di Giovanni Puglisi 21 Aprile 2020
crai

C’è poco da dire: l’economia italiana è messa a dura prova in questi giorni, interi settori produttivi e commerciali sono in ginocchio. Gli unici punti vendita che sembrano oggetto di perenne assedio sono i supermercati: per ovvi motivi logistici e di ottimizzazione delle trasferte diventati punti di riferimento per la spesa degli italiani.

Nel frattempo, si susseguono gli appelli di produttori, associazioni di categoria, istituzioni a preferire il consumo di prodotti italiani per sostenere lo sforzo del comparto agroalimentare di casa nostra: sacrosanto.

Ma dirimere la questione dell’italianità o meno di ciò che compriamo è complesso: l’Italia è da sempre all’avanguardia per quanto riguarda l’etichettatura (dal 18 Dicembre 2019 per fregiarsi della dicitura “100% italiano” i derivati della carne, ad esempio, devono essere prodotti da capi nati, allevati, macellati e lavorati esclusivamente entro i nostri confini nazionali), ma alcune direttive europee rischiano di sovrascrivere le politiche virtuose sulla trasparenza applicate dalla nostra Nazione su alimenti di prima necessità (pasta, riso, latte, conserve di pomodoro) vanificando gli sforzi fatti.

L’applicazione dei nuovi regolamenti UE, che sarebbero dovuti entrare in vigore dal primo Aprile, è slittata in avanti a causa del Coronavirus: nonostante la situazione del nostro Paese continui quindi a risultare avanzata in materia di tutela del consumatore, determinare l’esatto “quoziente di italianità” di un prodotto in molti casi non è una passeggiata.

Cos’è l’italianità

birra artigianale; Mukkeller

Partiamo da definire il concetto stesso di italianità, che se idealmente è semplice da comprendere in pratica presenta una fenomenologia quanto mai frastagliata e diversa.

Consideriamo, ai fini dell’italianità – intesa nel senso di capacità di contribuire al sistema economico del nostro Paese – tre fattori: la pertinenza fiscale, la possibilità di generare occupazione sul suolo nazionale, l’essere parte di un’economia circolare che alimenti una rete di fornitori di materie prime il più possibile italiana.

Se ne ha che il marchio italiano “perfetto” è quello che ha sede legale (e paga le tasse) in Italia, ha stabilimenti in Italia (e qui genera, pertanto, posti di lavoro), e acquista le proprie materie prime da fornitori italiani: per quanto sarebbe semplice suggerirvi di scegliere solo queste aziende, siamo consapevoli che molto spesso la realtà imponga scelte diverse.

Molti marchi storici italiani, per esempio, sono negli anni stati acquisiti da multinazionali straniere, che in alcuni casi pur avendo sede legale all’estero continuano a produrre fisicamente in Italia: nonostante a livello fiscale questo non avvantaggi in alcun modo il nostro Paese, l’operato di tali aziende è vitale per l’economia dei territori su cui insistono gli stabilimenti, e per la sussistenza delle famiglie che ne dipendono. Per contro, aziende con sede legale in Italia potrebbero benissimo insistere fisicamente su stabilimenti di produzione o materie prime estere, con ragionamenti opposti a quelli del caso precedente, ma simili nei risultati ai fini del contributo apportato all’economia nazionale.

Ciò detto, proveremo a fornirvi con questa guida alcuni elementi utili per acquistare in maniera il più possibile solidale all’economia nazionale e locale, spiegandovi come massimizzare, mentre fate la spesa, il supporto al tessuto produttivo e distributivo italiano. Ecco i nostri consigli.

Leggere la confezione

crema bel paese etichetta

La confezione è l’elemento “parlante” di un prodotto in vendita, e se analizzata attentamente può fornire dati importanti per valutare l’acquisto.

Oltre alle già citate informazioni sull’origine della materie prime per latte, pasta, riso, derivati della carne, che devono essere fornite per legge, un’informazione fondamentale e inalienabile contenuta sulla confezione è quella che riguarda il nome del produttore, la sua sede e lo stabilimento di produzione (qualora fosse diverso rispetto alla sede, o nel caso in cui la produzione venga effettuata da un’azienda ai fini della commercializzazione a conto di terzi).

Cercate quindi le diciture “Prodotto e confezionato da [nome azienda] nello stabilimento di [sede di produzione]” o “Prodotto per [nome dell’azienda che commercializza/distribuisce il prodotto] da [nome dell’azienda produttrice e sede di produzione]”, e valutate: quale territorio e quali lavoratori state supportando?

