Ve lo ricordate il caldo che ha fatto questa estate? Eppure pare che sia stata la più fresca del resto delle nostre vite. Ma adesso, con l’inverno alle porte, sembra solo un vago ricordo: e questo è parte del problema, che quando cambia il meteo ci dimentichiamo del clima.
C’è però chi se lo ricorda, ne tiene traccia, ne subisce le conseguenze, e prima o poi ci presenterà il conto: no, non è una persona o un’istituzione, ma il sistema nel suo complesso. Il sistema, globale e interconnesso, di produzione e distribuzione del cibo: la cosiddetta filiera alimentare, lunga o corta che sia.
Ne abbiamo parlato da poco: uno dei motivi del carovita, che colpisce i beni alimentari più degli altri, è la catastrofe climatica in corso. E gli altri motivi, dalla crisi energetica alle guerre, sono strettamente connessi al riscaldamento globale, causa e conseguenza insieme.
Di recente è stato calcolato che nel 2023 si sono trovati in una situazione di insicurezza alimentare 123,7 milioni di persone in più rispetto alla media dei trent’anni dal 1981 al 2010, a causa delle ondate di calore e dei periodi di siccità.
Il collasso della catena di approvvigionamento
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Il sito Wicked Leeks ha da poco pubblicato le dichiarazioni di una fonte anonima che lavora nel settore alimentare da più di vent’anni con posizioni senior. Il discorso sembra sensato e non induce all’ottimismo.
Per dirla senza mezzi termini, l’opinione pubblica ignora il rischio di un collasso totale della catena di approvvigionamento a causa dei cambiamenti climatici. Da quello che ho visto, i dirigenti del settore si rifiutano di affrontare la situazione e il governo non è trasparente al riguardo.
I consumatori non hanno motivo di mettere in discussione lo status quo perché, finora, non si sono mai visti privati del cibo di cui hanno bisogno. Se abbiamo ha un cattivo raccolto di grano, possiamo acquistare dal Nord America e dal Canada. Male che vada, il pane costerà un po’ di più. Ma se anche questi Paesi si troveranno ad affrontare lo stesso problema – e a causa dei cambiamenti climatici, accadrà – allora saremo tutti bloccati. Non ci saranno alternative. Il pane non sarà più costoso, ma semplicemente non più disponibile. E parliamo solo del grano. Cosa succederebbe se questo iniziasse ad accadere a tutti i tipi di colture, in tutto il mondo, contemporaneamente?
Posso assicurarvi che non si tratta di una prospettiva lontana. Accadrà in un futuro non troppo distante, e accadrà all’improvviso.
In quanti modi il cambiamento climatico impatta sulla filiera
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In quanti modi il riscaldamento globale impatta sulla filiera alimentare? In molteplici, e dislocati in vari punti della catena. Il sito Food navigator ha provato a metterli insieme, restituendo un quadro impressionante.
C’è innanzitutto, ovviamente, l’impatto diretto sui raccolti, a causa di calore superiore alla media e siccità. È il motivo per cui vediamo alcune colture spostarsi verso nord, ma intanto che il sistema si adatta – e non potrà farlo al 100% – si perdono pezzi. Colture fondamentali come cacao, tè e caffè sono in crisi, se non a rischio estinzione. I danni diretti all’agricoltura sono stati esplicitati in un rapporto FAO del 2023: doveva essere l’allarme per far cambiare le cose, e invece.
Un impatto indiretto è poi dovuto al fatto che il caldo fa proliferare in maniera superiore al solito parassiti e infestanti come batteri, funghi patogeni e insetti, che quest’anno hanno messo sotto attacco le coltivazioni italiane. E comunque non c’è solo il caldo: come abbiamo potuto notare negli ultimi anni, la catastrofe climatica ha aumentato i cosiddetti eventi estremi, tifoni, bombe d’acqua; e in generale le condizioni meteorologiche sono meno stabili e meno prevedibili. Anche questo per l’agricoltura è un problema, avere autunni troppo umidi o grandinate estive.
Non sono solo le piante, ma anche gli animali subiscono danni diretti dal caldo: ovviamente, proprio come noi, soffrono e a volte muoiono. Con conseguenze enormi su beni centrali nelle nostre alimentazioni, come latte e uova: mucche e galline ne produrranno in minore quantità, e di peggiore qualità. Non mancano casi più specifici ma più acuti, come quello delle ostriche giapponesi che quest’anno hanno subito una vera e propria strage.
Passando a fasi successive della filiera, il riscaldamento globale impatta sui trasporti. Per esempio quelli in treno, che coprono pur sempre quasi il 10% del traffico mondiale di cibo: le ondate di calore causano danni ai binari, moltiplicando guasti e interventi di manutenzione. Ma soprattutto i trasporti su imbarcazione, che sono quasi il 60% del totale, tra mari e fiumi: per esempio il canale di Panama va in difficoltà quando il livello dell’acqua è troppo basso, e questo può essere un collo di bottiglia preoccupante per gli spostamenti di merci a livello globale. Nel suo piccolo questa estate anche il Reno è andato in sofferenza, toccando i minimi storici, e il trasporto di grano e altri beni alimentari è stato un problema per la Germania.
Veniamo allo stoccaggio: una ovvia minaccia del caldo è quella alla catena del freddo e allo stoccaggio refrigerato. Più è alta la temperatura esterna più si moltiplicano i rischi che qualcosa vada storto (e più è alta anche la richiesta di energia per mantenere le stesse temperature, cosa che a sua volta aumenta i rischi di guasti ai macchinari, oltre che a riverberarsi indirettamente sulla crisi energetica – lo abbiamo detto che è una spirale).
Infine la vendita: che i prezzi aumentano lo abbiamo detto e ripetuto. Ma c’è un altro pezzo della filiera che sta dopo la vendita, ed è il consumo. Le ondate di calore hanno un impatto anche su come e quanto i cibi vengono conservati in casa, facendo proliferare batteri e muffe, che si avvantaggiano anche tanto della maggiore umidità: il riscaldamento globale fa aumentare ulteriormente quella che già è una piaga del nostro tempo, cioè lo spreco alimentare.
