abbiamo di fronte bisognerà fare moltissima attenzione.

Il cibo racconta tantissime cose di noi, anche alcuni tratti del carattere da non sottovalutare. Il coraggio, ad esempio: quello di scegliere il piatto più difficile della carta, per dirne una delle cervella fritte. Una certa ostentazione di sicurezza in sé: lo spaghetto all’aglione. E poi la scelta del dessert.

L’annosa questione del conto

chi paga conto ristorante

Non ci sono regole scritte nel marmo, come è vero che una donna si aspetterà sempre che la prima cena le venga offerta.

Pur volendosi scrollare di dosso le questioni da rigido galateo, e nonostante la maggioranza delle donne sfoggi il proprio femminismo, la prima cena dovrebbe essere appannaggio maschile, sempre che si stia parlando di coppie etero.

Riguardo al resto dell’universo omosessuale, invece, vale la regola che chi lancia l’invito tiri fuori il portafogli, da che mondo è mondo. Poi, dal secondo incontro, liberi tutti: ben accetto il conto alla romana, il “stavolta tocca a me”, oppure “allora io offro il cocktail dopo cena”.

Togliamoci di dosso le convenzioni preistoriche, lasciamo fare i galanti agli uomini, ma arginiamo fenomeni che diventerebbero spiacevoli già dal secondo incontro (in stile “che scroccona, questa!”).

La scarpetta e altri falsi miti

Diciamolo: quelli che fanno la scarpetta sanno godersi la vita. E’ per questo che tutti i gesti spontanei non vanno censurati e, anzi, potrebbero essere molto graditi dall’universo maschile e femminile.

Oltre alla scarpetta, anche assaggiare dal piatto dell’altro è un gesto di complicità e condivisione che dovrebbe essere non tanto demonizzato, quanto ampiamente sdoganato. D’altronde lo scambio di qualche microbo è di buon auspicio anche per un dopo cena “divertente”.

Dopo anni di imbarazzo, inoltre, è arrivato il momento di avvisare il nostro dirimpettaio del triangolino di prezzemolo che gli si è tragicamente impiantato tra i due incisivi: l’imbarazzo passerà in fretta senza rischiare che l’altro se ne accorga a fine serata e non ci richiami mai più sentendosi un idiota col sorriso maculato.

Sul dopocena abbiamo già dato qualche indicazione ormai un secolo fa.

Che dite, lo aggiorniamo in versione jalapeno piccantino?