Usare lo smartphone

Telefono Iphone Smartphone App

Se determinare lo stabilimento di produzione di un articolo alimentare può essere relativamente semplice, le cose si complicano quando cerchiamo di capire se lo stesso, oltre ad essere stato fisicamente realizzato in Italia, pertenga o meno a un’azienda “italiana” nel senso fiscale del termine: molti marchi industriali di origine nazionale, infatti, appartengono ormai a multinazionali con sede legale in Paesi esteri; che pertanto, anche se si affidano per la produzione a stabilimenti radicati sullo Stivale, finiscono per versare i contributi in altre nazioni.

A rendere più complessa la questione, il fatto che non esistono obblighi di indicare sulla confezione se l’azienda produttrice appartenga a gruppi o società di dimensioni maggiori.

Per aggirare l’ostacolo e saperne di più sulla struttura societaria da cui dipende il marchio che volete comprare, sfoderate il cellulare e googlate “nome del marchio + proprietà”.

Scorrete quindi rapidamente i risultati: potreste avere sorprese in quantità, sia in termini di marchi che pensate da sempre come italiani e non lo sono più (o non lo sono mai stati), sia in senso opposto.

Scoprire i prodotti a marchio

Se state comprando al supermercato, vi consigliamo di approfondire la conoscenza coi prodotti a marchio propri di ogni catena.

Specialmente per le “linee top” (“Terre d’Italia” Carrefour, “Fior Fiore” Coop, Esselunga “Top”, “Sapori e dintorni” Conad e via dicendo), le catene di GDO sviluppano accordi con aziende piccole e medie di qualità per la produzione di articoli alimentari a proprio nome: a volte si tratta di vere e proprie gemme che non sfigurerebbero in alcune selezioni gastronomiche di buon profilo, spesso proposte a prezzi concorrenziali rispetto alle alternative “di marca”.

Pasta, olio, confetture, salumi private label sono spesso i prodotti in assoluto migliori che possiate trovare tra i banchi del super; nonché generalmente, proprio grazie alla tipologia di aziende che vengono coinvolte come contoterziste, anche i più italiani: realizzati in Italia, da imprese italiane, magari con ingredienti al 100% italiani.

In questo caso, per scoprire chi sia il produttore qualora non sia indicato espressamente, leggete l’etichetta e googlate l’indirizzo dello stabilimento di produzione: dietro vie e numeri civici che fanno pensare a blande zone industriali si celano talvolta manifatture esclusive.

Sfruttare le certificazioni

Come abbiamo detto, la dicitura “100% italiano” può essere impiegata solo per prodotti conseguiti dall’uso esclusivo di ingredienti coltivati nel nostro Paese.

Qualora questa quindi, per vari motivi, mancasse, c’è un altro modo per essere sicuri di consumare un prodotto i cui ingredienti sono del tutto, o in gran parte, italiani: questo modo è affidarsi alle certificazioni DOP.

Il marchio di garanzia “Denominazione di Origine Protetta”, infatti, è pensato come strumento di tutela di produzioni fortemente legate a un territorio; inteso sia come area geografica che come sistema di culture e di persone. Se ne ha che i prodotti certificati DOP devono derivare da sistemi produttivi tradizionali, ma anche – ed è questa caratteristica ad interessarci di più, ai fini della nostra analisi – essere realizzati con materie prime locali del territorio di appartenenza.

Quando si può, evitare i supermercati

Fragole, mercato del contadino

Vi abbiamo detto come fare la spesa scegliendo il più possibile italiano: ci siamo concentrati sui supermarket, perché oggettivamente è dove per questioni di convenienza logistica la maggior parte di noi, in questi giorni di spostamenti limitati, va a rifornirsi.

Se potete, però, ricordate che nei vostri dintorni ci sono fruttivendoli, panifici, macellerie e pescherie (o addirittura, per i più fortunati, interi mercati rionali) che più di qualsiasi grande azienda in questi giorni sono a rischio, e che comunque offrono ingressi contingentati, consegne a domicilio e tutta la sicurezza che serve.

Se avete di queste botteghe a tiro, andate a far spesa da loro: perché la sopravvivenza del commercio di prossimità dipende da noi, e niente aiuta l’economia quotidiana, quella concreta e di tutti, più di un sostegno che parte dal piccolo e dall’immediatamente vicino.