di Luca Iaccarino 10 Gennaio 2019

In tempi di urbanizzazione quasi tutto avviene nelle grandi città. Nelle città c’è il potere, la cultura, le relazioni, l’intrattenimento, gli eventi eccetera eccetera eccetera.

Dove si tiene un grande spettacolo? In città. Un appuntamento sportivo? In città. Dove vive la maggioranza degli italiani? In città, senza dubbio.

Insomma: le grandi città italiane –per quando si possano chiamare “grandi” centri tendenzialmente piccoli se comparati alle capitali d’Europa e del mondo– hanno tutto.

Tutto, tranne i grandi ristoranti.

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La notizia è: i grandi ristoranti non amano stare in città. Nonostante ci siano i soldi, i turisti, i clienti, le infrastrutture, gli aeroporti, i collegamenti.

Dei dieci tre stelle Michelin italiani solo uno –La Pergola di Heinz Beck a Roma– è in un grande centro. L’unico altro tristellato in un capoluogo è la Locanda Pinchiorri di Firenze che certo è un bel posto –come ci ha ricordato recentemente il Renzi-Angela– ma conta 382.258 abitanti, quindi non proprio una metropoli (Modena, per chi se lo chiedesse, si ferma a 184.727).

Perché?

Azzardo due ipotesi: perché stare in città costa caro; perché un tre stelle è così attrattivo che può permettersi di posizionarsi dove vuole, magari nel cuore delle radici del cuoco (ricordo che i tre macaron significano “vale il viaggio”).

Ci perdono i big a stare per conto proprio?

Ma no, non ci perdono né loro né i clienti: che meraviglia cenare a Castel di Sangro, ad Alba, a Senigallia, a San Cassiano, grandi spazi, posti belli, natura, paesaggio, mare, montagna.

Chi ci perde davvero sono le città italiane, in cui si possono fare tante cose ma non mangiare ai massimi livelli. Ed è un enorme peccato.

Se fossi un sociologo, mi verrebbe quasi da affermare che è una sconfitta per l’idea urbana contemporanea. Ma sono solo un goloso, e mi rammarico di dover prendere la macchina per andare in paradiso.