di Nunzia Clemente 7 Aprile 2020
Ristorante chiuso

In Campania il delivery di piatti pronti è proibito: l’unica Regione italiana soggetta a un simile inasprimento, nonostante le zone più colpite dal Coronavirus siano ben altre. Ciò rappresenta un suicidio per ristoranti, pizzerie e locali campani: da redattrice napoletana di Dissapore vi spiego perché, ripercorrendo tutti i passaggi recenti e spiegandovi cosa sta succedendo.

Se è vero che questo proibizionismo del cibo a domicilio sembra davvero senza senso, che il delivery permetterebbe di dare liquidità immediata alle realtà a condizione strettamente familiare e a migliorare uno status psicologico decisamente vessato dall’incertezza e dalla privazione dei “piaceri quotidiani”, va da sé che l’asporto andrebbe fatto nella massima sicurezza per chi produce, per chi trasporta e per chi riceve.

Ma come siamo arrivati, così, alla prima settimana di aprile in Campania, dopo quasi un mese esatto di blocco totale delle attività ristorative? La confusione è stata la nota caratterizzante di tutto il processo. Ripercorriamo insieme le vicende che hanno portato ad oggi.

Prologo. Prima del no al delivery e all’asporto in Campania

Januarius Napoli

Accanto alla movida di San Pasquale, che passò tristemente alle cronache di inizio marzo, un’illuminata schiera di commercianti chiedeva la chiusura (preventiva) al pubblico, di potersi arrangiare solo con il cibo a domicilio.  Qualcuno ha chiuso di propria volontà, rendendosi conto di non poter rispettare le normative e “riciclandosi” come servizio di consegna a domicilio di beni ben chiuse, tipo le birre. Ma nessuno si sarebbe mai immaginato, penso, anche il blocco dell’asporto.

La débâcle definitiva, il tracollo, l’abbiamo visto il weekend antecedente al Decreto del 10 marzo: i tavoli obbligatoriamente distanziati, locali già molto meno pieni, in molti avevano iniziato a preferire l’asporto. Mi ci metto anch’io: sono riuscita a guadagnarmi una pizza d’asporto esattamente sabato 7, dalla mia pizzeria preferita.

Tutti si stavano riorganizzando per le previste chiusure al pubblico, favorendo l’asporto. Prospettiva che si è infranta una manciata di giorni dopo.

Il no definitivo al delivery e all’asporto

rider

Non bastarono, dunque, gli sforzi  dei ristoratori di mettersi in fretta e furia (ma la maggior parte, già lo era da prima) al pari con le normative che in pratica cambiavano di ora in ora. C’è stato chi ha sanificato più e più volte l’ambiente di lavoro, tutti costi extra (e spendendo somme considerevoli) e chi invece si è iscritto prontamente a piattaforme di delivery come UberEats, firmando regolare contratto

A niente è servito: l’11 marzo in Campania si decretava il divieto dei rider di consegnare dopo le 18. Divieto poi esteso per la totalità della giornata. Serrande giù per tutti, laboratori chiusi per tutti. O quasi.

Le lotte di classe tra pasticcieri panettieri, pizzaioli

chiarimenti su chiusure campania

Nelle settimane successive, passati gli sfoghi al balcone con Abbracciame di Andrea Sannino (ma come fate a prenderlo come inno, COME) e l’ottimismo, si inizia a palesare la verità: la situazione durerà per un po’ e cambierà le nostre abitudini, meglio non farci trovare impreparati. Inizia la prima rabbia.

Il nostro Governatore Vincenzo De Luca sta senza dubbio agendo più forte e prima di chiunque altro: ci tengo a ricordare che abbiamo prorogato le restrizioni a livello regionale prima ancora che Conte lo annunciasse. Non entro nel merito del perché di certe proroghe, perché non è il mio campo: stiamo parlando di cibo, ma evidente come le ripercussioni in questo campo, dipendano da altre mancanze endemiche. Encomiabile lavoro o meno, quello del nostro Governatore, ma di sicuro stampo eccessivo.

Così eccessivo – e macchiettistico – che la Campania ha visto, nell’ordine:

  • il divieto di zeppole di San Giuseppe per i panifici (con ordinanze comunali e successivo dileggio in conferenza stampa di “zeppole alla crema Coronavirus);
  • il divieto per le pastiere di grano sempre per i panifici, (“da fare in casa, anche se le prime saranno delle sozzerie”);
  • la proibizione di vendita attraverso lo shop online ai laboratori di pasticceria, permettendolo invece ad aziende con codice ATECO da “industria dolciaria” (le pasticcerie più grandi, facendo forniture a ristoranti e pizzerie, spesso hanno questo codice).

Tutto questo si è “chiarito”, se così possiamo dire, pezzo dopo pezzo, direttiva dopo direttiva, nota integrativa, chiarificazione. Tutto ciò ha scatenato le ire (giuste e meno giuste) dei pasticcieri bloccati contro i panettieri in possesso dei “giusti codici” per produrre dolci ed altri panificati, dei piccoli pasticcieri contro i pasticcieri con volumi più grandi ed una shitstorm generalizzata contro chi ha fatto ricorso agli shop online.

Una macchina del disorientamento molto grande, oltre che poco utile, a dirla tutta: ci metto esattamente un minuto in più a cercare un’ottima pasticceria appena fuori regione e farmi recapitare il mio pacco pasquale, come se nulla fosse accaduto.

Vi state chiedendo come stiamo, psicologicamente parlando? Molto incazzati. Almeno, parte di noi.

Magazzini pieni di cibo, tasche vuote

 

La situazione, come si può immaginare, è a dir poco drammatica da ogni versante: i ristoratori hanno fatto ricorso ad ogni energia e risorsa economica messa da parte per i famosi tempi magri, sia per pagare i fornitori che richiedevano il saldo impellente, sia per pagare i dipendenti. La cassa integrazione in deroga permessa dallo Stato tarda nelle risposte e sicuramente i pagamenti saranno più dilazionati rispetto ad un puntuale pagamento il primo del mese.

Senza contare la catena di fornitori che si è ritrovata improvvisamente con i magazzini pieni di invenduto per professionisti e a tasche vuote. Sull’unghia, un pensiero alle aziende agricole che molto curano i menu stagionali di questa o quella pizzeria, ritrovatosi con le colture quasi pronti in certi casi da rivendere ai privati e dovendo mettere a conto perdite inutilizzabili.

Campani esasperati, in fila al supermercato

Il dato psicologico, cosa che si sottovaluta, è molto importante: le persone sono esasperate, da ambo i lati, consumatori e ristoratori. I consumatori – non potendo prendere un piatto o una pizza a domicilio – non è che stiano in casa: escono e vanno al supermercato a comprare tutto il necessario per pizze e manicaretti fai-da-te. Vi abbiamo parlato, dopotutto, della carenza di lievito sugli scaffali dei supermercati in Campania: non è affatto un caso sia capitato più di frequente qui che altrove.

E le code al supermercato, visto l’andazzo, non saranno poi un toccasana: nella migliore delle ipotesi esci, ti metti in fila (a debita distanza, perlomeno ci si prova), fai giochi di prestigio per non incrociare gli altri tra gli scaffali. Nonostante tutti i supermercati si stiano impegnando per rendere le nostre operazioni sicure, non possiamo dire che lo siano al 100%, per motivi indipendenti da noi.

Non sarebbe meglio, quindi, dare un’occasione in meno di “uscire” (per quanto psicologicamente sia difficile e dura, ne sono consapevole) e farsi consegnare tutto da un fattorino, ovviamente opportunamente inquadrato, pagato e protetto? La salvaguardia dei rider non è una questione che nasce ora, è cosa antica su cui Dissapore si batte da quando siamo nati. Ripeto: spero che dopo il Coronavirus non siano nuovamente carne da macello per la maggior parte di voi.

La Campania non è all’altezza del delivery?

Che fare? Diceva un noto libello di inizio Novecento. Senza particolari giochi di retorica, la soluzione è pensare ora a come riaprire all’asporto nel modo più sicuro per tutti. A beneficiarne, sarebbero almeno le soluzioni commerciali medio-piccole. Parliamo nella fattispecie di trattorie, pizzerie di quartiere a conduzione familiare, paninerie d’asporto: piccoli sogni imprenditoriali di cui Napoli è piena e che si sentono soffocare da una situazione senza una valvola di sfogo, seppur minima, come quella dell’asporto con fattorini propri e di delivery attraverso piattaforme apposite.

La situazione potrebbe durare a lungo, senza essere eccessivi, ma dobbiamo prefigurarcelo: dopo questa fase di blocco totale ci sarà sicuramente la fase del distanziamento sociale obbligatorio. Si fa un gran parlare in queste ore di come sarà il post: ma il fatto vero è che nessuno lo sa. Probabilmente saremo poco invogliati ad andare in pizzeria, al ristorante, al pub: le norme ci sembreranno asfissianti e probabilmente e l’asporto diventerà pratica non dico quotidiana ma settimanale di tutti quelli che hanno finora sempre investito una parte del loro budget nella ristorazione non domestica. Certo: sarà una somma rimodulata alle esigenze del momento, ma non cesserà del tutto.

Quindi, perché la Campania non può familiarizzare con l’asporto “potenziato” dalle norme igieniche in vigore già da ora? Perché non fare leva sul senso civico cittadino, che penso – con la buona pace dei soliti che si trovano in ogni regione – abbiamo in circa sei milioni?

Perché il delivery ci viene bloccato? Perché siamo sottosviluppati, incapaci di gestire la presunta “mole di lavoro”, oppure perché siamo tra le cenerentole d’Italia per quanto riguarda la sanità e quindi si è “mirato” a tenere in casa quanta più gente possibile?

Dovremmo esigere chiarezza da questo punto di vista: abbiamo accettato – forse anche passivamente – la situazione per circa un mese. Ora sarebbe tempo di ripensare questa modalità e di aprire al delivery, per evitare di sabotarci da soli, ulteriormente.

Oppure dobbiamo arrenderci e leggere le misure di Vincenzo De Luca come un’ammissione di inadeguatezza? L’Italia può fare delivery in tempi di Coronavirs: la Campania, ultima della classe, non se lo può permettere.

La gastronomia campana per il sì al delivery

La settimana antecedente alla Pasqua ha definitivamente fatto crollare qualunque argine alla pazienza dei ristoratori campani. Ciro Salvo di 50kalò, importantissima realtà della pizza napoletana con anche un panineria gourmet (50panino) ed un b&b di lusso (50suite) è sceso in campo, il che già di per se fa notizia perché Ciro Salvo non è uno in cerca di beghe. Con un lungo post su Facebook, il pizzaiolo ha espresso la chiara volontà di voler fare gruppo con i colleghi, per cercare uno spiraglio concreto per il delivery. Con lui, anche molti altri esponenti della cucina napoletana: il mediatico Gino Sorbillo, il pizzaiuolo Enzo Coccia ed altri tra paninerie d’asporto e piccole realtà ristorative. Massimo Di Porzio – patron della trattoria Umberto a Napoli – sotto l’egida di Confcommercio Campania si è fatto promotore dell’iniziativa, impegnandosi a portare sul tavolo delle proposte concrete per uno “sblocco” della situazione.

Un consiglio che ci sentiamo di dare ai ristoratori in questo momento è quello di portare sul tavolo regionale proposte concrete da attuare subito: turni di lavoro con meno rischi possibili e misure di sicurezza alte tra i dipendenti e dipendenti-clienti del delivery. Noi siamo dalla vostra parte, sta a voi mostrarvi propositivi e non detrattori.